Ex Ilva, Sapelli: “Ecco perchè lo Stato ha tutte le competenze per nazionalizzarla”
Lunedì sarà sciopero in tutte le sedi dell’ex Ilva: dopo il vertice a Palazzo Chigi, i sindacati hanno annunciato la mobilitazione mentre Acciaierie d’Italia ha disposto lo stop agli impianti di Taranto, Genova e Novi Ligure. A Taranto si sono fermate le attività dell’area a caldo, in attesa della decisione della Cassazione. Il governo intanto ha promesso che è al lavoro per formulare un decreto per tutelare i lavoratori e garantire una cassa integrazione in una prospettiva di continuità industriale. Ma in gioco non ci sono soltanto migliaia di posti di lavoro: la crisi sta investendo il futuro della siderurgia italiana e l’autonomia manifatturiera del Paese, sempre più esposto alla dipendenza dalle forniture estere. Quali sarebbero i costi della chiusura dell’ex Ilva e quale ruolo può giocare lo Stato per salvare un settore strategico? Interpellato da Affaritaliani, Giulio Sapelli, economista, storico ed editorialista, mette in guardia dai rischi di una dismissione dalle conseguenze ben oltre il piano occupazionale.
Per l’Italia costerebbe di più rilanciare l’ex Ilva o lasciarla chiudere?
Costerebbe molto di più farla chiudere. Oltre ai danni enormi che causeremmo all’industria metalmeccanica italiana — sia quella leggera sia quella pesante, che si riforniscono in larga misura da Taranto — verremmo privati dei coils e dei laminati piani di altissimo pregio che produce. Ma c’è di più: verremmo esclusi dalla grande gara per la ricostruzione del Medio Oriente e della Mesopotamia. Tutte le infrastrutture distrutte in quelle aree attendono di essere ricostruite. Per questo i nostri concorrenti internazionali gioiscono: la Turchia festeggia, così come gran parte della siderurgia indiana, che vedrebbe benissimo la chiusura dell’Ilva. Congiurano tutti a nostro danno per eliminare un concorrente strategico. Abbiamo già perso quarant’anni fa il polo di Bagnoli per una follia e una scelta storica scellerata del governo Prodi, che impacchettò quella siderurgia di altissimo livello e la spedì in Cina. Chiudere l’Ilva ci farebbe regredire industrialmente in modo drammatico. È pazzesco che sia stato il potere giudiziario a decidere questa chiusura esautorando il Governo — ammesso e non concesso che il Ministero dell’Industria avesse la reale volontà di salvarla. È inconcepibile che tutto avvenga per via giudiziale: ci sono state delle denunce da parte di alcuni cittadini, ma la chiusura dell’impianto è il risultato di una decisione giudiziaria e non di una scelta politica. È un fatto di una gravità estrema che meriterebbe un libro di diritto costituzionale.
L’ex Ilva viene definita strategica: quali vantaggi economici giustificano il suo salvataggio e fino a quale prezzo per i contribuenti?
I vantaggi risiedono nel mantenere in Italia una siderurgia che è tra le migliori al mondo. Lì le cose sono andate male fin dall’inizio: c’era l’offerta del gruppo Arvedi, che era pronto a decarbonizzarla convertendo la produzione a ossigeno, ma non è stata presa in considerazione. Hanno preferito un’altra cordata, quella composta dal gruppo Marcegaglia e dagli indiani (ArcelorMittal), che non aveva i mezzi o la volontà per diminuire l’impronta di carbonio e completare la transizione. È stata una gestione male impostata all’inizio dai governi di centrosinistra e, devo dire, ultimamente gestita malissimo anche dal governo Meloni, che è rimasto inattivo. Non ha preso decisioni, non è stato in grado di imporsi: siamo di fronte a un palese fallimento della politica industriale, ed è una cosa gravissima.
Un ritorno dello Stato nella proprietà potrebbe funzionare?
Sì, potrebbe funzionare. Lo Stato ha già nominato un comitato di advisor in cui è presente una figura competente come Davide Tabarelli, forse il massimo esperto in Italia di questioni energetiche. Lo Stato ha tutte le competenze per poter nazionalizzare l’Ilva, su questo non c’è alcun dubbio. Oggi l’unica via per salvare l’Ilva è la sua nazionalizzazione o la sua sottoposizione a una proprietà pubblica, trasformandola in un vero e proprio ente pubblico dell’economia, un po’ come era l’ENI delle origini. Abbiamo tutte le capacità professionali e tecniche per farlo: manca solo la volontà politica.
Se dovesse decidere oggi come impiegare le prossime risorse pubbliche, quali interventi finanzierebbe e quali condizioni imporrebbe?
Impiegherei i fondi per rimettere in piedi l’Ilva e l’intera nostra siderurgia. L’acciaio è un bene strategico il cui valore è destinato a crescere, non a diminuire. Anche se andiamo verso un mondo dominato dall’intelligenza artificiale, l’IA e il digitale necessitano di infrastrutture fisiche e metalliche che derivano dalla siderurgia. Questo mondo “impalpabile” che ci circonda si regge su data center, reti di trasmissione e infrastrutture materiali: tutte cose che richiedono l’acciaio. E se non lo produrremo noi, finiremo per comprare tutto dalla Cina.


