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Economia

Di Luca Spoldi

Ancora una volta Mario Draghi prende tempo e dopo aver annunciato a inizio giugno una serie di misure per fornire ulteriore liquidità ai mercati e così provare ad allontanare il rischio deflazione, nella conferenza stampa seguita giovedì scorso alla riunione del board di Eurotower di luglio si limita a ribadire che la Bce è “unanime” nella volontà di “usare anche misure non convenzionali”, ossia comprare sul mercato Abs (“asset backed Securities”, titoli di credito cartolarizzati), se fosse necessario, ma per ora non lo farà anche per un problema di “trasparenza” (di un mercato che dopo la crisi del debito sovrano del 2010 sta solo da qualche mese tornando a rianimarsi).

Commenta sarcastico su Twitter l’economista e docente universitario Carlo Alberto Carnevale Maffè: “Una Bce tuttora inadempiente conferma la condanna a morte deflattiva certa del debito italiano. Draghi impartisce l’estrema unzione: Rip”, sottolineando così come in attesa che, probabilmente in autunno, la Bce ottenga il via libera “politico” senza il quale non può pensare di muoversi, viste le già pesanti critiche che vengono mosse all’operato “disinvolto” dell’ex governatore di Banca d’Italia dalla stampa tedesca per la quale Draghi mette a rischio il risparmio del paese, il rischio concreto che corrono paesi ad elevato indebitamento come l’Italia sia quello di vedere un’inflazione (già allo 0,7% annuo) ancora in calo e tassi reali che, per quanto su livelli modesti, tornino a salire non potendosi comprimere più che tanto i rendimenti nominali dei titoli di stato.

Quello che per un debitore è una cattiva notizia può tuttavia essere una buona notizia per gli investitori, in queste ultime settimane apparsi alla spasmodica ricerca di rendimenti, tanto che si sono notati nuovi  acquisti sia di titoli a lunga scadenza sia di emissioni obbligazionarie societarie o persino di paesi emergenti. Il perché è evidente: con Btp decennali che rendono attorno al 2,8% (ossia il 2,1% reale) chi investe a lunga scadenza corre il rischio, nel caso di future fiammate inflazionistiche che dovessero arrivare tra alcuni anni (non certo da qui al 2015) di non ottenere particolari frutti dai propri investimenti.

Di più: con l’incremento dal 20% al 26% della tassazione sulle “rendite fiscali” anche le alternative ad un investimento in titoli di stato si vedono sforbiciati i rendimenti, in qualche caso non di poco (un certificato di deposito che offrisse un rendimento lordo del 3% per effetto del combinato disposto di “patrimonialina” sui depositi, Tobin Tax e tassazione delle “rendite pure” viene di fatto a pagare meno del 2% netto e per rendimenti lordi inferiori il peso fiscale cresce persino). Così di fatto Draghi mentre “complica la vita” al Tesoro italiano consente una momentanea stabilizzazione dei tassi ed evita probabilmente una piccola “bolla” sulle quotazioni delle emissioni a più lungo termine.

La conseguenza pratica per un risparmiatore è che almeno fino a settembre-ottobre vale la pena di rimanere investiti in titoli di stato a media-lunga scadenza ovvero con vita residua tra i 3 e i 7/8 anni (se accettate qualche rischio in più anche qualche Btp decennale potrebbe essere una buona soluzione). Cosa succederà dopo è al momento difficile dirlo con precisione in quanto dipenderà da vari fattori: se e quanta  liquidità le banche chiederanno alla Bce tramite il programma Tltro (che concederà loro liquidità a lungo termine a tassi molto modesti ma in maniera “condizionata”), se e quante banche dovranno procedere a ulteriori ristrutturazioni al termine dell’Asset quality review e degli stress test della Bce (Draghi giovedì non ha escluso la necessità di ulteriori “fusioni o chiusure” di qualche banca), se e quanto credito riuscirà a giungere a imprese e famiglie per sostenere una ripresa di investimenti e consumi.

Una cosa è comunque chiara: in assenza di ripresa il debito pubblico italiano torna ad essere una bomba a orologeria e questo prima o poi tornerà a innervosire i mercati, che già guardano con preoccupazione al concreto rischio di un “default bis” per l’Argentina, 13 anni dopo il primo e tristemente famoso “crack” dal quale il paese non si è mai ripreso. Una lezione per tutti di cui la Bce ma anche i governi europei (Germania in testa) non potranno non tener conto, agendo si spera per tempo e in modo ottimale per evitare eccessivi rischi. Anche per questo può essere un’idea continuare a detenere titoli di stato italiani a medio-lungo termine in portafoglio, specie se proprio non ve la sentite di inserire una percentuale di strumenti azionari.

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