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Guerra Israele Gaza, ecco quando il dissenso non è antisemitismo
Gaza

Israele-Gaza, dissenso non è antisemitismo. Il commento 

La scure dell'antisemitismo brandita dallo Stato ebraico - e da molte delle sue Comunità sparse per il mondo - contro qualunque forma di dissenso espresso nei suoi confronti è un pericoloso atto intimidatorio e racchiude in sé i germi di una ancora più temibile forma di “razzismo” funzionale alla manipolazione del linguaggio, all'oscuramento della ragione e alla dissimulazione della verità. Chi brandisce la spada del proprio olocausto per offuscare i suoi crimini e giustificare lo sterminio di un altro popolo è in malafede. È evidente come una simile inversione di senso sia strumentale e abbia come primo obiettivo quello “rinfrescare” i sensi di colpa generati dalla Seconda Guerra Mondiale, ovvero la Shoah, e mettere sotto scacco l'interlocutore. In poche parole, ammutolirlo, ridurlo al silenzio, troncare sul nascere qualunque forma di conversazione o scambio dialettico sull’argomento.

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Uno dei più importanti filosofi del Novecento, Ludwig Wittgenstein, scriveva “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. Una proposizione spesso usata, distorcendone il senso, per liquidare qualunque argomento spinoso, compreso quello relativo al conflitto israelo-palestinese, adducendo come scusa la mancanza di conoscenza, da parte dell’uno o dell’altro interlocutore. A parte il travisamento dell’eroica e ascetica chiarezza di Wittgenstein, si è arrivati a un’ulteriore semplificazione delle ragioni del secolare conflitto. Odora di censura: lo si è condensato a una data, il 7 ottobre, e a un’azione, l’attacco di Hamas contro Israele e la sua popolazione, come se non ci fosse stato un prima. Come se 76 anni di oppressione israeliana ai danni dei nativi palestinesi, riassumibile in atti di deportazione, segregazione, persecuzione e spoliazione di ogni diritto e libertà, non fossero mai stati.

Contestare Israele, le sue politiche, il suo governo, le sue scelte e le sue condotte nella guerra a Gaza non fa di chi dissente un antisemita. Se proprio volessimo dargli a tutti i costi un'etichetta, potremmo dire che è antisionista, sebbene anche questa dicitura sia stata assimilata alla prima e come tale ritenuta perseguibile per Legge, sia negli Stati Uniti che in Europa. Il punto comunque è un altro: su quali basi si è arrivati ad assimilare qualunque forma di dissenso nei confronti di Israele e della politica portata avanti dal suo Governo come antisemita? Molti ebrei erano e restano radicali e strenui oppositori del Sionismo, di Netanyahu e della sua alleanza con la quale governa Israele. Secondo una frangia estremista ebraica sono dei traditori e rinnegati. Ma siamo sicuri sia davvero così? L’equivoco terminologico fra ‘dissenso’ e ‘antisemitismo’ sta generando una confusione dagli esiti incerti. Andando avanti su questa strada, ci sono buone probabilità di sfociare in una caccia alle streghe di proporzioni ben più gravi di quella che sta scatenando la Cancel Culture nel mondo.

La celebre frase, madre di molti tragici equivoci dei quali non abbiamo ancora smesso di pagar le conseguenze, "Una terra senza popolo per un popolo senza terra", fu ideata nel 1843 da un ecclesiastico britannico, cristiano sionista, tal reverendo Alexander Keith. Da allora non ha smesso di far danni ed è stata largamente usata sia negli ambienti cristiani favorevoli alla creazione dello Stato di Israele, sia da parte ebraica per avvallare l’insediamento di uno stato ebraico nella regione. Secondo alcuni studiosi, la frase non ebbe mai grande diffusione tra gli Ebrei sionisti. Di tutt’altro avviso è la storica israeliana Anita Shapira, la quale afferma che lo slogan ha avuto un discreto successo fra gli ebrei vissuti a cavallo fra il XIX e il XX secolo. In un caso o nell’altro, quel che è innegabile è l’effetto avuto sull’immaginario collettivo di intere generazioni, e la sua assoluta infondatezza. Formulato da chi in Palestina non aveva mai messo piede, è stato accettato come dogma da chi non aveva la più pallida idea di cosa o chi effettivamente ci fosse in Palestina.

Per meglio comprendere l’equivoco, val la pena dare i numeri circa l'effettiva composizione degli abitanti in Palestina al tempo in cui l'infelice frase venne concepita. Secondo lo storico tedesco Alexander Scholch, nel 1850 i residenti della Palestina erano circa 350.000, un terzo dei quali concentrati in 13 città; fra questi circa l'85% era mussulmano, l'11% cristiano e il 4% ebreo. In base a dati ottomani raccolti fra il 1918 e il 1920, risultavano 689.275 abitanti, dei quali 84.660 ebrei, e circa 70.000 cristiani. Dal censimento indetto dagli inglesi nel 1922, all'indomani dell'instaurazione del Mandato Britannico della Palestina, emerse che la popolazione era passata a 757.182 abitanti, suddivisa in 590.890 musulmani, 82.498 ebrei, 73.024 cristiani e 9474 abitanti appartenenti ad altri gruppi.

Riguardo poi la parola ‘genocidio’, sulla quale si dibatte impropriamente da mesi, nemmeno fosse proprietà privata ed esclusiva di una sola fetta di umanità, pochissimi hanno ricordato fino ad oggi che fu coniata per definire lo sterminio perpetrato dai turchi ai danni della popolazione armena. Coniata nel 1944 dal giurista polacco di origine ebraica Raphael Lemkin, venne pubblicamente usata nel processo di Norimberga del 1946. Ecco come la Treccani definisce il termine Genocidio: «grave crimine, di cui possono rendersi colpevoli singoli individui oppure organismi statali, consistente nella metodica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui, la dissociazione e dispersione dei gruppi familiari, l’imposizione della sterilizzazione e della prevenzione delle nascite, lo scardinamento di tutte le istituzioni sociali, politiche, religiose, culturali, la distruzione di monumenti storici e di documenti d’archivio, ecc. ecc. ».

E a proposito di dibattiti impropri spiace dover annoverare, nel lungo elenco di maître a pensée che in questi mesi hanno alimentato le polemiche terminologiche, anche Liliana Segre. L’infaticabile senatrice a vita, intervenendo a un convegno dal titolo “L’aumento e il cambiamento dell’antisemitismo dopo il 7 ottobre”, organizzato dal Memoriale della Shoah di Milano, ha dichiarato che “Quello che fa Israele non è un genocidio", esortando poi tutti a “non usare questa parola che è veramente spaventosa, un confronto simile diventa una bestemmia”.

Secondo il Centro Documentazione Ebraica Contemporanea-Cdec, solo nei primi quattro mesi di quest’anno si sono registrati 400 episodi di antisemitismo. Confrontando il dato con quello dei due anni precedenti, si vede che i fenomeni sono raddoppiati: da 230 nel 2022, a 454 nel 2023, lasciando pensare che quelli del 2024 saranno il triplo. Nel rapporto sull’antisemitismo nel mondo pubblicato dall’Anti-Defamation League, Ong internazionale ebraica statunitense, è riportato che “la guerra a Gaza ha scatenato uno tsunami di odio contro le comunità ebraiche in tutto il mondo”. Tuttavia, quello che questi studi non dicono, e non chiariscono, sono i criteri sulla base dei quali vengono classificati questi episodi. Paradossalmente, anche questo articolo potrebbe ricadere fra le forme di “antisemitismo” denunciate nei rapporti.

In attesa che i tribunali e la Storia giudichino e decidano se è o non è genocidio, quella in corso a Gaza è fuor di dubbio una carneficina di proporzioni industriali mai viste. Il drammaturgo newyorkese di origini ebraiche Tony Kushner, qualche mese fa, ha dichiarato che la guerra israeliana assomiglia molto a una pulizia etnica. E quel che si si sta consumando sotto i nostri occhi, in diretta, come un reality show, se non è un genocidio è comunque qualcosa che gli somiglia molto. Ed è una sconfitta per tutti. Una sconfitta per l’umanità, refrattaria all’orrore, incapace a discernere fra realtà e finzione, assuefatta alla banalità del male e privata di ogni traccia di amore e carità. Un’umanità che dimostra, ancora una volta, quanto non siano servite a nulla la Storia e la Memoria.

 






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