La vicenda Banco Espirito Santo, seconda maggiore banca portoghese per capitalizzazione crollata giovedì del 17% sul listino di Lisbona dopo che la controllante Espirito Santo International aveva annunciato il giorno prima di dover far slittare il pagamento degli interessi su alcuni suoi bond a breve scadenza, ha riportato in vita il fantasma di una crisi banco-sovrana che si credeva ormai alle spalle dopo il tracollo della Grecia, dell’Irlanda e del Portogallo stesso nei mesi a cavallo tra l’estate del 2010 e quella del 2011.
Mesi che avevano messo a dura prova i mercati tanto che la Bce dovette intervenire in prima persona acquistando sul mercato a più riprese bond dei paesi più a rischio, sostenendo insieme alla Ue e al Fondo monetario internazionale una serie di “bailout” (programmi di aiuti internazionali ai paesi in crisi che evitava il ricorso al mercato e dunque l’emissione di nuovi titoli di stato in cambio dell’impegno a compiere una serie di riforme “draconiane” e tagli alla spesa pubblica) che non evitarono, comunque, la necessità di un successivo “haircut” del debito greco. La ristrutturazione è stata pagata per volere di Germania e Francia anche e soprattutto dai bondholder privati (la Bce e altre istituzioni sovranazionali non si videro applicato alcun “taglio” sui titoli greci in portafoglio), né un successivo “bailin” per Cipro (peraltro da anni nota centrale di smistamento del “nero” in piena Eurozona), dove a pagare furono in misura ancora più decisa anche i titolari di depositi bancari sopra una certa soglia, residenti e non.
Non potendo, per il veto di Berlino (spalleggiata da Parigi), imitare la Federal Reserve e dare il via a un “quantitative easing” in grande stile, in quell’occasione Mario Draghi sfoderò tutta la sua capacità persuasiva, convinse i mercati che era pronto a usare “qualsiasi misura necessaria” e rifinanziò in due successive tranche oltre 800 grandi e medie banche europee per circa 1.030 miliardi di euro, facendo pagare un tasso che all’epoca sembrava molto competitivo (l’1% annuo) e garantendo alle banche, che in cambio depositarono nelle casse della Bce dei “collaterali” (ossia titoli di stato, obbligazioni e cartolarizzazioni di crediti “in bonis” a garanzia della liquidità ricevuta), che non avrebbero dovuto rendere la liquidità stessa prima di tre anni, salvo desiderassero rimborsarla anticipatamente.
I mercati si salvarono, ma i problemi rimasero: la crescita, sotto la pressione di una repressione fiscale che sarebbe stata pesante da sopportare anche in piena espansione, fece cadere l’Eurozona in recessione, con paesi come la Grecia che finirono al tappeto e ancora si debbono riprendere ed altri, come la Spagna, che per salvarsi dovettero ricorrere a ulteriori iniezioni di capitale “mirate” da parte dei fondi “salva stato” europei per poter dar vita a delle “bad bank” con cui alleggerire le banche della maggior parte delle sofferenze e favorire una vasta ristrutturazione dei rispettivi sistemi creditizi nazionali.
*BRPAGE*
Niente veniva fatto, non essendo nei poteri della Bce, per ridurre le divergenze macroeconomiche esistenti tra i paesi membri di Eurolandia mentre l’utilizzo di una valuta unica bloccava anche ogni possibilità di ricorrere alla un tempo frequente pratica delle “svalutazioni competitive” per recuperare quella competitività che negli anni le aziende di paesi come l’Italia avevano perso nei confronti dei propri concorrenti europei e mondiali. La “droga” della liquidità sovrabbondante finiva sì col far crollare ai minimi storici i tassi d’interesse sui bond (sia di stato sia corporate) in tutta Europa, ma non riusciva a stimolare alcuna ripresa degli investimenti e col tempo finiva col ridurre anche il vantaggio per le banche ad effettuare operazioni di “carry trade” per sfruttare a proprio favore la differenza tra il tasso pagato per la liquidità e il tasso corrisposto sui bond in portafoglio.
Alla fine la realtà presenta il conto e il rimbalzo della produzione e dei consumi visto (quasi esclusivamente nel Nord e Centro Europa) sembra ormai esaurito, col rischio di una prematura ricaduta in stagnazione o quanto meno di un ulteriore allungamento dei tempi di una ripresa che continua ad essere sfuggevole e incerta in quasi tutto il vecchio continente. Cosa può fare ora Matteo Renzi per provare a far uscire dall’angolo l’Italia e l’Eurozona stessa? Può e deve certamente provare a varare riforme, purché siano riforme utili all’economia e ai mercati. Tornando al caso di Banco Espirito Santo, la vicenda ha mostrato tutta la debolezza e i rischi legati a governance e catene di controllo poco trasparenti.
L’istituto è infatti controllato col 25% da Espirito Santo Finacial Group (ma il Credit Agricole ha una quota del 15% e altri investitori istituzionali come BlackRock, Capital Research e Slichester sono presenti con quote tra il 4% e il 5% ciascuno), a sua volta controllato da Espirito Santo International al 100% (ma tramite un doppio livello di controllate al 100%), il cui 56,5% fa capo a Espirito Santo Control, holding le cui quote sono divise tra cinque rami della famiglia Espirito Santo. Una situazione non dissimile da quella di molte, troppe altre grandi banche europee ed italiane in particolare. Lì sarebbe opportuna un’azione incisiva, che limiti l’utilizzo di “scatole cinesi” e richieda, per il controllo di una banca o di un’azienda, di mettere sul tavolo capitali adeguati.
Peccato che a farla adesso una riforma che si sarebbe dovuta fare già almeno due decenni or sono, si rischia solo di favorire l’ulteriore depauperamento della struttura economica italiana, visto che i capitali sono più abbondanti fuori che dentro l’Italia. Poi occorrerebbe favorire una maggiore apertura dei mercati, per invogliare le aziende a investire nuovamente nel “bel paese” e in Europa tutta. Anche in questo caso, tuttavia, aver aspettato non ha aiutato ed ora chi potrebbe maggiormente beneficiare di una maggiore concorrenza tra le imprese sono alcuni colossi internazionali, non certo le Pmi italiane che dal canto loro, come emerso da una recente ricerca della Sda Bocconi, hanno pagato uno scotto altissimo in questi anni vedendo fallire oltre 8.800 aziende, con la perdita di oltre 405 mila posti di lavoro tra il 2007 e il 2013.
*BRPAGE*
Più trasparenza e maggiore apertura dei mercati sono poi solo le condizioni necessarie, ma non sufficienti, a far decollare la ripresa. Per vedere qualcosa di più che variazioni statistiche saranno necessari un fisco meno penalizzante, una pubblica amministrazione meno burocratizzata, una giustizia più rapida e certa. Tutte riforme che sebbene possano apparire “a costo zero” in termini di spesa pubblica (salvo forse quella fiscale, per quanto un fisco più leggero potrebbe vedere una sostanziale tenuta delle entrate fiscali, se non un loro incremento, nell’ipotesi che la ripresa finalmente si manifesti), ma che hanno un “costo politico” molto elevato in un paese diviso da millenni tra lobbies, caste, fazioni, partiti e confaloni vari. Altra strada tuttavia non c’è e i campanelli d’allarme che stanno tornando a suonare in queste settimane sono lì a ricordarcelo.
Luca Spoldi

