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Centro memoriale della Repubblica Srpska: “Anche le vittime serbe fanno parte della memoria europea”

Dalle guerre mondiali agli anni Novanta, Denis Bojić racconta il lavoro del Centro memoriale e il rapporto tra memoria, identità e politica europea

Centro memoriale della Repubblica Srpska: “Anche le vittime serbe fanno parte della memoria europea”

Repubblica Srpska, Bojić: “Anche le vittime serbe devono trovare spazio nella memoria europea”

⁠⁠Perché è stato istituito il Centro memoriale della Repubblica Srpska e quali sono oggi i suoi principali obiettivi?

Il Centro memoriale della Repubblica Srpska è stato istituito con il compito di raccogliere, preservare e presentare il materiale storico riguardante la sofferenza del popolo serbo, ma anche di portare questo tema al di fuori dell’ambito in cui è rimasto per decenni, ovvero al di fuori della memoria familiare e di uno spazio nazionale ristretto. Quando oggi in Europa parliamo di «sofferenza del popolo serbo», è importante non pensare soltanto agli anni Novanta. Si tratta di una storia molto più ampia: la sofferenza dei serbi durante la Prima e la Seconda guerra mondiale, il Genocidio contro i serbi nello Stato Indipendente Croato (NDH), Jasenovac e il sistema dei campi di concentramento, la sofferenza dei civili e dei bambini, ma anche le persecuzioni e le pulizie etniche durante le guerre degli anni Novanta“.

Il nostro compito non è produrre una nuova storia, ma raccogliere e sistematizzare documenti e testimonianze, renderli accessibili e permettere che a parlare di essi siano anche coloro che finora non hanno avuto l’opportunità di conoscerli. È per questo che abbiamo lanciato la campagna internazionale «Conoscete la sofferenza del popolo serbo». Abbiamo iniziato a New York, proseguito a Vienna, e Roma è il prossimo passo. Vogliamo portare la storia nello spazio pubblico, perché oggi non è sufficiente preservare la verità se ad essa possono accedere soltanto coloro che sanno già dove cercarla“.

⁠Avete già raccolto più di 1.500 testimonianze audiovisive. Quanto è importante preservare le voci delle vittime e delle loro famiglie?

È una delle parti più importanti del nostro lavoro. Un documento ci dice che cosa è accaduto, ma una testimonianza ci mostra ciò che quell’evento ha fatto a una persona. Quando una madre parla del figlio che ha perso, quando un sopravvissuto parla di un campo di concentramento, di una persecuzione o della perdita della propria famiglia, non si tratta più soltanto di un dato storico. È una storia personale che rimane conservata attraverso la voce di chi l’ha vissuta“.

Siamo consapevoli che il tempo lavora contro di noi. Le persone che sono testimoni diretti degli eventi più drammatici oggi sono molto anziane. Se non registriamo ora le loro storie, perderemo la possibilità di ascoltarle direttamente da loro. Quando si ascolta e si vede un testimone, quando si sente la sua voce e si vede il suo volto, la storia acquista una dimensione diversa“.

Quali capitoli della sofferenza del popolo serbo sono, a Suo avviso, ancora poco conosciuti dall’opinione pubblica europea?

Il problema più grande è che la sofferenza del popolo serbo in Europa spesso non viene considerata come una storia nel suo insieme. La scarsa conoscenza di questa storia non è dovuta alla mancanza di fonti. I documenti ci sono, i ricordi familiari ci sono, i testimoni ci sono. Ma la politica, l’ideologia e il modo in cui la memoria pubblica è stata plasmata per decenni hanno influito su ciò che sarebbe entrato nello spazio più ampio della memoria europea e su ciò che sarebbe rimasto ai margini“.

Penso in particolare al Genocidio contro i serbi nello Stato Indipendente Croato (NDH), a Jasenovac e al sistema dei campi di concentramento per bambini. Sono temi che devono far parte del dibattito europeo sulla Seconda guerra mondiale. Ma ci sono anche gli anni Novanta, ulteriormente gravati dalle interpretazioni politiche nate durante la guerra stessa. Ancora oggi ci troviamo spesso di fronte a un’immagine semplificata di quel periodo, nella quale non c’è spazio sufficiente per tutte le sofferenze e per tutte le parti di una tragedia complessa. Lo abbiamo visto anche a Vienna. Le persone si fermavano, leggevano i contenuti, li fotografavano e chiedevano: che cosa è accaduto ai serbi, che cos’è Jasenovac, com’è possibile che non ne sapessimo di più? Quelle domande sono state per noi molto importanti, perché quando una persona pone una domanda, allora è pronta a conoscere“.

⁠Il Centro memoriale ricostruisce una memoria collettiva che comprende diversi periodi storici. Quanto sono importanti i documenti e le testimonianze dirette nella rappresentazione di questa storia?

Sono il fondamento di questo lavoro. La memoria collettiva non può basarsi soltanto sulle interpretazioni. Deve basarsi su documenti che possano essere verificati e sulle testimonianze delle persone che hanno vissuto gli eventi. Ma è altrettanto importante che la storia non venga osservata in modo frammentario. La storia del popolo serbo nel XX secolo è molto più complessa ed è per questo che, fin dall’inizio, abbiamo cercato di fare in modo che il lavoro del Centro memoriale non fosse limitato a un solo periodo. Il nostro obiettivo non è sostituire una narrazione con un’altra. Vogliamo riportare nel dibattito europeo fatti ed esperienze che al suo interno sono stati insufficientemente visibili. Questa è la differenza fondamentale tra propaganda e lavoro memoriale. La propaganda chiede di essere creduta. Un’istituzione memoriale deve permettere di vedere un documento, ascoltare un testimone, conoscere una vittima e porsi personalmente delle domande“.

Più di trent’anni dopo le guerre sul territorio dell’ex Jugoslavia, ritiene che vi siano ancora vittime e storie di sofferenza che non hanno ricevuto sufficiente attenzione internazionale?

Ce ne sono molte. Sono passati più di trent’anni e continuiamo a parlare con persone che hanno vissuto persecuzioni, campi di concentramento, la perdita di familiari e di proprietà. Questo, di per sé, dimostra quanto sia ancora incompiuto il processo della memoria. Ma qui è importante dire anche un’altra cosa. Non si tratta soltanto del fatto che alcune vittime non abbiano ricevuto sufficiente attenzione. Nel corso del tempo sono state create anche rappresentazioni semplificate delle guerre degli anni Novanta, nelle quali c’era poco spazio per la complessità della realtà e per le persone la cui esperienza non si adattava alle interpretazioni politiche dominanti“.

Noi non chiediamo che le vittime degli altri vengano sminuite affinché quelle serbe appaiano più numerose o più importanti. Questo non è il nostro obiettivo e non sarebbe un approccio serio alla storia. Ogni popolo ha il diritto di ricordare le proprie vittime, ma questo diritto non dà a nessuno il permesso di negare quelle degli altri. Allo stesso modo, l’uguaglianza nella memoria non significa equiparare eventi storici differenti. Significa che ogni vittima deve avere il diritto di essere studiata, nominata e preservata sulla base dei fatti. Proprio per questo per noi è importante che l’esperienza serba non venga considerata al di fuori dell’Europa, ma come parte della storia europea“.

⁠Qual è, a Suo avviso, l’attuale status politico dei serbi nell’Europa contemporanea?

Oggi i serbi sono un popolo che, dopo la guerra, la dissoluzione e lo smembramento della grande Jugoslavia multinazionale, è rimasto senza il diritto di vivere in un unico Stato nei territori nei quali è presente da secoli. La Serbia, Stato sovrano del popolo serbo e degli altri popoli che vi vivono, è sottoposta a una pressione costante da parte dell’Occidente e di strutture burocratiche ultraliberali che promuovono apertamente la secessione illegittima del Kosovo e Metohija, provincia serba di importanza storica e identitaria, in contrasto con la Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con molte regole fondamentali del diritto internazionale“.

In Kosovo e Metohija, l’esistenza stessa e l’identità dei serbi sono letteralmente minacciate. Nonostante ciò, la Serbia cerca, attraverso il progresso sociale ed economico, di diventare un partner economico e politico legittimo per tutte le strutture e i centri di potere ben intenzionati. I serbi in Croazia, un tempo una comunità significativa e un popolo costitutivo, sono stati espulsi durante l’operazione «Tempesta» e operazioni analoghe e oggi sono ridotti a una minoranza nazionale che rappresenta circa il 3% della popolazione“.

In Bosnia ed Erzegovina, l’entità della Repubblica Srpska, il cui fondamento giuridico e la cui legittimità sono chiaramente e inequivocabilmente garantiti dagli Accordi di pace di Dayton, è sottoposta a un costante disprezzo e a tentativi di privarla dei suoi diritti, attraverso il rafforzamento delle istituzioni centrali della Bosnia ed Erzegovina a scapito delle competenze delle entità garantite dagli Accordi di Dayton“.

È in atto un tentativo di creare uno Stato a maggioranza musulmana, mascherato dalla narrazione dello Stato civico. Questo schema dimostra che il popolo serbo, nonostante la sua importanza storica e demografica nei Balcani, oggi non dispone di un’adeguata protezione politica dei propri diritti nell’ambito dell’architettura europea contemporanea, sebbene sia la Serbia sia la Bosnia ed Erzegovina, nell’ambito della quale si trova anche la Repubblica Srpska, siano ufficialmente sulla strada dell’integrazione europea“.

Tuttavia, oggi questo processo è molto incerto a causa degli stessi cambiamenti all’interno dell’UE, per effetto dei quali i cittadini hanno sempre meno pazienza e fiducia. Riteniamo pertanto importante che l’opinione pubblica europea, e in particolare quella italiana, consideri questa situazione liberandosi dagli stereotipi imposti e dalle interpretazioni unilaterali diffuse che per decenni hanno dominato il discorso dei media occidentali sui serbi“.

Qual è lo status internazionale della Repubblica Srpska?

La Repubblica Srpska da anni lotta, all’interno della Bosnia ed Erzegovina, per i diritti universali, mentre centri di potere burocratici europei distaccati dalla realtà cercano, attraverso l’istituzione dell’Alto rappresentante in Bosnia ed Erzegovina, come nel caso dell’ex burocrate tedesco Christian Schmidt, nominato illegalmente e fallimentare, di imporre soluzioni contrarie alla volontà democratica del popolo serbo, ma anche degli altri popoli della Bosnia ed Erzegovina“.

Riteniamo inaccettabile che, nell’Europa moderna, uno straniero privo di poteri legislativi chiari e limitati agisca come strumento di governo al di fuori del controllo democratico, emanando «leggi» e modificando l’ordinamento politico del Paese al di fuori della volontà elettorale dei cittadini. Questa pratica ricorda un modello di governo coloniale e mina la fiducia nello Stato di diritto e nelle istituzioni democratiche. Tali pratiche continuano attraverso l’abuso delle istituzioni giudiziarie e di altre istituzioni, attraverso tentativi di punire politicamente il popolo serbo e leader come Milorad Dodik e di limitare la volontà democratica del popolo“.

È inaccettabile, sul piano dei valori, che i meccanismi giudiziari vengano trasformati in uno strumento di scontro politico e di modifica della volontà elettorale dei cittadini, invece di servire a una giusta applicazione della legge. Riteniamo inammissibile che funzionari vengano processati sulla base della decisione di un singolo amministratore straniero, senza una procedura democratica chiara e legittima di nomina e di decisione. Nessun procedimento giudiziario può sostituirsi alla volontà democratica dei cittadini né può diventare un modo per aggirare il processo elettorale, come avviene proprio quando le accuse si basano su manipolazioni collettive e ideologicamente orientate, anziché su una reale violazione della legge. Siamo lieti che nella nostra battaglia sul piano dei valori abbiamo sempre più alleati a livello internazionale: dalla nuova amministrazione degli Stati Uniti, a Israele, fino alla tradizionalmente vicina Russia“.

⁠Come dovrebbe essere considerata questa situazione nella prospettiva europea?

Per quanto riguarda l’Europa e il contesto geopolitico, consideriamo la nostra lotta una lotta per i valori: ci battiamo per i principi democratici, per il diritto internazionale e per l’uguaglianza di tutti. Siamo consapevoli dei problemi legati alle migrazioni incontrollate e dei pericoli del radicalismo islamico con i quali ci confrontiamo da anni, fin dalla sanguinosa guerra civile, nella quale hanno partecipato numerose unità di mujaheddin provenienti dal Medio Oriente al fianco dei musulmani bosniaci, commettendo crimini efferati contro serbi e croati, cioè contro cristiani“.

Vogliamo sottolineare la pericolosità per l’Europa dell’alleanza tra strutture ultraliberali prive di radicamento nazionale e ambienti islamisti. Cerchiamo di preservare i nostri valori cristiani e tradizionali, la famiglia, la fede, l’identità culturale e il diritto di decidere autonomamente sulle questioni che incidono direttamente sulla nostra vita. Riteniamo che ciò non sia in contrasto con lo stile di vita moderno, il progresso sociale e la convivenza nel Mediterraneo e in Europa in generale“.

⁠Quale messaggio vorrebbe trasmettere all’Italia e all’Europa attraverso il lavoro del Centro memoriale?

Non chiediamo all’Europa di ricordare al posto nostro. La responsabilità di preservare la memoria delle proprie vittime è innanzitutto nostra. Ma quando l’Europa parla della propria storia, delle guerre, del genocidio, delle vittime civili, dei diritti umani e della cultura della memoria, allora in questa memoria deve esserci spazio anche per le vittime serbe.Non chiediamo che i serbi siano al di sopra degli altri. Chiediamo che non siano al di sotto degli altri. Per questo Roma è importante per noi. Non veniamo in Italia per dare lezioni di storia a nessuno. Veniamo per mostrare documenti e storie umane che devono far parte di un più ampio dibattito europeo“.

Credo che l’Europa non possa avere una memoria veramente comune se alcune vittime vengono ricordate di più e altre di meno. E il nostro vero successo non sarà fare in modo che qualcuno, dopo una sola mostra, cambi la propria opinione. Il successo sarà se qualcuno si fermerà davanti a una nostra testimonianza e dirà: «Di questo non sapevo abbastanza. Voglio saperne di più». Perché non chiediamo che ci credano sulla parola. Vogliamo che verifichino. E che, quando un giorno parleranno del XX secolo europeo, sappiano che in quella storia ci sono anche le vittime serbe“.