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Esteri

Dopo la guerra-lampo, elezioni-lampo. Ma non è che una mera questione di simboli. Il 26 luglio scorso il Mali ha votato, ma chi ha vinto davvero questo primo turno di presidenziali è la Francia di Francoise Hollande. Hollande l’Africano, come lo canzona parte della stampa francese. Lo smacco agli Stati Uniti è palese, bruciante. Nei precedenti forniti dall’occidentale guerra al terrorismo di matrice islamica - incubo collettivo e retaggio bellico dell’11/09 - gli Usa non sono mai riusciti ad organizzare (e a vincere) libere elezioni democratiche nei teatri in cui sono intervenuti militarmente. Vedere, per esempio, alla voce Afghanistan e Iraq, i due disastri contemporanei a stelle e strisce per antonomasia.

Il 26 luglio Bamako si è svegliata presto, pur essendo una domenica di Ramadan. Colonne di cittadini riempivano le scuole adibite a seggi fin dalle prime luci del giorno. Uomini e donne con il portamento e la pazienza che è propria solo dei discendenti degli imperatori si apprestavano a scegliere il proprio nuovo presidente, dopo 18 mesi di crisi totale: l’ennesima ripresa della ribellione tuareg al nord, un colpo di stato militare a Bamako, l’occupazione di due terzi del paese da parte di pericolosi gruppi narcojihadisti, la guerra francese per liberare il nord e scacciare lo spettro d’Al Qaeda, una missione di peacekeeping dell’Onu. Tutto dimenticato, o quasi, grazie al più basilare degli esercizi democratici: il voto.

Anche se le elezioni sono andate per il meglio, con droni, elicotteri e soldati francesi e i caschi blu dell’Onu a pattugliare il nord e in particolare Kidal, un po’ di timore serpeggiava nella capitale maliana alla vigilia del primo turno delle presidenziali. Il Mujao (il Movimento per l’Unicità e la Jihad in Africa Occidentale, uno dei tre principali gruppi ribelli del nord) ha minacciato attentati in tutto il paese il giorno del voto. Perché le elezioni, nel XXI secolo, hanno perlopiù una portata simbolica. Per la Francia sono il sigillo di una vittoria militare e politica che potrebbe diventare un paradigma perfetto per il futuro della Francafrique. Per Al Qaeda and Co. sono il peccato originale, il patto col Diavolo Occidentale, uno schiaffo alla loro sha’aria. Per il Mali e i suoi cittadini sono la fine di un incubo durato anche troppo, l’unica possibilità concreta, forse, di rialzarsi dal baratro. Per la Comunità Internazionale, infine, queste elezioni sono il semaforo verde per riaprire il business degli aiuti (la conferenza degli “amici del Mali”, ossia dei partner tecnici e finanziari, tenutasi il 15 maggio scorso a Bruxelles ha promesso più di 3 miliardi di dollari d’aiuti alla stabilizzazione del paese, a patto che si svolgessero libere elezioni)(1).

Se si tiene conto delle diverse sfumature attraverso cui guardare il prisma delle elezioni in Mali, si capisce facilmente come mai interessi a pochi che centinaia di migliaia di maliani non abbiano potuto votare per via della fretta imposta da mamma-Francia e papà-Onu(2). Il Ramadan e la stagione delle piogge di un paese africano non potranno certo ritardare ancora il ritiro delle truppe francesi,(3) il passaggio del testimone (o della patata bollente, che dir si voglia) ai caschi blu dell’Onu e la ripresa degli affari. In quest’ottica vagamente geopolitica passa in secondo piano anche che, stando alle leggi elettorali del Mali, si andrà al ballottaggio il prossimo 11 agosto perché il candidato di punta, Ibrahim Boubakar Keità (detto da tutti IBK dalle iniziali del suo nome), non è riuscito a conquistare la maggioranza assoluta. Anzi, a livello di simbolismo, molto meglio avere un secondo turno, un testa-a-testa, dopo la scrematura degli altri 25 candidati di contorno.

Di fatto, sul piano della politica locale, che il prossimo 11 agosto vinca IBK o lo sfidante Soumaila Cissé cambierà veramente poco. E dire che la parola d’ordine di questa campagna elettorale in tempo-record è stata proprio “cambiamento”. In poco più di due settimane, però, è stato impossibile per i candidati “giovani”, i volti nuovi della scena politica locale, farsi conoscere dalla gente(4). Ed ecco dunque due vecchie volpi della Repubblica maliana, entrambi espressione rediviva dell’ancien regime, riaffacciarsi al proprio popolo presentandosi come interpreti del cambiamento.

IBK e Soumail Cissè, che hanno rispettivamente totalizzato il 39, 23% e il 19,44% dei voti al primo turno delle presidenziali, hanno partecipato entrambi ai governi di Alpha Oumar Konaré e Amadou Toumanì Touré, i padri-padroni della Repubblica del Mali. IBK è stato primo ministro dal 1994 al 2000. Si era già presentato due volte alle presidenziali, nel 2002 e nel 2007, lamentando frodi in entrambi i casi. Soumaila Cissé, di contro, è stato Ministro delle Finanze dal 1993 al 2000, oltre ad aver ricoperto, a partire dalla “rivoluzione democratica” del 1992, diversi ruoli influenti soprattutto in ambito economico. Entrambi sono stati formati in università francesi, come la quasi totalità dell’élite maliana. Ma, come sottolinea causticamente la stampa francese, “sono lontani i tempi in cui Modibo Keita diceva no al Generale de Gaulle e sì ai russi, i tempi in cui Alpha Oumar Konaré snobbava Jacques Chirac à Dakar, i tempi in cui Amadou Toumani Touré teneva testa a Nicolas Sarkozy sul dossier dei sans-papiers maliani in Francia”(5). L’unica differenza sostanziale fra i due candidati al secondo turno delle presidenziali è che il primo, IBK, ha incassato l’appoggio dei golpisti (è stato l’unico politico della vecchia guardia a non criticare apertamente il colpo di stato del Capitano Amadou Haya Sanogo del 22 marzo 2012), e quello dell’Alto Consiglio Islamico (vera e propria istituzione religiosa del paese).

Il vero dato interessante di queste elezioni è stato, invece, il tasso di partecipazione. Mai arrivato sopra il 32% nelle passate elezioni presidenziali - anche se il Mali fino all’anno scorso veniva annoverato in Occidente come uno dei rari esempi di democrazia africana - quest’anno ha toccato quasi quota 52%, cioè circa 3 milioni e mezzo di votanti su 6,8 milioni d’iscritti al voto. E via tutte le cancellerie del “mondo libero” a complimentarsi.

Nonostante la scarica di entusiasmo e la decisa volontà di rinascita dimostrata da questa tornata elettorale – che pare non si esaurisca ed anzi stia accompagnando il paese al ballottaggio del prossimo 11 agosto – i veri problemi del Mali (che destabilizzano l’intera regione sahelosahariana) sono ancora lontani dall’essere risolti: le istanze di autonomia dei tuareg del nord, la questione securitaria(6), le crisi alimentari sempre più ricorrenti, la cronica dipendenza dai donors internazionali, la debolezza economica e la sudditanza psicologico-politica dell’Era postcoloniale. Per queste e altre più profonde ferite che affliggono il Mali, la regione e l’intero continente africano non basteranno certo simboliche elezioni né tantomeno posticci attestati di democrazia.

Di Andrea de Georgio per l'Ispi (giornalista, collabora con Limes e Il Foglio, è corrispondente dal Mali)
 

 

(1) Dei 3,25 miliardi di dollari promessi 1,35 miliardi saranno stanziati dall’Unione Europea, di cui 539,2 milioni dalla Commissione Europea.

(2) Non hanno potuto votare per problemi organizzativi la maggior parte dei più di 500mila rifugiati nei paesi limitrofi dallo scoppio della guerra, circa 300mila neomaggiorenni non inseriti nell’ultimo censimento del 2009 e alcune migliaia d’espatriati della diaspora.

(3) Ce ne sono ancora circa 3200. Entro la fine dell’anno verrà completato il ritiro. Dopo dicembre in Mali resteranno fino a data da definirsi un migliaio di soldati francesi che costituiranno una speciale forza d’intervento rapido antiterrorismo.

(4) L’unica eccezione è stato Dramane Dembelè, arrivato terzo al primo turno con il 9,59% grazie soprattutto al supporto del suo partito, l’ Adema, la più grande e storica formazione politica del paese.   

(5) Christophe Boisbouvier, 23 luglio, sito di Radio France International (RFI) http://www.rfi.fr/afrique/20130722-mali-presidentielle-francafrique-holl...

(6) Secondo diversi esperti di terrorismo internazionale, pare che i gruppi armati narcojihadisti che occupavano fino a gennaio il nord del Mali si stiano riorganizzando sia nel deserto sia (e soprattutto) al di fuori dei confini nazionali: Niger, Mauritania, sud della Libia e della Tunisia le mete preferite.
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