di Andrea Deugeni
@andreadeugeni
Prima il caso Grecia e le conseguenti accuse di ottusità da parte del mondo accademico degli economisti all’ortodossia tedesca del rigore. Miope nel capire che l’austerity costituisce più una dose letale che una cura efficace in grado di rimettere in piedi l’economia di un Paese. Miopia che sta alimentando i crescenti nazionalismi anti-Bruxelles che rischiano di affossare così il progetto europeo.
Poi, la strage Germanwings e l’emergere di tutta l’inefficienza dei controlli interni di uno dei colossi mondialì delle compagnie aeree come Lufthansa, controlli incapaci di intercettare il malessere di un pilota, spia della rigidità di una società che, per qualche osservatore, deve iniziare a fare i conti con se stessa.
Ora, il caso Volkswagen che sta mettendo in ginocchio, almeno in Borsa (il titolo ha bruciato già un terzo della propria capitalizzazione), il primo gruppo automobilistico al mondo. Colosso colpevole di aver truccato volontariamente per anni i motori negli Stati Uniti al fine di superare i test sulle emissioni ambientali (dopo le spiate dell’Nsagate ai telefoni di Angela Merkel, Washington e Berlino ora stanno uno a uno). Una bufera che rischia di infliggere un colpo mortale alla credibilità della casa di Volksburg che nel primo semestre di quest’anno, mentre internamente si consumava un crudissimo regolamento di conti, era faticosamente riuscita a mettere il muso avanti alle dirette concorrenti Toyota e General Motors nella conquista del primato mondiale delle quattroruote.
“Un colpo al mito della Germania superaffidabile“, ha sentenziato stamane sull’accadimento in un’intervista rilasciata a Repubblica Heribert Prandtl, membro della direzione del quotidiano Sueddeutsche Zeitung. E in effetti, lo scandalo della Vw con il capo del gruppo, l’ingegner Martin Winterkorn che fino a qualche giorno si aggirava per il Salone dell’Auto di Francoforte con gli strumenti ad hoc per certificare la perfezione della meccanica tedesca esaltandone la precisione (tutta scena, quindi!), sono un terribile danno d’immagine per tutta l’industria della prima manifattura d’Europa. Una potente violazione del dogma della sostenibilità che può intaccare la credibilità non solo di un modello aziendale (quello della cogestione) esaltato da più parti, ma di tutta una classe manageriale che ha sempre fatto della ricerca della qualità la ricetta fondamentale per vincere la sfida della concorrenza sui mercati internazionali. Ricetta in grado di neutralizzare anche il poco competitivo cambio euro/dollaro a 1,4.
In terra teutonica, la politica, per bocca del vicecancelliere in quota Spd Sigmar Gabriel, ha subito fatto sentire la propria voce chiedendo la chiara individuazione delle responsabilità. Forse perché, dopo i fatti del 2015, è ben consapevole che l’aura della Germania Felix non è più così luminosa. Ne vanno di mezzo l’egemonia di Berlino nello scacchiere del potere in Europa e, in Germania, la riconferma alla Cancelleria di Frau Angela, tesa ad eguagliare il record del proprio padre politico Helmut Kohl.

