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Esteri
Covid in Cina, Europa in ordine sparso: Italia più esposta a ritorsioni di Xi

Niente tamponi obbligatori, l'Europa lascia la patata bollente ai singoli governi

L'Unione europea si inchina parzialmente alla Cina. Dopo la minaccia di ritorsioni da parte di Pechino sulle misure imposte a tutti i passeggeri provenienti dalla Repubblica popolare cinese, Bruxelles non introduce il tampone obbligatorio per gli arrivi dalla Cina. Il test sarà solo "suggerito". Altro segnale che l'Europa non vuole fare a meno del gigante asiatico. Il ruolo decisivo sarebbe stato giocato dalla Germania che si sarebbe opposta all'approccio duro, non a caso dopo la visita del cancelliere Olaf Scholz a Pechino di inizio novembre, durante la quale è andato in scena un incontro con Xi Jinping che ha fruttato diversi bonus a livello commerciale per Berlino.

La formulazione delle azioni rimanenti lascia ai paesi un discreto margine di manovra. Sono "fortemente incoraggiati" a introdurre l'obbligo di effettuare test negativi prima della partenza 48 ore prima di lasciare la Cina, così come sono "incoraggiati" a sottoporre a test casuali i passeggeri in arrivo dalla Cina e a sequenziare i risultati positivi. I paesi sono anche "incoraggiati" a testare e sequenziare i campioni di acque reflue provenienti da aeroporti e aerei dalla Cina e a promuovere campagne di vaccinazione e condivisione dei vaccini.

L'approccio coordinato arriva dopo che diversi paesi dell'Ue, tra cui Italia, Spagna e Francia, hanno introdotto misure di viaggio unilaterali. Anche il Regno Unito richiede test prima della partenza, a causa della mancanza di dati affidabili dalla Cina. Gli Stati Uniti, il Giappone e l'India hanno attuato misure simili, mentre il Marocco ha vietato completamente gli arrivi di cinesi.

Tuttavia, nessuna delle misure concordate è obbligatoria, lasciando ai singoli paesi la possibilità di decidere se attuarle o meno. E questo fa discutere, perché in molti si aspettavano che sarebbe stata presa una decisione a livello comunitario, in grado anche di ridurre i rischi di ritorsioni di Pechino per i singoli stati membri. Così non è accaduto e ciò significa che le misure saranno attuate in maniera discontinua e che chi le implementerà in maniera decisa rischia di subire conseguenze sul piano diplomatico e commerciale senza l'ombrello dell'azione comunitaria.

Il no dell'Austria ai test obbligatori e la cautela tedesca

Per questo, proprio l'Italia sarà tra le più deluse dalla mancata previsione dell'obbligatorietà, perché si troverà a far fronte a possibili ostacoli sul suo rapporto con Pechino proprio mentre si prevede nei prossimi mesi il viaggio della premier Giorgia Meloni a Pechino su invito di Xi. A opporsi in maniera esplicita all'obbligatorietà dei test è stata l'Austria. 

"Dopo oltre due anni di rigide misure cinesi, è caduto l'ultimo grande ostacolo alla libertà di viaggio", ha dichiarato il ministro del Turismo austriaco, Susanne Kraus-Winkler. "Per il turismo europeo e austriaco, questo annuncia il ritorno del più importante mercato asiatico per le prossime stagioni turistiche", ha aggiunto. Ma secondo diverse indiscrezioni dietro la linea meno dura ci sarebbe la Germania di Scholz, che qualche settimana fa è stato il primo leader occidentale a visitare Xi a Pechino dall'inizio della pandemia. 

Poiché l'Ue si è impegnata ad abbandonare il petrolio e il gas russo a causa dell'invasione dell'Ucraina da parte della Russia, l'Austria e la Germania sono particolarmente vulnerabili all'aumento della loro dipendenza dalla Cina. Anche a causa della loro decisione di non utilizzare l'energia nucleare, la Germania e l'Austria sono state fortemente dipendenti dal petrolio e dal gas russo per l'energia, mentre si sono impegnate a passare a fonti di energia rinnovabili.

Con la guerra in Ucraina che accelera la transizione dai combustibili fossili alle fonti energetiche alternative, l'Austria, la Germania e l'Europa in generale avranno sempre più bisogno di materie prime per pannelli solari, turbine eoliche e veicoli elettrici. Secondo l'Austrian Broadcasting Corporation, uno studio dell'Istituto economico tedesco ha evidenziato che la Germania importa circa il 45% dei suoi minerali di terre rare dalla Cina.

Per non parlare della dipendenza sul fronte delle esportazioni dei colossi tedeschi dell'automotive sul mercato cinese, un capitolo fondamentale dell'economia di Berlino.

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