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Esteri
Il negoziatore Trump attacca Germania e Cina per portare lavoro in USA


L'annuncio del presidente Usa Donald Trump davanti a quella che è la Confindustria statunitense (la National Association of Manufacturers) dell'offensiva protezionistica, che prevede uno studio sulle ragioni del rosso della bilancia commerciale e iniziative per impedire dumping e concorrenza sleale inclusa la manipolazione monetaria, è coerente con quanto promesso dal presidente americano durante la campagna elettorale: riportare il lavoro negli USA. Questo è il cardine della politica di Trump, elemento essenziale del suo "Make America great again".
Trump fa il ragionamento più semplice: non possiamo avere un saldo negativo di 500 miliardi, il Paese è più povero: le aziende estere che guadagnano vendendo in USA e producono all'estero dovrebbero dare lavoro agli americani. Certo l'acqua San Pellegrino non potrà essere prodotta oltreoceano, ma il suo quartier generale internazionale trasferito lì sì.  Evidente quale sarà la prossima decisione di Trump in tale direzione: la riforma fiscale con condizioni favorevoli alle imprese. Questa riforma, abbinata ai dazi, potrebbe incentivare le aziende con livelli di export importanti negli USA a delocalizzare le loro produzioni negli stessi Stati Uniti.
Non è un caso che Trump abbia fatto questo annuncio a pochi giorni dalla visita in Florida del presidente cinese Xi Jinping: "Sarà un incontro molto difficile - ha twittato il presidente americano - perché non possiamo avere un massiccio deficit commerciale e perdita di posti di lavoro. Le compagnie americane devono prepararsi a guardare ad altre alternative".
Sta sfuggendo a molti osservatori la qualità di negoziatore di Trump. La prova è che nel primo attacco protezionistico ripreso con gran risalto dalla stampa, ha parlato di brand famosi (Vespa, Perrier, San Pellegrino, Roquefort) piuttosto che di settori produttivi. Un messaggio simbolico, che guarda a caso non includeva nessun marchio del suo vero destinatario (la Germania), ma ben due italiani. Si ricordi che l'Italia esporta in USA metà di quanto fa la Germania. È come se Trump dicesse: "Cito Italia e Francia (rigoroso ordine crescente dal basso) ma mi rivolgo alla Germania".
Secondo i dati dello U.S Department of Commerce, la Germania è il maggiore esportatore dei Paesi UE verso gli USA, con un valore complessivo di oltre 114 miliardi di dollari, superiore a quello dell'Italia che è pari a circa 45 miliardi. La Germania ha un saldo di bilancia commerciale verso gli USA di quasi 65 miliardi di dollari, terzo dopo Cina e Giappone e davanti al   Messico.
Un avviso, un monito, quelli di Trump. Prima la Germania, poi la Cina: il neo presidente avrà una particolare attenzione per i Paesi con saldo favorevole verso gli USA ed è come se sostenesse: "Preparatevi a rinegoziare. Gli accordi politici con gli USA passano anche da quelli commerciali". Non si dimentichi che Trump è un ex imprenditore. Se deve ancora imparare nella concertazione, è esperto di negoziazioni bilaterali… di qui la scelta della Germania, che ritiene Paese leader che può condizionare le decisioni dell'UE. In tal senso Trump è come se avesse fatto la prima mossa.
Negativa in termini negoziali la replica del Germania. Il vicecancelliere tedesco, Sigmar Gabriel (come se Angela Merkel dicesse: "Faccio rispondere al numero 2") ha minacciato: "La Ue dovrebbe denunciare gli Stati Uniti al WTO per l'intenzione di imporre dazi sulle importazioni dell'acciaio". Molto, meglio, con  approccio minimizzante e pragmatico, la Cina, col portavoce (si consideri la differenza: portavoce, non il numero 2…) del ministero degli esteri, Lu Kang : "E'  il mercato che ci obbliga: gli interessi tra i nostri due Paesi sono strutturati in modo che tu avrai di fronte sempre me e io avrò di fronte sempre te".
 

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