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Ceuta, Sánchez costretto a dichiarare l’emergenza. Un fallimento che potrebbe costargli assai caro

Il passo indietro sui migranti del premier spagnolo per Procaccini è un segnale della bontà della linea portata avanti dal governo Meloni

Ceuta, Sánchez costretto a dichiarare l’emergenza. Un fallimento che potrebbe costargli assai caro

Per settimane il governo spagnolo ha provato a ridimensionare la portata della crisi migratoria esplosa a Ceuta, respingendo gli allarmi arrivati dall’Italia e accusando Roma di alimentare tensioni ingiustificate. Ora, però, la realtà ha costretto Pedro Sánchez a cambiare linea: il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha riconosciuto la situazione di Ceuta come una questione di interesse per la sicurezza nazionale e Madrid ha deciso di istituire un comando unico per coordinare la risposta all’emergenza. Una svolta che, secondo Nicola Procaccini, europarlamentare di Fratelli d’Italia e copresidente del gruppo ECR al Parlamento europeo, certifica il fallimento della politica migratoria socialista e dà ragione alla linea di fermezza portata avanti dal governo Meloni.

“Dopo un mese di tentativi di sminuire la tragedia di Ceuta e di isterici attacchi all’Italia, il governo Sánchez è costretto a dichiarare lo stato di emergenza per la sicurezza nazionale a Ceuta”, afferma Procaccini. “È la certificazione della pericolosa ipocrisia di Pedro Sánchez, modello della sinistra italiana, che invece di affrontare l’emergenza a Ceuta se ne stava beatamente in vacanza. Ora Madrid istituisce persino un comando unico per gestire una crisi definita “straordinaria”.

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I numeri spiegano la portata dell’accaduto. Secondo quanto riferito dalla televisione pubblica spagnola, circa 72 mila migranti hanno attraversato il confine tra Marocco e Ceuta nelle giornate del 30 e 31 luglio e oltre 8 mila si troverebbero ancora nell’enclave. Dopo settimane di polemiche e richieste provenienti anche dalle autorità locali, il governo centrale ha dunque accettato di affidare a un’unica cabina di regia la gestione della crisi. Una decisione arrivata quasi un mese dopo l’inizio dell’emergenza, come sottolineato anche dalla stampa spagnola.

“La vicenda segna un altro punto a sfavore del modello dell’accoglienza indiscriminata sostenuto per anni dalla sinistra europea. Un’impostazione fondata sull’idea che la gestione dei flussi potesse essere affidata quasi esclusivamente all’accoglienza successiva agli arrivi, senza una strategia sufficientemente efficace sul controllo delle frontiere, sui rimpatri e sul contrasto ai trafficanti”, afferma una qualificata fonte diplomatica di Bruxelles.

Il modello proposto dal governo Meloni, invece, sembra partire da un principio opposto: prevenire le partenze irregolari, rafforzare le frontiere esterne dell’Unione, colpire le reti criminali e costruire accordi con i Paesi di origine e transito. Non una chiusura verso l’immigrazione regolare, ma la distinzione tra chi entra attraverso canali legali e chi si affida ai trafficanti. È la linea che l’Italia ha cercato di trasferire anche sul piano europeo, ottenendo un progressivo spostamento del dibattito verso la difesa delle frontiere, le procedure accelerate, i rimpatri e la cooperazione con i Paesi terzi.

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La decisione italiana di ripristinare temporaneamente controlli selettivi per gli arrivi dalla Spagna era stata presentata da Madrid e dalle opposizioni italiane come una misura sproporzionata. Il successivo riconoscimento da parte spagnola della rilevanza nazionale della crisi indebolisce però quelle accuse: il rischio esisteva e richiedeva strumenti straordinari. Anche Bruxelles ha appoggiato la costituzione del comando unico, chiedendo contemporaneamente di accelerare i rimpatri.

La crisi di Ceuta rischia di trasferirsi presto dal confine marocchino all’aula del Congresso. Secondo le indiscrezioni che circolano a Madrid, il Partido Popular potrebbe tornare a valutare già a settembre una mozione di censura contro Pedro Sánchez, ipotesi rinviata all’autunno dopo che, a giugno, i popolari avevano constatato l’indisponibilità di Junts e del PNV a sostenere immediatamente una maggioranza alternativa. La questione potrebbe riaprirsi dopo i prossimi voti parlamentari sulla gestione dei migranti, sui trasferimenti dei minori arrivati a Ceuta e sulle misure richieste dall’opposizione.

La fragilità numerica del governo è evidente. Lo scorso 25 giugno il Congresso ha approvato, con 178 voti favorevoli e 171 contrari, una mozione del PP che invitava Sánchez a sottoporsi a una questione di fiducia e a dimettersi in caso di sconfitta. A votare insieme furono PP, Vox, Junts e UPN. La risoluzione non era vincolante, ma mostrò che, almeno su determinati provvedimenti, può formarsi alla Camera una maggioranza alternativa a quella dell’investitura. I sette deputati di Junts sono quindi determinanti.

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In Spagna, tuttavia, la mozione di censura è “costruttiva”: per approvarla non basta sfiduciare il premier, ma occorre raggiungere almeno 176 voti e indicare contestualmente un candidato alternativo alla guida del governo. Con l’appoggio dei catalani, il blocco formato da PP, Vox e UPN avrebbe aritmeticamente i numeri; politicamente, però, l’intesa resta tutt’altro che scontata. Junts ha escluso finora di voler investire Alberto Núñez Feijóo e ha posto come linea rossa qualsiasi ruolo di Vox, pur continuando a chiedere elezioni anticipate e accusando Sánchez di non disporre più di una maggioranza stabile.

La crisi migratoria potrebbe aumentare la distanza. La portavoce di Junts al Congresso, Míriam Nogueras, ha avvertito che il partito non concederà il proprio voto al governo se la Catalogna sarà coinvolta nel trasferimento dei minori arrivati a Ceuta. È su questo passaggio che il PP punta a mettere in difficoltà Sánchez: un voto comune delle opposizioni sulla politica migratoria non determinerebbe automaticamente la caduta dell’esecutivo, ma potrebbe preparare il terreno politico per una successiva iniziativa parlamentare.

La stessa opposizione catalana descrive ormai l’esecutivo in condizioni di “estrema debolezza”. Il deputato di Junts Josep Maria Cruset ha sottolineato che il governo non possiede una maggioranza sufficiente ed è incapace di presentare e approvare nuovi bilanci. Sánchez può formalmente restare alla Moncloa anche senza approvare i principali provvedimenti, ma il rischio è quello di una lunga paralisi parlamentare, nella quale ogni voto deve essere negoziato separatamente con forze che non si considerano più parte organica della maggioranza.

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Gli analisti spagnoli invitano comunque alla prudenza. Il politologo Pablo Simón considera “bassissime” le possibilità di successo di una mozione di censura, perché Junts e PNV non avrebbero, almeno per ora, interesse a favorire un governo dipendente dalla destra. Simón ha però indicato proprio settembre come il momento nel quale il quadro potrebbe diventare più chiaro, anche in relazione agli sviluppi giudiziari e alla capacità dell’esecutivo di superare le votazioni parlamentari. Anche Lluís Orriols, docente di Scienza politica all’Università Carlos III di Madrid, giudica “molto poco probabile” un accordo tra Junts e PP.

Il punto, tuttavia, è che la sopravvivenza di Sánchez continua a dipendere da un partito che ha rotto l’accordo con il PSOE e che può sconfiggere il governo nelle votazioni decisive. Ceuta ha inoltre accelerato un cambiamento più generale del dibattito spagnolo sull’immigrazione. L’arrivo di circa 72 mila persone in due giorni, con oltre 8 mila migranti ancora presenti nell’enclave secondo le autorità locali, ha reso politicamente difficilmente sostenibile l’idea che la crisi potesse essere affrontata soltanto attraverso l’accoglienza e la redistribuzione. Madrid ha dovuto riconoscere la situazione come di interesse per la sicurezza nazionale, istituire un comando unico e rafforzare il coordinamento con il Marocco. Bruxelles, sostenendo la nuova cabina di regia, ha chiesto anche un’accelerazione dei rimpatri.

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Le rilevazioni private pubblicate durante l’estate indicano il PP stabilmente davanti al PSOE e una forte crescita di Vox. Alcune proiezioni assegnano complessivamente ai due partiti più di 200 seggi, ben oltre la maggioranza assoluta del Congresso, mentre Sánchez toccherebbe uno dei livelli più bassi della legislatura. Il quadro non è uniforme — il CIS governativo continua a fornire stime più favorevoli ai socialisti — ma la tendenza registrata dalla maggior parte degli istituti indipendenti descrive un premier sempre più in difficoltà.

Ceuta può quindi trasformarsi nello spartiacque politico dell’autunno spagnolo. Sánchez aveva costruito una parte della propria immagine internazionale contrapponendo il presunto modello progressista di Madrid alla linea del governo italiano. Oggi è costretto a utilizzare parole e strumenti che fino a poche settimane fa contestava: sicurezza nazionale, comando unico, controllo delle frontiere e rimpatri.

La vacanza, come osserva Procaccini, è finita. E con essa rischia di finire anche l’illusione secondo cui l’immigrazione irregolare possa essere governata limitandosi ad accogliere. A Ceuta insomma, parafrasando una famosa frase di Primo Levi, potrebbe fermarsi l’avventura di Sánchez alla guida del governo.

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