"L'Europa è sempre un passo indietro e l'Onu ha fallito miseramente. Ecco perchè Meloni dirà no al Board of Peace" - Affaritaliani.it

Esteri

Ultimo aggiornamento: 19:43

"L'Europa è sempre un passo indietro e l'Onu ha fallito miseramente. Ecco perchè Meloni dirà no al Board of Peace"

Ad Affaritaliani, il Presidente di Nazione Futura Francesco Giubilei commenta gli ostacoli alla partecipazione dell'Italia all'organismo presieduto da Donald Trump

di Chiara Feleppa

Board of Peace, gli ostacoli e il freno dell'articolo 11. Francesco Giubilei: "L'Onu ha fallito. L'Ue? Sempre in ritardo sui dossier che contano"

È una partita a scacchi quella in corso nelle ultime ore tra Europa e Stati Uniti, un confronto dialettico e intricamente orchestrato, dove le pedine sembrano muoversi su traiettorie sempre più instabili e precarie, in un giocoforza di regole e interessi volto a non far saltare gli equilibri già precari. A fare il punto sulla delicata quanto complessa tensione geopolitica di questi giorni è Francesco Giubilei - figura di spicco e di rara versatilità dell'attuale panorama editoriale, culturale e politico - che traccia un quadro puntuale sugli scenari aperti, partendo da una delle tematiche più scottanti che brucia sui tavoli di Palazzo Chigi. 

"Ci sono dei limiti posti dalla nostra Carta fondamentale, che non può essere aggirata senza esplicite modifiche legislative o interpretazioni giurisprudenziali", dice ad Affaritaliani il Presidente di Nazione Futura. Il riferimento è - ça va sans dire - al nodo dell'invito formulato da Donald Trump a far parte del Board of Peace per Gaza, ora al vaglio del governo. Un'iniziativa che ha già visto "il gran rifiuto" da parte di Emmanuel Macron e a cui potrebbe presto far seguito il "no" di Giorgia Meloni, in linea con la posizione assunta dal Primo Ministro britannico Keir Starmer e dal Cancelliere tedesco Friedrich Merz. 

"Si tratterebbe, qualora confermato, di un rifiuto non spontaneo e dettato dall'articolo 11 della Costituzione, che consente la partecipazione a organizzazioni sovranazionali e a organismi multilaterali con il vincolo del principio di parità tra gli Stati partecipanti", spiega Giubilei, che sottolinea come, nel caso del Board of Peace, "questa parità sarebbe compromessa, perché Trump assumerebbe un ruolo di primus inter pares, con potere di nomina e coordinamento degli altri membri". 

“Questo comporta che ogni adesione va attentamente valutata”, sottolinea Giubilei, ricordando che la competenza in materia di politica estera e coordinamento internazionale spetta alla Presidenza della Repubblica, non all’esecutivo. E, infatti, da Sergio Mattarella - noto per il suo europeismo convinto e per l'adesione rigorosa ai principi del diritto internazionale - sarebbero già arrivate voci ostili e critiche sulla partecipazione al Board, che genererebbe molte perplessità. "Tra l'altro - prosegue Giubilei - ogni iniziativa dovrebbe emergere da una consultazione europea per assicurare una posizione unitaria dei principali Stati membri".

Sta di fatto che la clausola della “parità con gli altri Stati” sembra porsi come un ostacolo insormontabile, "e non esiste modo per aggirarla". Ma, sottolinea l'editore della Giubilei-Regnani, dal punto di vista diplomatico è difficile pensare al futuro concatenarsi di gravi conseguenze. "Rifiutare l’adesione non è automaticamente un atto di ostilità verso gli Stati Uniti. La chiave sta nel modo in cui viene comunicata la decisione: se motivata da vincoli normativi e non da una scelta politica, la legge italiana fornisce una base chiara e comprensibile anche a livello diplomatico. Tuttavia, l’esito concreto dipenderà dalle dinamiche tra Bruxelles e Washington e dalla capacità di trasmettere un messaggio unitario e coerente dell’Europa", prosegue Giubilei. 

Il Board of Peace e la prospettiva multilaterale

Ma, se è vero che "carta canta", è altrettanto vero che l'articolo 11 potrebbe offrire un'ancora di salvezza per sfilarsi da una partecipazione il cui effetto renderebbe tesi e imbarazzanti i rapporti con l'Organizzazione delle Nazioni Unite. Infatti, il Board si pone come un organismo eterogeneo e ambizioso, destinato a sostituire, nella visione statunitense, il ruolo tradizionale delle istituzioni multilaterali, con conseguenze potenzialmente destabilizzanti per l’architettura delle regole internazionali. "L’idea di Trump di creare un organismo parallelo all’Onu nasce da una percezione di inefficacia dell’organizzazione internazionale. Del resto, l'Onu sta agendo male, in modo insufficiente e spesso sbagliato", sottolinea Giubilei.

"Prendiamo il caso di Francesca Albanese, che non è stata ancora destituita dal suo incarico. L’Onu dispone di entità che dovrebbero reagire, ma talvolta lo fanno senza imparzialità, assumendo posizioni che sembrano scelte politiche, il che delegittima la sua autorevolezza", prosegue il Direttore, che poi invita l’Organizzazione delle Nazioni Unite "a cambiare e tornare alla sua vocazione originale, che negli ultimi anni sembra aver perso". La nascita del Board of Peace, insomma, sarebbe stata favorita dall'origine di un vuoto: "Quando un’entità sovranazionale come l’Onu perde autorevolezza, si aprono spazi per progetti alternativi, che potranno giocare in futuro un ruolo concreto". 

Gli scenari

Sta di fatto che, se l’Italia decidesse di aderire, si aprirebbero scenari legali e politici complessi, che richiederebbero un bilanciamento delicato tra tematiche di diritto costituzionale ed elementi di diplomazia multilaterale. "Iniziative di questo tipo modificano il ruolo dell’Italia nella geopolitica, spostando la partecipazione da una dimensione tradizionale a un contesto più flessibile e 'privatizzato' della diplomazia presidenziale", prosegue Giubilei. Ci sono poi gli interrogativi circa la presenza di leader controversi, come Putin, Erdogan, o Netanyahu.

"A livello israeliano la partecipazione non è unanime: la presenza di Turchia o Qatar suscita perplessità, mentre la partecipazione dell’Egitto è più accettata. La situazione palestinese, con Hamas ancora attivo nella Striscia di Gaza, rende complessa la fase di ricostruzione e mediazione, sottolineando quanto la stabilità in Medio Oriente resti fragile e condizionata da fattori multilaterali e regionali", prosegue Giubilei.

La funzione di "ponte transatlantico"

In questo scenario, sembra emergere la vulnerabilità della strategia di “ponte transatlantico” finora perseguita dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Dalle reiterate minacce alla sovranità territoriale della Groenlandia, con implicazioni dirette sull’integrità europea, fino alla prospettiva di una nuova escalation nella cosiddetta guerra dei dazi, la funzione di intermediario attribuitasi da Palazzo Chigi appare minacciata. Ancor più remota appare la capacità risolutiva dell'Unione Europea, che secondo Giubilei "continua ad arrivare in ritardo sui dossier strategici".

Se, da un lato, i dazi annunciati lo scorso anno hanno portato a un coordinamento a livello europeo, dall'altro resta irrisolto il problema dell’approccio complessivo dell’Ue, che tende a muoversi in risposta alle iniziative altrui. In questo quadro, le posizioni critiche assunte da alcuni Paesi, come la Francia, nei confronti di Trump rischiano di alimentare una frattura tra Stati Uniti ed Europa che, secondo Giubilei, andrebbe evitata: "Io sono sempre dell’idea che l’approccio migliore sia quello dell’unità dell’Occidente". Una linea che mal si concilia, a suo giudizio, con "un linguaggio sopra le righe" e con "risposte sbagliate" da parte europea.

Emblematico, in questo senso, il caso della Groenlandia: "Oggi Ursula dice che investiremo in Groenlandia, ma la domanda che ci poniamo è: fino ad oggi l’Unione Europea non si era accorta che la Groenlandia fosse un territorio europeo?". Per Giubilei si tratta di un copione che si ripete su più fronti: "Perché arriviamo sempre sui dossier con anni di ritardo? Dall’Artico allo spazio - dove l’Europa non si è dotata di propri satelliti  - fino all’Ucraina: perché abbiamo dovuto aspettare che fosse Trump ad avviare delle trattative?", si chiede l'editore. Il nodo di fondo, conclude, è politico: "L'Unione Europea arriva in ritardo sui dossier che contano e dà priorità sbagliate, concentrandosi su temi irrilevanti come il linguaggio inclusivo invece che sulle vere questioni strategiche". 

Quanto all'Italia, si trova di fronte a un bivio delicato: la Costituzione pone limiti chiari all’adesione a organismi dove non vi sia parità tra Stati, ma la politica internazionale fa da contraltare, e richiede flessibilità e pragmatismo. Una possibile mediazione potrebbe emergere in contesti come Davos, dove la leadership italiana potrebbe negoziare una via di mezzo con Washington. Lo scopriremo, quasi certamente, tra meno di ventiquattr'ore. 

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