La guerra in Iran prosegue ormai da un mese e mezzo e nonostante la tregua in corso le cose non sembrano potersi risolvere a breve, complice anche la grave crisi energetica innescata dal blocco dello stretto di Hormuz, ma a quanto pare la Borsa americana sarebbe già riuscita, non solo ad attutire il colpo, ma a cominciare anche a guadagnarci dopo un periodo di instabilità. Le azioni statunitensi hanno annullato tutte le perdite subite dall’inizio della guerra, ma il problema riguarda i prezzi del petrolio, che rimangono su livelli punitivi e vanno a incidere sui titoli di Stato ma anche sull’oro.
“Gli Stati Uniti – sostiene Markus Hansen, portfolio manager di Vontobel – possono gestire uno choc petrolifero di questa durata, sebbene l’Asia sia più esposta“. Molti investitori hanno approfittato dei ribassi per acquistare alcuni titoli a prezzi scontati. Hansen però ha sottolineato che il rincaro del greggio spingerà le banche centrali a posticipare i tagli dei tassi di interesse.
Ma per Wall Street la crisi sarebbe già alle spalle. L’indice di riferimento statunitense S&P 500 è tornato ai livelli pre-bellici, mettendo a segno un rally del 10% dai minimi del 30 marzo. L’indice ha chiuso martedì a 6.967,38 punti, al di sopra della chiusura del 27 febbraio, registrata poco prima che gli Stati Uniti e Israele iniziassero i raid aerei in Iran. Si segnalano in particolare aspettative di utili societari resilienti, specie nel settore tecnologico.
I prezzi del petrolio sono inferiori ai massimi di marzo ma, attestandosi intorno ai 100 dollari al barile, restano circa il 40% sopra i livelli di fine febbraio. Dato ancor più preoccupante per l’economia reale, i raffinatori stanno pagando oltre 140 dollari al barile per il greggio del Mare del Nord con consegna a breve termine, quasi il doppio della quotazione pre-guerra.

