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Bomba Grecia sull’euro e trema anche l’Italia…

Tornano ad addensarsi le nubi sull’euro? Con l’Italia che sta fallendo l’appuntamento con la crescita e la Grecia che anticipa l’elezione a metà dicembre del presidente della Repubblica, nomina che rischia di mandare il Paese alle urne in maniera anticipata e decretare la vittoria di Syriza che un minuto dopo la sua vittoria dichiarerà nulli gli accordi con la Troika, l’orologio della crisi potrebbe ritornare indietro di qualche anno, scatenando una nuova tempesta sull’euro.

Sentire Christine Lagarde, il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale che viene a discettare in Italia dal pulpito della Bocconi (in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico) qualche giorno dopo il downgrade dell’agenzia di rating Standard&Poor’s sul debito italiano, debito che l’Ocse entro la fine del 2015 stima addirittura esplodere al 138% del Pil, richiama alla mente spettri di montiana memoria, quando per l’Italia con lo spread a un passo da 600 punti base i mercati attendevano da un momento all’altro l’arrivo della Troika Fmi-Bce-Ue anche in Italia.

Mentre nella City autorevoli analisti danno per scontato (prima o poi) un orderly default del nostro Paese e il massimo esperto di bailout e fallimenti di stati sovrani europei dello stesso organismo guidato dalla Lagarde consiglia al premier Renzi di cominciare a “consultare dei brillanti avvocati esperti di debiti sovrani per assicurare un’ordinata ristrutturazione del debito“, suona come una magra consolazione che il dg del Fondo Monetario scenda in campo nella nuova litigata fra Renzi e la Merkel sul delicato tema delle riforme (“sforzi insufficienti”, ha sentenziato nel weekend la Cancelliera tedesca) e spezzi una lancia in favore del Jobs Act appena approvato dal Parlamento e appoggi la battaglia italiana in Europa per ottenere “una certa flessibilità nelle regole del Patto di Stabilità e Crescita per sostenere gli investimenti pubblici e l’implementazione delle riforme strutturali”.

Una magra consolazione perché, dopo aver dato una pacca d’incoraggiamento a Renzi (finito fra gli osservati speciali nel Vechio Continente), la lady francese della Troika ha passato in rassegna i principali problemi di questa lunghissima recessione, una lucida analisi che sta ad indicare che gli occhiuti analisti del Fmi ci guardano da vicino e conoscono molto bene la delicata situazione italiana dell’ultima ora. Come hanno fatto ieri le tre sorelle del raing S&P’, Moody’s e Fitch, la Lagarde ha infatti prima messo l’accento sulla debolezza del settore bancario italiano (“la riforma è necessaria per renderlo più forte nel sostenere la ripresa soprattutto nel settore delle piccole e medie imprese… perché attualmente il sistema finanziario italiano eè onerato dai prestiti inesigibili e limitato nella sua capacità di offrire credito”, ha detto) e poi ha sottolineato la necessità di una “rivitalizzazione del sistema delle Pmi in Italia che “può essere di importanza cruciale per facilitare il flusso del credito nella economia” dal momento che rappresentano “il settore portante” dell’economia del Paese e che “a causa della grande pressione fiscale e la bassa redditività, stanno soffrendo più delle grandi imprese per la crisi finanziaria”.

Insomma, se la la speculazione dovesse tornare a prender di mira i Btp, al netto dell’intervento di Draghi che difficilmente riuscirebbe a sostenere una nuova forte ondata di sfiducia nei confronti del debito italiano, la Lagarde saprebbe perfettamente dove mettere immediatamente le mani per riaccendere nel breve il motore della crescita nel nostro Paese.

Uno scenario che molti non danno per poco probabile con la brutta piega che ha preso in Grecia l’elezione del presidente della Repubblica (la Borsa ha subito reagito male). Per evitare tre mesi di incertezza che non farebbero certo bene alla debole economia greca che ha appena ritrovato la via della crescita, l’esecutivo ellenico di unità nazionale guidato dall’ex Harvard Antonis Samaras ha rotto gli indugi e ha anticipato al 17 dicembre il primo voto per il nuovo presidente della Repubblica.

*BRPAGE*

Un passaggio delicatissimo per Atene e per l’intera area euro: per eleggere il presidente serve una maggioranza qualificata di 180 voti su 300. L’esecutivo di unità nazionale ne ha soli 154. Se non riuscirà a ottenere il quorum in tre votazioni, la Grecia andrà alle urne tra il 18 gennaio e inizio febbraio in una tornata elettorale da brividi per la moneta unica: in testa a tutti i sondaggi (con il 32% circa dei voti e un 3-6% di vantaggio sul centrodestra di Nea Demokratia) c’è la sinistra radicale di Syriza.

Alexis Tsipras, leader del partito, ha già detto che un minuto dopo la sua vittoria dichiarerà nulli gli accordi con la Troika e chiederà la convocazione di una Conferenza europea per tagliare il debito dei paesi in crisi. Decisione che rischia di riportare indietro di cinque anni l’orologio della crisi scatenando una nuova tempesta sull’euro.

grecia ape
 

L’azzardo di Samaras arriva un giorno dopo che il governo ha incassato l’ok al budget 2015 ma è stato costretto ad ammettere che il piano di salvataggio della Troika non si chiuderà a fine anno, come sperava il premier per motivi elettorali, “ma proseguirà ancora per qualche mese”. “Le posizioni di Ue, Bce e Fmi e le nostre si sono un po’ avvicinate  –  ha detto Samaras  –  ma restano ancora delle divergenze sugli ultimi provvedimenti da prendere”. Bruxelles vuole una correzione dei conti di 2,5 miliardi anche il prossimo anno, la Grecia chiede lo stop all’austerity. E così in attesa delle ultime tranche del piano da 240 miliardi di euro di prestiti, Atene rimarrà “per qualche mese” (probabilmente tre) sotto l’ombrello protettivo delle istituzioni internazionali.

La linea dura di Bruxelles, Washington e Francoforte è legatia a filo doppio con quello che la Troika vede come il rischio Syriza. E’ vero che i conti del paese sono decisamente migliorati  (oltre al Pil che è tornato a crescere, anche il bilancio registra un importante avanzo primario) ma la Troika teme che le elezioni (previste per il 2016 ma ad alto rischio di anticipo a marzo prossimo) costringa il governo ad abbassare la guardia sul fronte del rigore. Meglio quindi stringere i tempi e chiudere accordi precisi subito, anche per il timore che l’avvento al potere della sinistra radicale di Syriza finisca per far saltare tutto il memorandum.

Samaras aveva scommesso nelle scorse settimane in un’uscita immediata dal controllo della Ue proprio per ottenere un importante risultato d’immagine. La fine dell’austerity come totem da utilizzare in un’eventuale campagna elettorale contro la retorica anti-Troika di Alexis Tsipras.