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Esteri
Daniel Gros e le euro - minacce all'Italia

Tal Daniel Gros, che di professione fa il capo del Center for european policy studies (che gli paga lo stipendio?) di Bruxelles che si professa economista tedesco, sente l’impellente e irrefrenabile e non rimandabile necessità di dire la sua sul programma giallo - verde tra Lega e M5S.

Tra parentesi, si noti che questo delle esternazioni sull’Italia sia ormai divenuto una sorta di passatempo internazionale in cui indugiano gli eurocrati di Bruxelles e dintorni timorosi assai di perdere i loro privilegi e denari qualora si formasse il governo in fieri in Italia.

Sostiene Gros, "il solo fatto che qualcuno abbia pensato di inserire in un programma di governo assurdità come l'auto-perdono di 250 miliardi di debito, anche se poi se l'è rimangiato, aleggerà per sempre come una cappa inestinguibile sul vostro Paese. Senza contare il grossolano errore di attribuire alla Bce quello che sta nei forzieri della Banca d'Italia, che se li cancellasse farebbe un doppio danno al suo Paese". 

E continua: "Beh, l' avete sentito anche voi Grillo riprendere per l' ennesima volta il caso mentre la tempesta infuriava sui mercati. Non si rendono conto che Maastricht e le altre regole europee vincolano i Paesi e non i singoli governi. Questi possono cambiare, ma le regole europee sono lì, codificate". 

E poi il gran finale: l’  "l'Italia è isolata, e il suo anti-europeismo la isolerà sempre di più. E questo proprio nel passaggio più difficile, la fine del Quantitative easing e poi la dipartita di Draghi e i rialzi dei tassi".

Questo il tipo di interviste - minaccia, peraltro veicolate scientemente in Italia dalla solita Repubblica, che rilasciano i signori economici di Bruxelles che cercano di intimorire un popolo sovrano perché hanno capito che l’euro-pacchia sta finalmente finendo e che il mandato elettorale del 4 marzo è quello di un completo euroscetticismo.

Ricordiamo anche al signor Gros che già il Regno Unito ha brexato e anche l’Italia potrebbe seguirne il virtuoso esempio qualora non si rinegoziassero trattati capestro, a cominciare da quello di Dublino.

 

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