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Economia
Stangata sulle rendite finanziarie. Verzelli ad Affari: "Solo una partita di giro"

Dal primo maggio, se ci sarà l'ok del parlamento, la tassazione sulle rendite finanziarie passerà dal 20 al 26%. L'annuncio è arrivato ieri sera dal premier Matteo Renzi, che ha subito specificato che restano esclusi i Bot e che l'innalzamento pone l'Italia allineata alla media europea.

Ma gli addetti ai lavori storcono il naso. "Forse non ci si è accorti che le rendite finanziarie sono state negli ultimi anni alzate direttamente o indirettamente già diverse volte", spiega ad Affaritaliani.it, Gianluca Verzelli, vicedirettore di Banca Akros. "E non mi riferisco solo all'aumento dal dal 12,50% al 20%. Perché c'è stata anche l'introduzione dell'imposta fissa di bollo e il suo innalzamento. Senza contare che qualsiasi investitore, grande o piccolo, paga anche tutta una serie di costi sul suo deposito, sulle comunicazioni... La somma di tutte queste cifre è sicuramente un elemento scoraggiante nei confronti dei mercati finanziari".

In effetti, solo per parlare degli ultimi due anni, la misura varata dal governo guidato da Matteo Renzi e' il secondo intervento su tale materia dopo il riordino definito dal governo Monti che porto' dal 12,50% al 20% la tassazione sulle rendite finanziarie, ad accezione dei titoli di Stato che rimangono al 12,5% (ma alle prese con i rendimenti ai minimi).

"La cosa che un po' stupisce - continua Verzelli - è che si introducano ancora tasse sui risparmi degli italiani. Una patrimoniale indiretta. Il settore del risparmio e dell'intermediazione finanziaria viene ad essere colpito quando sarebbe invece logico incentivare un determinato tipo di investimenti, di risparmi, di liquidità che va verso i mercati. Perché l'Italia dovrebbe, almeno sulla carta, andare verso un piano di privatizzazioni. Quindi delle due l'una: o non si è valutato questo aspetto o è più facile applicare un'altra tassa alla vecchietta che ha 70mila euro, e al grande imprenditore che ha 7 milioni, piuttosto che fare delle corrette privatizzazioni".

Che effetti avrà questo inasprimento? "Nell'immediato magari non avrà grandi effetti, ma sul lungo periodo succederà una cosa molto semplice: chi viene tassato quelle rendite in più che avrebbe avuto non le spenderà. E poco importa il fatto che i Bot sono stati lasciati fuori: il titoli di Stato ormai sono solo una delle componenti di un portafoglio di un investitore e quella che rende di meno. Quindi se la signora Rossi incasserà il 6% in meno sulle sue rendite, spenderà il 6% in meno. Non ci sarà alcun effetto propulsivo".

Il premier ieri ha indicato che l'aumento al 26% comportera' un maggiore gettito di circa 2,6 miliardi di euro, valore allineato alle stime recentemente formulate dalla Cgil che indicava 2,5 miliardi con un'aliquota al 25%. L'intervento sull'imposta sulle rendite finanziarie era stato previsto anche dal governo Letta che non riusci' a far passare l'aumento al 22%.

Ma soprattutto Renzi ha sottolineato che l'aliquota al 26% e' in linea con la media europea che si colloca al 25% anche se in diversi paesi l'imposta ha un carattere progressivo. Il picco in Europa e' l'imposta francese che arriva a sfiorare il 35%. I principali paesi europei comunque negli ultimi anni (a seguire il crac della finanza mondiale del 2009) sono intervenuti alzando l'imposizione sui redditi da capitale. In Gran Bretagna l'imposta dal 2010 e' stata aumentata dal 18 al 28% ma resta al 18% o per coloro che dichiarano redditi non superiori alle 35 mila sterline. L'anno scorso anche la Spagna ha rivisto l'imposta introducendo un sistema progressivo con aliquote tra il 21 e il 27% in base al reddito. Imposta unica in Germania pari al 25% ma con una maggiorazione sottoforma di contributo di solidarieta' che porta l'imposta effettiva al 26,37%.

"E' vero. Ed è auspicabile che alla fine ci sia un'omogeneizzazione - assicura Verzelli -. Però gli altri Paesi europei hanno una tassazione Irpef notevolmente più bassa e servizi di gran lunga migliori dei nostri. La tassazione delle rendite finanziarie non è criticabile in assoluto, ma lo è in rapporto al fatto che dell'altro lato non c'è un miglioramento. Se si fossero anche abbassate le aliquote Irpef e le tasse sulle imprese al livello degli altri Paesi europei staremmo qui tutti a stappare lo spumante. Invece abbiamo la tassazione più alta d'Europa e abbiamo aumentato ancora quella sulle rendite finanziarie. Insomma, non c'è la logica di un provvedimento strutturale che, per fare un esempio, sposta la tassazione sugli immobili e sul patrimonio abbassando fortemente quella sui redditi da lavoro, sulle imprese".

Le agevolazioni fiscali per i redditi fino a 25mila euro lordi, i famosi mille euro in più in busta paga, insomma non bastano. "E' una partita di giro - spiega Verzelli -. Sono mille euro che toglie dalle rendite finanziarie dei signori Rossi, che considera più ricchi, e dà in busta paga ai signori Bianchi, considerati più poveri. Chi non li incassa più dalle sue cedole non li spenderà più mentre li spenderanno i signori Bianchi. Non è un provvedimento che rilancia i consumi e l'economia".

E allora che fare? "La produzione di nuova ricchezza, l'impulso all'economia si dà andando a tagliare le spese, le inefficienze, i costi assurdi dell'amministrazione pubblica. Ribadisco: tassare le rendite non è sbagliato in sé, ma andrebbe fatto nell'ambito di un piano più ampio, strutturale, che rilanci i consumi delle classi medie".

 

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