Esteri
Iran, "attacco militare Usa? Ecco gli obiettivi da colpire. Ma per Trump è quasi impossibile rovesciare il regime degli Ayatollah"
Domenico Rossi, ex Generale di Corpo d’Armata dell’Esercito

Guerra Israele Iran
"L’unica possibilità che può essere a priori esclusa è evidentemente quella di un attacco con soldati americani su terra iraniana"
"Da qualche giorno in Iran al dissenso all’attuale regime, da sempre esistente, a causa della durezza e della limitazione della libertà che caratterizza una democrazia, si è unita una protesta di carattere generale frutto principalmente del caro vita ovvero dell’inflazione e degli stipendi ridotti. Da qui lo sciopero dei bazar, sintomo inequivocabile di una rabbia sociale diffusa che il regime sta contenendo a fatica, una repressione sempre più brutale e diverse migliaia di persone uccise. In tale contesto, il presidente Donald Trump ha diverse volte ipotizzato un intervento militare americano, senza configurare peraltro modalità, obiettivi e tempi dello stesso". Lo afferma ad Affaritaliani Domenico Rossi, ex Generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano ed ex sottosegretario al ministero della Difesa.
"A riguardo, l’unica possibilità che può essere a priori esclusa è evidentemente quella di un attacco con soldati americani su terra iraniana ovvero un attacco terrestre. Sicuramente peraltro sussistono altre possibilità che di massima potrebbero configurarsi come un attacco missilistico ed aereo condotto dalle varie basi americane presenti in Medio Oriente e da navi o sottomarini già presenti o dislocati in zona. Attacchi che potrebbero riguardare il programma nucleare iraniano oppure le sedi dell’apparato di sicurezza impegnate contro i manifestanti o infrastrutture strategiche ovunque dislocate, ivi compresi i sistemi missilistici e di controaerea. Ciò ricordando anche che alcuni mesi fa, nel pieno della crisi Israele-Iran, gli Usa hanno già mostrato le loro grandi possibilità colpendo il programma nucleare di Teheran, attaccando i siti di Fordow, Natanz e Isfahan", sottolinea Rossi.

"Così come occorre considerare che gli Stati Uniti sicuramente dispongono delle coordinate esatte del quartier generale Thar-Allah del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc), centro nevralgico della repressione, nonché ad esempio dei quattro sotto-quartier generali chiave che sovrintendono a diverse regioni della capitale che possono sicuramente essere colpiti in modo pesante. Altro elemento da considerare è il tentativo da effettuare congiuntamente o meno all’attacco di paralizzare l’economia iraniana. Il boicottaggio dell’industria energetica infatti potrebbe dare un colpo molto duro agli ayatollah", prosegue l'ex generale ed ex sottosegretario alla Difesa.
"Peraltro, fermo restando la effettiva possibilità di sviluppare i predetti attacchi, c’è da chiedersi se effettivamente ciò può portare a rovesciare il regime degli Ayatollah. La risposta in linea di massima appare negativa a meno che vi sia effettivamente unitarietà e coordinamento nelle proteste e un leader in grado di coordinarle, tenerle insieme e a sviluppare ipotesi alternative al regime nonché ove necessario contrapposizione armata interna. Una unità e una forza che al momento non sembra sussistere stante anche le diverse dichiarazioni per esempio del gruppo delle “madri di Park laleh”, dei collettivi dei studenti, delle associazioni degli scrittori, di un gruppo di diciassette famosi attivisti e considerando le diverse realtà anche etniche nel paese. Dichiarazione che da un lato sostengono che il sistema deve riformarsi ma dall’altro rigettano tentativi di interferenza straniera. Forse proprio per questo l’ipotesi di un intervento militare americano in certi momenti frena e in altri accelera, tenuto anche conto che attacchi aerei e missilistici non portano da soli al rovesciamento di un regime ed espongono a ritorsioni possibili sulle basi americane nell’area nonché a destabilizzazione nella regione", conclude Rossi.
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