Hormuz e Bab el-Mandeb, Bollino: “Più costi e inflazione, ma oggi abbiamo più alternative”
Mentre la crisi nello Stretto di Hormuz continua a pesare sulle rotte energetiche globali, anche Bab el-Mandeb torna al centro delle tensioni, aprendo un secondo fronte lungo una delle arterie più strategiche del commercio internazionale. L’instabilità dei due snodi rischia di complicare ulteriormente il transito delle merci e delle forniture energetiche, costringendo le compagnie a valutare rotte alternative, a partire dalla circumnavigazione dell’Africa, con inevitabili conseguenze su tempi e costi.
Ma quanto può pesare la crisi sul commercio mondiale e, soprattutto, sull’Europa? Il rischio riguarda non soltanto petrolio e gas, ma anche l’aumento dei costi di trasporto, le possibili pressioni sui prezzi e, a cascata, sull’inflazione. Per il Vecchio Continente il nodo diventa ancora più delicato alla vigilia dell’inverno, con le scorte da ricostituire e la possibilità che un rallentamento dei flussi di GNL dal Golfo renda ancora più urgente diversificare le fonti di approvvigionamento.
A delineare i possibili scenari è Carlo Andrea Bollino, Professore Ordinario di Economia Politica presso l’Università degli Studi di Perugia, Presidente dell’Associazione Italiana Economisti dell’Energia e già Presidente del GSE, che ad Affaritaliani analizza le conseguenze della crisi sulle rotte commerciali, i possibili effetti sui prezzi dell’energia e gli strumenti a disposizione dell’Europa per proteggere la sicurezza dei propri approvvigionamenti.
Dopo Hormuz anche Bab el-Mandeb è instabile: da lì passa il 12% del commercio mondiale. Quanto è grave avere due snodi critici contemporaneamente in crisi?
“La situazione non è certo facile, ma la globalizzazione del commercio mondiale, alla fine, è uno dei risultati recenti della storia economica che può contribuire a inquadrare la situazione in maniera meno catastrofica. È interessante il segnale del ministero della Difesa italiano, che ha già annunciato di voler contribuire all’operazione internazionale di messa in sicurezza per il transito commerciale dello stretto di Bab el-Mandeb”.
Con Bab el-Mandeb a rischio, quali alternative sono davvero praticabili? Suez regge? La circumnavigazione dell’Africa è sostenibile?
“La circumnavigazione dell’Africa è sicuramente possibile. Ha un costo aggiuntivo e si è già verificata in passato, quindi il problema è più di costi che di mancanza di approvvigionamenti, in questo momento, ovviamente”.
Che effetti immediati e di medio periodo avrà questa crisi sul commercio mondiale e, in particolare, su quello europeo?
“Le conseguenze immediate sono ovviamente di aggravio di costo e di mancanza di offerta, che potrebbe riflettersi prima sui prezzi e poi sull’inflazione generale. In una visione più globale, nel lungo periodo, nuovi accordi commerciali con nuove aree del mondo: certo, il Mercosur è stato, per esempio, un episodio interessante per l’industria, meno per l’agricoltura nazionale. Ma questi tipi di nuovi accordi sono sicuramente nell’agenda internazionale. Indipendentemente da come potrà essere realizzata, l’idea dell’Unione europea di avvicinarsi al Canada, ovviamente per vantaggi commerciali, fa parte di questi nuovi scenari. Anche in questo caso potrebbero esserci delle ripercussioni positive per l’industria e l’energia, negative per l’agricoltura, visto che il Canada è un grande produttore di grano”.
Quali ricadute possiamo aspettarci su petrolio, gas e materie prime se la crisi marittima nel Golfo si prolunga?
“La storia economica insegna che la risposta agli shock geopolitici sull’energia è andata, per fortuna, in un certo senso diminuendo. Ricordo che, con il primo shock petrolifero del 1973, con una riduzione del 3-4% dell’energia disponibile, il prezzo aumentò di quattro volte. Nel successivo shock del 1980, a una simile riduzione dell’offerta di energia per via della guerra Iran-Iraq, il prezzo aumentò ‘solo’, tra virgolette, del doppio. Oggi abbiamo visto che il prezzo del petrolio, durante il picco dell’inizio della guerra in Ucraina, arrivò a 110 dollari.
In questo frangente della crisi dello stretto di Hormuz è ancora intorno ai 100 dollari. Non è possibile prevedere un valore numerico del prezzo del petrolio, ma l’esperienza del passato potrebbe suggerire che maggiori flessibilità di approvvigionamento da altre parti del mondo dovrebbero, entro certi limiti, rendere sì fastidioso, ovviamente, ma sopportabile un prezzo elevato dell’energia in un periodo di tempo limitato”.
L’Europa fatica a ricostituire le scorte. Che cosa succede se il GNL dal Golfo rallenta proprio alla vigilia dell’inverno?
“Nel recente passato, alla mancanza di gas proveniente dalla Russia sono aumentati per l’Italia gli approvvigionamenti dall’Algeria e dall’Azerbaigian. Il viaggio recentissimo della nostra presidente del Consiglio Meloni in Norvegia fa capire, visto che la Norvegia è un grande esportatore di gas, che il governo italiano si sta muovendo con rapidità ed efficacia”.
Con Washington defilata, quali strumenti reali ha l’Europa per proteggere le proprie rotte energetiche e la sicurezza degli approvvigionamenti?
“Indipendentemente dal confronto sulla quantità e qualità della capacità militare degli Stati Uniti e dell’Europa, il segnale del nostro ministro Crosetto di voler contribuire a difendere la libertà di transito dello stretto di Bab el-Mandeb nel contesto internazionale è sicuramente un’indicazione che l’Europa sa e può fare”.


