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“Mps non è una preda di Intesa e Bpm, ma l’asset strategico. Anche Unicredit nel radar del nuovo risiko”

Ecco come il nuovo risiko bancario potrebbe ridisegnare gli equilibri finanziari. L’intervista a Giuseppe Carteni, avvocato e partner di LEAD Studio Legale

“Mps non è una preda di Intesa e Bpm, ma l’asset strategico. Anche Unicredit nel radar del nuovo risiko”

“Mps non è una preda di Intesa e Bpm, ma l’asset strategico. Anche Unicredit nel radar del nuovo risiko”

Il risiko bancario italiano è tornato di nuovo ad infiammarsi. Dopo che Banco Bpm ha lanciato una proposta di aggregazione al Monte dei Paschi, oggi Intesa Sanpaolo ha rotto gli indugi annunciando un’offerta pubblica di acquisto e scambio sull’intero capitale di Siena. Per Carlo Messina, ad di Intesa, l’obiettivo è tanto chiaro quanto ambizioso: costruire un colosso da 2mila miliardi di euro. Ma quali effetti avrà questa nuova ondata di consolidamento sugli equilibri della finanza? E come si intrecciano le partite che coinvolgono Mps, Mediobanca, Generali, Unipol e i principali azionisti? Per capirne di più, Affaritaliani ha intervistato Giuseppe Carteni, avvocato e partner di LEAD Studio Legale.

Secondo Carteni, il ritorno di Monte dei Paschi al centro della scena non è casuale. “Monte dei Paschi è tornata al centro del risiko perché oggi è una banca totalmente diversa rispetto a quella che, per anni, ha rappresentato una significativa criticità del sistema bancario italiano. Il risanamento patrimoniale, il recupero di redditività e il ritorno di credibilità sul mercato l’hanno trasformata da problema sistemico in asset strategico. Ma il punto vero è che Mps oggi non vale soltanto per la sua rete commerciale o per il suo radicamento territoriale. Vale perché è diventata un punto di snodo tra credito, wealth management, Mediobanca e Generali. E’ cruciale! E infatti come ha detto Lovaglio pochi giorni fa… tutte le strade portano a Siena. Non è una preda è un ingranaggio di un nuovo possibile meccanismo del sistema finanziario“.

Nella lettura dell’avvocato, anche la possibile alleanza tra Intesa Sanpaolo, Bper e Unipol risponde a una precisa logica industriale. “La logica è quella di un’operazione a incastro. Intesa punta a rafforzare ulteriormente la propria leadership, soprattutto nelle aree a maggiore valore aggiunto: wealth management, investment banking, credito al consumo e presidio degli asset finanziari strategici. Al tempo stesso, per ragioni antitrust e di equilibrio competitivo, una parte significativa della rete Mps verrebbe destinata a Unipol e, in prospettiva, a Bper. Per Intesa il beneficio è consolidare il proprio ruolo di banca di sistema e di grande operatore europeo“, spiega Carteni.

Mentre “per Unipol significa rafforzare il proprio posizionamento nel mercato bancario e distributivo, valorizzando la partecipazione in Bper”, aggiunge Carteni. E per Bper invece “l’operazione rappresenterebbe un salto dimensionale molto rilevante, con più sportelli, più raccolta, più clientela e un posizionamento da secondo polo bancario domestico. È uno schema che, almeno nella logica, ricorda quanto già avvenuto con UBI: Intesa consolida, Bper cresce attraverso le dismissioni e Unipol rafforza il proprio ruolo di azionista industriale”, sottolinea ancora l’avvocato.

Ma il dossier Mps, secondo Carteni, non può essere separato dalla partita che riguarda Generali. “È collegata in misura significativa. Formalmente siamo davanti a un’operazione bancaria. Sostanzialmente, però, Generali è uno dei punti verso cui convergono molte delle linee di questa partita, ed è giusto così, è la cassaforte del risparmio del Paese. Mediobanca ha storicamente avuto un ruolo centrale negli equilibri di Generali. Nel momento in cui Mps è entrata nella partita Mediobanca, e Intesa si muove su Mps, è inevitabile che il dossier Generali diventi parte del ragionamento strategico”.

“Questo – aggiunge Carteni- non significa necessariamente che l’obiettivo sia il controllo industriale della compagnia, anche perché Intesa ha chiarito di considerare la partecipazione come investimento finanziario. Tuttavia, sarebbe ingenuo negare che Generali resti uno degli snodi più sensibili del capitalismo finanziario italiano. La partita su Mps è quindi anche una partita sugli equilibri futuri del risparmio gestito, della bancassurance e delle grandi partecipazioni finanziarie nazionali“.

In questo scenario resta da capire quale potrà essere il ruolo di Unicredit che “non può essere considerata estranea alla partita, perché qualunque riassetto del sistema bancario italiano incide anche sul suo posizionamento competitivo”, dice Carteni.

Tuttavia – aggiunge l’avvocato – “in questa fase, mi sembra più probabile una posizione di osservazione strategica che una mossa immediata. Il gruppo guidato da Andrea Orcel ha già dimostrato di muoversi solo quando vede un razionale industriale molto chiaro, un prezzo coerente, un impatto sostenibile sul capitale e una governance gestibile. Inoltre, Unicredit ha una dimensione sempre più europea e dossier internazionali rilevanti, quindi difficilmente avrebbe interesse a farsi trascinare in un’operazione puramente reattiva. Non escluderei mosse future, ma credo che oggi Unicredit abbia interesse a osservare l’evoluzione dell’Opas di Intesa, la reazione degli azionisti Mps e il ruolo che assumeranno Delfin, Caltagirone e gli altri soci rilevanti”.

Un altro tema riguarda il ruolo che dovrebbe assumere il governo in una fase così delicata. Per Carteni, l’equilibrio tra interesse pubblico e logiche di mercato resta fondamentale. “Il governo deve certamente vigilare sugli interessi strategici del Paese, soprattutto quando sono coinvolti credito, risparmio, assicurazioni e centri decisionali nazionali. Ma questo non significa che debba costruire artificialmente le operazioni o sostituirsi al mercato, così come, oggi, non dovrebbe ostacolarlo. Il consolidamento bancario funziona solo se ha un razionale industriale vero: capitale, redditività, governance, sinergie, tecnologia, capacità di integrazione e continuità nel sostegno all’economia reale. È comprensibile che vi sia attenzione politica alla tutela di alcuni asset nazionali, soprattutto in un contesto europeo in cui ogni Paese difende i propri campioni finanziari. Tuttavia, alla fine devono decidere il mercato, gli azionisti, le autorità di vigilanza e l’Antitrust. Il punto di equilibrio è questo: attenzione pubblica agli interessi sistemici, ma operazioni guidate da logiche industriali e di mercato“.

Quanto agli effetti complessivi del nuovo risiko, l’avvocato dichiara: “Sono convinto che rappresenterà solo un fattore di stabilità, ormai i player che giocano questa partita sono tutti di altissimo livello e la scommessa non è tanto una decrescita di valore o di stabilità, ma che le aggregazioni siano non solo somma di più fattori ma moltiplicatori di valore, uno più uno qui deve diventare tre o quattro, non due. Le banche italiane arrivano a questa fase in condizioni molto diverse rispetto al passato: bilanci più puliti, maggiore redditività, capitale più solido e capacità di generare valore”.

Il tema – sottolinea l’avvocato – “sarà la gestione degli equilibrio tra banche, assicurazioni, partecipazioni strategiche e governance, in quanto si renderà il sistema più complesso. A mio avviso il punto di arrivo più probabile non è una maggiore frammentazione, ma la formazione di pochi grandi poli nazionali: un primo polo Intesa ancora più forte, un secondo polo costruito attorno a Bper, Unipol e al marchio Mps, e poi Unicredit con una vocazione sempre più europea“. “Se gestito correttamente, questo risiko può rafforzare significativamente il sistema italiano, sia da un punto di vista bancario che assicurativo”, conclude Carteni.

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