Vertice Onu ad Ankara, l’obiettivo è investire in difesa il 5% del PIL entro il 2035. Ma quanto spende l’Italia?
Occhi puntati su Ankara dove domani, 7 luglio, si terrà il vertice dei capi di Stato e di governo della NATO, primo grande banco di prova per l’Alleanza dopo l’obiettivo del 5% del PIL fissato lo scorso anno all’Aja. È quindi il momento giusto per guardare da dove si parte: l’ultimo rapporto annuale del segretario generale Mark Rutte fotografa un’Europa che, dopo anni di rincorsa, ha finalmente raggiunto la soglia minima di spesa per la difesa concordata nel 2014. Tutti i 32 Paesi membri hanno centrato per la prima volta l’obiettivo del 2% del PIL, anche se diversi lo fanno per il rotto della cuffia: Belgio e Spagna, ad esempio, sono passati in un solo anno da percentuali ben sotto la soglia (1,27% e 1,42% rispettivamente nel 2024) a un 2,00% esatto. Sulla stessa linea di minimo indispensabile si collocano anche Albania, Canada e Portogallo.
Quei dati, relativi al 2025, sono ormai il punto di partenza superato dagli eventi: ad Ankara la discussione non verterà più sul 2%, ma su come tradurre in pratica l’impegno preso all’Aja di arrivare al 5% del PIL entro il 2035 – un obiettivo su cui Washington continua a esercitare pressione, ritenendo poco credibile il percorso di alcuni alleati. Ma quanto spende il nostro Paese in difesa?
L’Italia sopra la soglia, ma non tra i migliori della classe
La risposta arriva dall’ultimo rapporto annuale dell’Alleanza Atlantica, secondo cui nel 2025 l’Italia ha destinato alla difesa il 2,01% del PIL, pari a 45,325 miliardi di euro. Il dato segna un salto notevole rispetto ai 33,420 miliardi (1,52% del PIL) del 2024: in termini percentuali, un incremento di quasi il 33% in un solo anno. Guardando all’arco più lungo, dal 2014 – quando la spesa italiana si fermava a 18,427 miliardi, l’1,13% del PIL – a oggi l’aumento sfiora il 98%, quasi raddoppiando in un decennio. Il posizionamento italiano resta comunque lontano dalla vetta della classifica NATO. A guidarla è la Polonia, che nel 2025 destina alla difesa il 4,30% del proprio PIL, seguita da Lettonia (3,74%) ed Estonia (3,42%) – tre Paesi che condividono un confine diretto con la Russia o la sua sfera d’influenza, il che spiega in parte l’urgenza dei loro investimenti. Sopra il 3% si collocano anche Danimarca e Norvegia. Gli Stati Uniti, dal canto loro, si fermano al 3,19%.
Il rapporto annuale del segretario generale sottolinea come il 2025 sia stato il primo anno in cui tutti i 32 Alleati, senza eccezioni, hanno superato la soglia del 2% concordata nel 2014. Nel complesso, la spesa per la difesa dell’Alleanza atlantica è salita al 2,77% del PIL aggregato, contro il 2,65% del 2024. Presentando i dati, Rutte ha parlato di un’Alleanza che oggi è più forte che mai, invitando però a non allentare la presa sull’obiettivo negli anni a venire. Il rapporto mostra anche come le due sponde dell’Atlantico si stiano muovendo in direzioni opposte: la spesa di Europa e Canada è cresciuta nel 2025 del 19,6% rispetto all’anno precedente, mentre quella statunitense è calata dell’1,38%. È lo stesso fenomeno già osservato nel confronto decennale: gli europei accelerano, Washington rallenta la crescita pur restando il contributore più grande in termini assoluti.
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Il paradosso americano: più soldi, meno PIL
Proprio il dato USA racconta una dinamica interessante. In termini assoluti la spesa statunitense è cresciuta, passando da 747 a 838 miliardi di dollari tra il 2014 e il 2025 (+12,2%). Ma poiché l’economia americana è cresciuta più velocemente della spesa militare, la quota sul PIL è in realtà scesa dal 3,71% al 3,19%. È un trend opposto a quello europeo: Germania su tutti, che nello stesso periodo ha più che raddoppiato il proprio sforzo, passando da 46,7 a oltre 105 miliardi di dollari (+125%). Questo scarto aiuta a capire uno dei nodi centrali del dibattito atlantico degli ultimi mesi: gli Stati Uniti continuano a coprire circa il 60% del bilancio complessivo della NATO, a fronte di una quota di PIL alleato che si ferma al 52%. È il principale argomento usato da Washington per chiedere all’Europa uno sforzo maggiore – e la ragione per cui il 2% non è più considerato un traguardo sufficiente.
Verso il 5%: la nuova asticella
Il segretario generale Mark Rutte ha definito il 2025 l’inizio di una fase nuova per la difesa comune dell’Alleanza, sostenendo che lo scenario di sicurezza attuale, più instabile e imprevedibile, richiede uno sforzo collettivo più deciso. Da qui la decisione, definita storica dallo stesso Rutte, di alzare l’asticella degli investimenti fino al 5% del PIL entro il 2035 – un obiettivo che comprende non solo le spese militari tradizionali, ma anche voci più ampie legate a infrastrutture, sicurezza energetica e cyber-difesa. Per l’Italia questo significa che il traguardo del 2% raggiunto nel 2025 è già superato dagli eventi: il percorso verso il 5% impone un aumento costante e pluriennale della spesa, in un contesto in cui la produzione industriale della difesa europea dovrà crescere di pari passo, per evitare che l’aumento dei bilanci si traduca solo in maggiori acquisti di armamenti statunitensi.
Non è un caso che, insieme ai target di spesa, la NATO insista sempre di più sulla necessità di aumentare la capacità industriale europea. Rutte stesso ha sottolineato come il rischio, altrimenti, sia quello di destinare più risorse alla difesa senza che l’industria alleata sia in grado di trasformarle in capacità operative reali – un tema che si intreccia direttamente con la partita, tutta politica, di quanto dell’aumento della spesa europea finirà per tradursi in commesse a beneficio dell’industria americana.
Cosa aspettarsi da Ankara
È in questo contesto che si apre il vertice di Ankara, il 7 e l’8 luglio. Per l’Italia il quadro è già cambiato rispetto ai dati 2025 illustrati sopra: nel 2026 la spesa per difesa e sicurezza è salita al 2,8% del PIL, includendo per la prima volta anche voci legate alla sicurezza interna (circa 15 miliardi, pari allo 0,71%) accanto a quelle più propriamente militari – un segnale della lettura più ampia che Roma dà al concetto di sicurezza, tra infrastrutture, energia e difesa informatica.
Sul tavolo del summit ci sarà soprattutto la cosiddetta “NATO 3.0”: la formula con cui Rutte descrive un’Alleanza in cui gli Stati Uniti restano pienamente impegnati, ma il peso della difesa convenzionale del continente passa sempre più nelle mani degli europei. Tra i dossier attesi, un nuovo pacchetto di sostegno militare all’Ucraina da 70 miliardi di euro l’anno, sia per il 2026 che per il 2027, e la conferma dell’impegno collettivo all’articolo 5 del Trattato, con la Russia indicata come minaccia di lungo periodo per la sicurezza euro-atlantica. Resta però un’incognita che i numeri da soli non spiegano: quella di Donald Trump, che nelle ultime settimane ha più volte messo in dubbio la credibilità degli sforzi di alcuni alleati sulla strada verso il 5%, mentre l’amministrazione USA ha fatto sapere che negli acquisti militari premierà i Paesi più rapidi ad adeguarsi ai nuovi target. Il vertice di Ankara sarà quindi anche il primo test concreto per capire se i numeri raccolti nel rapporto di Rutte basteranno a convincere Washington che l’Europa fa sul serio.

