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Economia
Spagna-Italia, pari il derby dello spread. Ma Renzi prepara il jolly

Le tensioni geopolitiche tornate a salire dopo l'abbattimento, in circostanze ancora da chiarire, di un B777 di Malaysian Airlines con la morte delle 298 persone a bordo, i dubbi circa la tempistica con cui la Federal Reserve tornerà a irrigidire gradualmente una politica monetaria fin qui ultra rilassata, qualche perplessità circa l'effettiva capacità della Bce di stimolare la ripresa attraverso le aste di liquidità "condizionata" Ltro. Motivi per vedere uno stop del trend di riduzione degli spread tra i titoli di stato dei paesi "periferici" d'Europa rispetto ai Bund tedeschi non sono certo mancati in quest'ultima settimana, ma secondo molti al di là della volatilità di breve l'inversione di rotta partita dal luglio del 2012 (quando Mario Draghi, capo della Bce, si disse pronto a prendere "qualsiasi misura necessaria" per piegare spread che continuavano a salire minacciando di far finire in default tanto Madrid quanto Roma) dovrebbe nel corso dei prossimi mesi proseguire.

Se si guarda ad altri periodi storici di forti tensioni e successive distensioni dei mercati, come negli anni Novanta, si sarebbe anzi tentati dal prevedere per i titoli italiani e spagnoli una progressiva riduzione dagli attuali 1,5%-1,65% di maggior rendimento sui titoli decennali dei due paesi rispetto ai Bund di pari durata fino ad un livello di 0,5%-0,6% entro fine 2015 livello che si potrebbe considerare, spiegano gli analisti svizzeri, "normale". Il che non significa che non possano esserci momenti di tensione, ovviamente, né che gli investitori debbano comprare a piene mani tanto i Bonos quanto i Btp senza stare a fare troppe distinzioni. In realtà qualche distinzione viene già fatta ora, visto che i titoli decennali spagnoli pagano al momento un interesse del 2,63% annuo lordo e quelli italiani del 2,79% (i Bund oscillano sull'1,15%).

Ma cosa si deve guardare per fare una scelta oculata sia in termini di portafoglio (quali titoli acquistare) sia di timing (quando acquistare gli uni o gli altri) ed eventualmente di trading (quando passare da un titolo a un altro)? La risposta può sembrare scontata ma non lo è: l'unico vero fattore da tener d'occhio è la crescita economica. Una risposta che può sembrare ovvia se si pensa agli elevati livelli di debito (oltre il 130% del Pil nel caso italiano, vicino al 100% in quello spagnolo) e di deficit (oltre il 6,5% nel caso spagnolo, appena sotto la fatidica soglia del 3% per l'Italia). Non è però detto che sia chiaro a tutti come stanno andando i due paesi. Ebbene, confrontando gli ultimi dati disponibili gli esperti rossocrociati hanno notato anzitutto due cose: che le esportazioni spagnole stanno correndo più di quelle italiane e che la domanda interna sta recuperando in entrambi i paesi, ma nel caso di Madrid è già riuscita a dare un contributo positivo al Pil nel primo trimestre dell'anno, mentre in Italia ancora non è successo.

Il che spiega l'attuale preferenza per i titoli spagnoli e quindi il maggior rendimento che deve offrire il Tesoro italiano per veder sottoscritti i propri titoli. Cosa ha fatto la differenza? Si sarebbe tentati dal rispondere: le riforme strutturali (in particolare quella sul lavoro) che Madrid ha già varato e Roma ancora discute. Il che ha sicuramente senso in un paese dove il "confronto tra le parti sociali" sta impedendo ancora oggi di siglare un'intesa come quella che (forse) ridarebbe una qualche prospettiva ad un'azienda sostanzialmente decotta da anni come Alitalia ma sempre mantenuta in piedi da cordate di "imprenditori patrioti" e iniezioni di denaro pubblico in uno stato dove "pantalone" vede prelevato, tra tasse, accise, contributi e prelievi fiscali "straordinari" la metà o più del proprio reddito lordo. Ma la vera domanda è: servono dunque altre riforme strutturali "lacrime e sangue" all'Italia (ed eventualmente alla Spagna) per ripartire?

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