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Esteri
Brexit: come non utilizzare la politica estera per risolvere le lotte interne

di Giuseppe Vatinno

La vicenda della Brexit in UK, analizzata dall’esterno, ci fa capire come in tutto il mondo la politica sia sempre la stessa e che in Italia abbiamo una pericolosa predisposizione all’autodenigrazione e all’esterofilia immotivata.
Quello che è successo in un paio di settimane in Inghilterra è molto significativo; neppure una sceneggiatura cinematografica avrebbe potuto fare di meglio.
Partiamo dalla considerazione base.
L’uscita della Gran Bretagna dalla Unione europea è stato solo il portato di una lotta di potere nel partito conservatore (Tory) al governo; David Cameron era stato costretto a siglare un patto con la sua minoranza interna per essere rieletto nel 2015 (dopo la prima vittoria del 2010): indire il pericolosissimo referendum sulla Brexit. Cameron, pur di governare un altro anno, ha accettato un patto scellerato che passerà alla Storia.

È chiaro che ora, in un partito instabile come i Tories, è avvenuta una vera e propria reazione a catena che ha visto la nascita di un nuovo governo guidata dalla premier May ed una serie di “omicidi” (e “suicidi”) eccellenti che non accenna a finire.
La prima vittima è stato naturalmente lo stesso David Cameron costretto dagli eventi alle dimissioni da Downing Street. Dimissioni dovute –data anche la sua posizione anti – Brexit- ed immediatamente accettate dalla Regina.

La seconda vittima che si è misteriosamente suicidata è stata poi Nigel Farage il papà storico della Brexit che subito dopo aver raggiunto il suo obiettivo ha annunciato le dimissioni da leader dal suo partito; la terza vittima è Michael Gove, già ministro della Giustizia che non è stato riconfermato nel nuovo esecutivo dopo aver tentato di fare le scarpe a Johnson per il premierato; l’eccentrico Boris già sindaco di Londra, pro Brexit, è stato convinto a fare un passo indietro nella corsa al premierato  ed è stato premiato con la nomina a ministro degli esteri.

Naturalmente, la nomina di Johnson a ministro degli esteri, ha provocato le proteste veementi della Ue e di Francia e Germania ancora altamente stizzite per l’uscita dell’ Isola atlantica.
Lo psicodramma dei Tories non risparmia però neppure il partito dell’opposizione, i laburisti, il cui leader Jeremy Corbyn è impegnato in un singolar tenzone con l’intero resto del partito mentre su Tony Blair si abbattono gli strali commissariali per l’ “ingiusta” ed immorale” guerra in Iraq.
Corbyn è stato accusato dal suo partito di non essersi impegnato sufficientemente per impedire la Brexit e così, al fine di farlo dimettere, si sono dimessi ben 19 su 30 “ministri” del suo governo ombra e poi sfiduciato dai parlamentari Laburisti con 172 voti contro 40. Nonostante questo Corbyn ha detto di non avere alcuna intenzione di dimettersi. In ogni caso il Labour terrà nuove elezioni per il suo segretario.
Insomma, a quanto pare, la Brexit ha colpito i tre partiti del Regno Unito: Conservatori, Laburisti e il partito di Farage l’Ukip; l’unica vittoriosa, per ora, è la nuova premier Theresa May, seconda donna a Downing Street dopo Margaret Thatcher.

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