Elezioni Israele, Simonini (Domino): “Il voto arabo può spostare gli equilibri, ma chi governerà dovrà fare i conti con Trump e l’Iran”
Si gioca in queste ore il destino di Israele e, con esso, anche quello di una parte di mondo che, dopo il 7 ottobre, è chiamato a fare i conti con le conseguenze scaturite dall’ennesima frattura in Medio Oriente. Il futuro politico di Benjamin Netanyahu, la tenuta del Paese dopo tre anni di guerra, la possibilità di superare una profonda frattura interna: le elezioni confermeranno l’attuale leadership o apriranno la strada a un cambiamento? “Il fulcro risiederà nella scelta sul patto interno, ovvero su chi debba servire sotto le armi e chi possa restarne esentato, su chi debba rispondere del 7 ottobre e davanti a quale istituzione, su quale equilibrio debba reggere i rapporti fra governo, magistratura e Forze armate. Si tratterà di stabilire se il sistema iconografico costruito da Netanyahu abbia retto alla prova dei fatti oppure se occorra ricalibrare lo Stato ebraico attorno ad una nuova forma di מַמְלַכְתִּיּוּת (mamlachtiut), la statualità tanto cara a Ben Gurion“, dice ad Affaritaliani Franz Simonini, analista di Domino.
Con quel termine, ricorda Simonini, “il padre della patria designava la subordinazione di ogni lealtà di partito, di movimento e di comunità alle istituzioni universali dello Stato, unico titolare della forza e dell’educazione. Pilastro di quell’edificio era l’esercito di popolo chiamato a ripartire in egual misura il sacrificio fra tutti i cittadini, (forse) utile odiernamente per tentare di risolvere la lacerante convivenza con i prolifici ultraortodossi esentati dal servizio. A ciò si aggiungono le fratture che attraversano il paese, dagli haredim alle frange radicali mizrahi, fino agli arabo-israeliani, il cui peso demografico e politico cresce a scapito del nucleo fondatore askenazita”.
Il profilo di Eisenkot
Ma può davvero Gadi Eisenkot rappresentare un’alternativa politica credibile a Netanyahu? La risposta, per l’analista è si: “Ebreo mizrahi, figlio di immigrati marocchini e cresciuto in una famiglia operaia, capo di stato maggiore fra il 2015 e il 2019 e padre della dottrina Dahiya, che teorizza l’uso sproporzionato della forza quale strumento di deterrenza, Gadi Eisenkot incarna un profilo che il Likud fatica a delegittimare. Avendo pagato il tributo della guerra con la morte del figlio Gal, caduto a Gaza, e di due nipoti, gode di un’autorità morale che Netanyahu non può contrastargli. Elementi che potrebbero rivelarsi decisivi in un momento d’instabilità interna che soltanto l’incombere delle minacce esterne riesce, per ora, a tenere a freno”.
Sul piano programmatico, la distanza fra i due resta però esigua, dal momento che “anche lo sfidante deve assecondare l’umore di una popolazione che reclama a gran voce di concludere con una vittoria piena le operazioni a Gaza, in Cisgiordania e negli altri quadranti aperti, in primis l’Iran. La differenza sostanziale risiede piuttosto nell’origine non askenazita, che gli consente di rappresentare appieno, anche sul piano etnico, la nuova maggioranza dello stato ebraico”.
Dopo anni al centro della politica israeliana e le critiche per le falle nella sicurezza emerse il 7 ottobre, Netanyahu avrebbe dalla sua, “oltre alle acclamate vittorie tattiche sui diversi fronti aperti e alla decapitazione del vecchio regime iraniano, la capacità di decifrare gli apparati americani, maturata negli anni trascorsi oltreoceano come cittadino statunitense”. Un elemento, specifica l’analista, utile al perseguimento degli obiettivi dello Stato ebraico nella regione, giacché consente di volgere a proprio vantaggio le azioni dell’alleato.
“Sul piano politico gli va riconosciuta l’abilità di spostare il discorso pubblico sulla minaccia esterna ogniqualvolta riaffiorino le sue fragilità. Di converso, il 7 ottobre resta un vulnus, aggravato dal rifiuto di una commissione statale d’inchiesta indipendente, rimpiazzata dalla proposta di un organo di nomina politica che larga parte del paese ha percepito come un’autoassoluzione. Inoltre, tutti i fronti aperti non sono stati chiusi, a cominciare da quello esistenziale con la Repubblica islamica, cui si somma l’elemento prettamente politico del processo in atto per corruzione. Non va poi sottovalutato, in una società ‘spartana’ come quella israeliana, il simbolico elemento di contrasto fra il figlio del primo Ministro rimasto all’estero e il figlio caduto in combattimento dello sfidante. Immagine che potrebbe parzialmente pesare alle urne”, spiega Simonini.
Gli scenari
Il rapporto con Donald Trump difficilmente determinerà la direzione del prossimo governo israeliano. Secondo Simonini, gli interessi strategici di Washington e Gerusalemme sono destinati a prevalere sulle relazioni personali tra i rispettivi leader, nonostante il sostegno esplicito del presidente americano a Benjamin Netanyahu abbia rafforzato il premier presso una parte del suo elettorato, “che ancora guarda al primo Ministro con devozione, benché quell’affezione si sia logorata dopo i tentativi sull’intesa nucleare con Teheran”.
Un effetto, tuttavia, ridimensionato dai dati: in un sondaggio condotto nei giorni successivi all’annuncio, appena il 12% degli intervistati considerava l’appoggio di Trump un motivo per confermare il voto al Likud, mentre il 64% lo riteneva ininfluente. “Le due potenze condividono obiettivi ma ne coltivano anche di divergenti. Con chiunque esca vincitore dalle urne, Washington dovrà comunque trovare la quadra. Da un lato il piano della Casa Bianca per Gaza e l’allargamento degli Accordi di Abramo e, dall’altro, un alleato che non intende concedere nulla sullo Stato palestinese e mantiene la linea dura verso la Repubblica islamica”, spiega.
Qualunque sia l’esito del voto, la partita per la formazione del governo passerà dai partiti più piccoli e dalle alleanze necessarie a raggiungere la maggioranza alla Knesset. “Tanto il Likud quanto Yashar, il partito di Eisenkot, dovranno comunque fare i conti con le formazioni ultraortodosse, lo Shas di Aryeh Deri e l’Ebraismo unito della Torah guidato da Yaakov Asher, nonché con Otzma Yehudit di Itamar Ben Gvir, che i sondaggi danno in ascesa”, prosegue.
Il rischio è quello di una nuova paralisi politica, simile a quella che ha portato Israele a cinque elezioni tra il 2019 e il 2022: “Qualora nessuno raggiungesse la maggioranza, Netanyahu resterebbe alla guida di un governo di transizione nella pienezza dei poteri, anche in materia di guerra, fino a nuove elezioni nella prima metà del 2027, con la possibilità di un ulteriore rinvio, che la Legge fondamentale sulla Knesset subordina al voto di ottanta deputati, in caso di guerra aperta”.
Intanto, però, l’affluenza alle urne, indicata come la più alta degli ultimi cinquant’anni, con una partecipazione significativa della minoranza araba, aggiunge un elemento agli equilibri ancora da definire. Un rafforzamento della rappresentanza dei partiti arabi potrebbe, infatti, “accentuare la frammentazione della Knesset e rendere più difficile la formazione di una maggioranza“. Molto dipenderà, tuttavia, anche da come si distribuirà il voto tra mizrahi e askenaziti, le due componenti che attraversano la società ebraica israeliana: un dato che potrebbe rivelarsi decisivo per comprendere gli orientamenti dell’elettorato e gli scenari del dopo-voto.
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