Non ha ancora visto formalmente la luce. Ma lo “scudo bancario”, che secondo indiscrezioni il governo starebbe valutando in questi giorni, ha già incontrato la prima serie di obiezioni pesanti e forse definitive. Non solo Angela Merkel ha ricordato che le regole “non si possono cambiare ogni altro anno” e che dunque si dovrà rispettare il principio del “bail in” prima che si possa attivare qualsiasi procedura di aiuto di stato, magari sotto la forma riveduta e corretta di nuovi “Monti bond” o strumenti finanziari analoghi, che potrebbero essere sottoscritti da Cassa depositi e prestiti.
Non essendo già riuscito lo scorso anno ad ottenere il via libera della Commissione Ue per la “bad bank sistemica” questa obiezione era come minimo prevedibile. Quel che più conta è che anche analisti e investitori non sembrano affatto convinti dell’idea, tanto che le quotazioni dei titoli bancari italiani hanno risentito più di altri dell’effetto-Brexit, con il campione nazionale Unicredit che a fatica evita di segnare nuovi minimi storici mantenendosi comunque appena sopra gli 1,9 euro per azione.
Per tutti gli istituti italiani il problema principale si lega da una parte ai numeri: 360 miliardi di crediti deteriorati (Npl), statisticamente destinati col trascorrere del tempo a trasformarsi almeno in parte in sofferenze (quelle lorde sono già oggi superiori ai 202 miliardi), a fronte dei quali le banche si sono finora mosse in ordine sparso collocando piccoli pacchetti, come i 290 milioni di Npl ceduti qualche giorno fa da Mps, o hanno tentato di fare fronte comune con strumenti come il fondo interbancario di tutela dei depositi e il fondo Atlante, in entrambi i casi scontrandosi però con la scarsissima disponibilità ad investire da parte degli investitori istituzionali, a partire dalle stesse banche e assicurazioni.
Dall’altro una fragilità di fondo dell’economia italiana rispetto alla quale il governo in questi ultimi due anni è parso procedere per tentativi senza una chiara visione delle priorità, congelando somme cospicue in bilancio per misure come il “bonus Irpef” da 80 euro lordi al mese, quello da 500 euro a favore di professori e studenti per “consumi culturali” o l’abolizione dell’Imu sulla prima casa che continuano a sembrare a tutti, consumatori e aziende per prime, temporanee nonostante le dichiarazioni di senso contrario dei ministri interessati e del premier Matteo Renzi. Meglio sarebbe stato, sottolinea più di un analista, concentrarsi sulla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, o anticipare il taglio dell’Ires.
Certo, nel frattempo sono state approvate le norme previste dal decreto dello scorso novembre sui nuovi strumenti per il recupero dei crediti da parte delle banche, introducendo tra l’altro nuove garanzie come il pegno mobiliare non possessorio e il patto marciano che dovrebbero maggiormente e più celermente tutelare i creditori. Ma per intanto le garanzie attuali sui crediti continuano ad apparire in molti casi di modesta qualità, spesso trattandosi di beni immobili strumentali ipotecati all’atto dell’accensione del finanziamento, il cui valore nel frattempo è diminuito a seguito della crisi economica prima e delle trasformazioni della struttura produttiva italiana poi.
Così il tasso di copertura dei crediti deteriorati, pari all’88% se si considerano le garanzie collaterali, rischia di non essere in realtà di molto superiore al dato del 46% medio di sistema (poco più del 51% se si considerano solo le banche quotate, 60% se si calcola invece sulle sole sofferenze) calcolato senza tenerne conto. Peccato che sul mercato gli Npl si acquistino sul mercato attorno al 20% del loro importo nominale. Anche solo considerando le sofferenze nette (85 miliardi) il delta tra la valutazione “a libro” e quanto i fondi (esteri e non) sono disposti a pagare è di circa 15-20 miliardi, mentre quello calcolato considerando tutti gli Npl si aggira sui 50-55 miliardi.
Buttare nella fornace 40 miliardi servirebbe ad alleviare il peso certamente, ma non risolverebbe il problema, visto che resterebbe ancora una differenza tra le valutazioni “in pancia” alle banche e quelle di mercato di circa 35 miliardi e che comunque le sofferenze ancora per un paio d’anni continuerebbero, seppure a ritmo calante (salvo che il post-Brexit non si riveli peggiore del temuto, ossia contraddistinto da una nuova decisa frenata della crescita economica), ad aumentare almeno per un altro paio d’anni.
*BRPAGE*
Come uscirne? Anzitutto rinunciando a distribuire dividendi, con buona pace delle Fondazioni e della loro fragilità di bilancio. Poi varando ricapitalizzazioni anche a costo di far soffrire gli azionisti esistenti, grandi e piccoli. Il tutto ovviamente aggiornando i piani industriali per tener conto della realtà attuale e prospettica, che da tempo indica come il modello di business tradizionale delle banche retail sia superato e destinato all’estinzione.
La trasformazione del settore, che avrebbe dovuto partire anni fa, sembra non poter più essere rinviata e a nulla varrà il tentativo di indorare la pillola. Gli investitori hanno capito da tempo che prima di godere dei benefici saranno ancora molti i dolori da sopportare, per quello le quotazioni restano fragili quando non decisamente cedenti, con ben pochi distinguo: a un anno, infatti, Intesa Sanpaolo perde il 50%, Bper segna -57%, Bpm sfiora il -60%, Ubi Banca perde il 62%, Unicredit il 69%, Mps e Banca Carige cedono il 77%, Banco Popolare il 79%, mentre solo il Credem, che si è tenuto ben distante dai vari fondi “di salvataggio”, limita il calo a meno del 27%. Non certo una performance brillante, ma almeno la testimonianza che il mercato funziona perfettamente e sa distinguere le gestioni prudenti da quelle che si sono rivelate meno felici e che necessiteranno di ulteriori sforzi prima di poter dire di aver voltato pagina.
Luca Spoldi
