A- A+
Esteri

Valeria Talbot, ISPI Senior Research Fellow

Le proteste delle ultime settimane in Turchia hanno messo in evidenza le faglie del cosiddetto “modello turco”. Dopo dieci anni di governo il rapporto tra il primo ministro Recep Tayyip Erdogan e i cittadini turchi, o almeno una parte di essi, sembra essersi incrinato. Quanto irrimediabilmente resta da vedere e dipenderà in buona parte dalle mosse che il premier farà per comporre la crisi. La decisione di incontrare i leader dei manifestanti di Gezi Park è apparsa come un segnale di una volontà di dialogo dopo i toni duri e intransigenti della scorsa settimana. Tuttavia, le dichiarazioni di questa mattina – «sradicheremo gli alberi di Gezi Park, … non avremo più tolleranza» – davanti al gruppo parlamentare del suo partito mentre la polizia “sgombrava” piazza Taksim hanno alimentato dubbi sulla possibilità di un dialogo. La linea dura sembra prevalere in queste ore, sebbene non manca a un leader di provata esperienza come Erdogan l’abilità di bilanciare il pugno di ferro con atteggiamenti più concilianti.

Nonostante già da tempo si fosse manifestato un crescente malcontento nei confronti di quelli che sono stati sempre più percepiti come metodi autoritari e indebite ingerenze del governo nella vita privata dei cittadini, è la prima volta che la piazza chiede apertamente le dimissioni del primo ministro.

Proprio di quel primo ministro che è stato uno dei principali artefici della “success story” della Turchia nell’ultimo decennio. È innegabile, infatti, che da quando il partito Giustizia e Sviluppo (Akp) è al governo, il paese ha conosciuto una stabilità politica senza precedenti e una straordinaria crescita economica – in media oltre il 5% nel periodo 2002-2012 con un 8,5% nel 2011 e previsioni di crescita per il 2013 dopo il calo del 2012 (2,2%) – tanto da assurgere a sedicesima economia mondiale e da essere inserita da Goldman Sacks tra i “next 11”, cioè tra quelle economie mondiali che hanno potenzialità per diventare i nuovi Brics. L’Akp è stato anche il principale fautore di un importante processo di riforme politiche ed economiche che hanno consentito alla Turchia non solo di avviare i negoziati di adesione all’Unione europea nell’ottobre del 2005, ma anche di avanzare nel cammino democratico, ridimensionando tra le altre cose il ruolo dei militari nella vita politica, e di intraprendere la strada delle liberalizzazioni e della modernizzazione economica. Una storia di successo che si è proiettata al di fuori dei confini nazionali, grazie a un modello di sviluppo economico orientato alle esportazioni e a una politica estera dinamica e proattiva che ha ripreso, soprattutto nel vicinato mediorientale, gli orientamenti già delineati negli anni Ottanta dall’allora prima ministro Turgut Ozal, sviluppandoli sulla base di precisi interessi strategici ed economici. Il ruolo di stabilizzatore in una regione turbolenta come quella mediorientale e la difesa della causa palestinese da parte di Erdogan hanno contribuito a modificare l’immagine dell’erede dell’ex impero ottomano e fare della Turchia un attore regionale di rilievo e del suo primo ministro uno dei leader più apprezzati nella regione.

Sono questi gli elementi del mix di successo che ha fatto della Turchia un esempio di riferimento, una fonte d’ispirazione per quei paesi arabi alle prese con difficili transizioni politiche dopo la caduta dei vecchi regimi. Ma a più riprese si è sottolineato come il sistema democratico turco sia ancora in fieri e che, nonostante gli innegabili progressi, molto rimanga da fare. Partendo innanzitutto da quel processo di riforme interne che si era arenato parallelamente al blocco dei negoziati di adesione all’Unione europea, facendo sorgere interrogativi sulla capacità di Ankara di riformarsi anche in mancanza della spinta propulsiva rappresentata dall’ancoraggio europeo.

E proprio dalle riforme – innanzitutto la redazione di una nuova Costituzione d’impronta civile in linea con l’evoluzione che il paese ha avuto negli ultimi decenni – bisognerebbe ripartire per dare un segnale forte non solo all’interno, a quella parte dell’opinione pubblica delusa dalle recenti performance del governo, ma anche sul piano internazionale dove sono in molti a chiedersi dove stia andando la Turchia e quale futuro politico ed economico attende il paese.
 

Tags:
turchiapiazza
in evidenza
Paola Ferrari in gol, sulla barca "Niente filtri". Che bomba, foto

Sport

Paola Ferrari in gol, sulla barca
"Niente filtri". Che bomba, foto

i più visti
in vetrina
SPID, tutto ciò che c'è da sapere sull'utile e innovativo sistema informatico

SPID, tutto ciò che c'è da sapere sull'utile e innovativo sistema informatico


casa, immobiliare
motori
Jeep, RAM e FIAT insieme a (RED) per combattere AIDS e COVID-19

Jeep, RAM e FIAT insieme a (RED) per combattere AIDS e COVID-19


Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2021 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy Privacy Policy

Cambia il consenso

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.