La trappola di Hormuz, l’allarme di Sequi: “La guerra doveva piegare l’Iran e invece lo ha rafforzato”
Mentre la tensione attorno allo Stretto di Hormuz sembra concedere una tregua e il piano in 14 punti cerca di tracciare una via d’uscita dalla crisi, il confronto tra Washington e Teheran entra in una nuova fase diplomatica. Sullo sfondo di un conflitto che ha scosso i mercati energetici globali, il memorandum siglato solleva interrogativi cruciali sulla reale tenuta degli equilibri geopolitici nel Golfo e sul futuro del dossier nucleare.
Siamo di fronte a una svolta reale e sostenibile o si tratta solo di un compromesso temporaneo destinato a naufragare? Ma soprattutto, chi sta cedendo di più tra la Casa Bianca e il regime degli Ayatollah in questo asimmetrico braccio di ferro economico e militare?
A fare il punto è l’ambasciatore Ettore Francesco Sequi – tra i più autorevoli diplomatici italiani, già Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri, ambasciatore d’Italia in Cina e Afghanistan e oggi presidente di Sorgenia – che ad Affaritaliani analizza la profondità dell’accordo e i suoi possibili sviluppi: “Il paradosso è evidente: gli Stati Uniti hanno vinto sul campo, ma il primo round del negoziato lo ha vinto Teheran”.
Ambasciatore, guardando ai 14 punti del memorandum, si può dire che questo accordo rappresenti più una vittoria di Donald Trump o dell’Iran?
“Se guardiamo il memorandum oggi, il vantaggio è iraniano. Trump aveva iniziato la guerra promettendo di fermare il nucleare, i missili e la proiezione regionale dell’Iran. Ma tutti questi dossier vengono rinviati. L’Iran, invece, ottiene subito ciò che gli serviva di più: respiro economico, ritorno del petrolio sui mercati e fine della pressione militare immediata. Per questo il paradosso è evidente: gli Stati Uniti hanno vinto sul campo, ma il primo round del negoziato lo ha vinto Teheran”.
Siamo di fronte a uno scambio equilibrato o una delle due parti ha ottenuto concessioni maggiori?
“L’Iran incassa oggi, gli Stati Uniti sperano di incassare domani. Teheran ottiene petrolio, liquidità e una prospettiva di reintegrazione economica. Washington ottiene soprattutto l’apertura di un negoziato sul nucleare. È un accordo asimmetrico. I benefici per l’Iran sono immediati e concreti. Le concessioni iraniane sono future e ancora da negoziare”.
Molti osservatori notano che i punti più controversi — come il programma nucleare l’uranio arricchito — vengono rinviati ai negoziati dei prossimi 60 giorni. Questo memorandum risolve davvero la crisi o semplicemente la congela?
“La congela. Le questioni che hanno portato alla guerra restano quasi tutte aperte: nucleare, uranio arricchito, missili balistici, Hezbollah e rete dei proxy regionali. Per questo non siamo davanti a una pace. Siamo davanti a un armistizio strategico. La guerra si è fermata perché era diventata troppo costosa per tutti. Ma le cause profonde dello scontro sono ancora lì”.
Se l’accordo reggerà, come cambieranno gli equilibri in Medio Oriente? Israele, le monarchie del Golfo e l’Europa devono considerare l’Iran un attore rafforzato?
“Sì, perché l’Iran non esce dalla guerra sconfitto ma è un attore con cui tutti devono trattare. Il regime è sopravvissuto, ha dimostrato di poter usare Hormuz come leva globale e ha costretto Washington a negoziare. Per Israele questo è il dato più inquietante.
Per il Golfo ce n’è un altro: missili e droni, cioè la minaccia che li colpisce direttamente, sono rimasti fuori dall’accordo. La vera domanda che oggi circola nelle monarchie del Golfo riguarda gli Stati Uniti: quanto è ancora affidabile la protezione americana?”
Al di là di chi possa rivendicare una vittoria politica, il piano in 14 punti le sembra un accordo realmente sostenibile oppure contiene compromessi troppo fragili per reggere nel tempo?
“È sostenibile solo se le due parti vogliono davvero arrivare a un accordo finale. Il problema è che americani e iraniani sembrano leggere lo stesso testo in modo diverso. Washington pensa di aver aperto la strada a forti limitazioni del programma nucleare. Teheran pensa di aver aperto la strada alla normalizzazione economica. Se queste due aspettative non si incontreranno, lo scontro sarà inevitabile”.

