Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Esteri » Iran-Usa, l’ambasciatore Massolo vede nero: “Pace lontana tra negoziati in salita e sabotatori da entrambi i fronti”

Iran-Usa, l’ambasciatore Massolo vede nero: “Pace lontana tra negoziati in salita e sabotatori da entrambi i fronti”

L’ambasciatore Massolo ad Affaritaliani: “Con le armi non si risolve il problema. Più probabile un lungo negoziato fatto di stop and go”

Iran-Usa, l’ambasciatore Massolo vede nero: “Pace lontana tra negoziati in salita e sabotatori da entrambi i fronti”

Iran, Massolo: “Più che una pace, vedremo un’alternanza tra negoziati ed escalation”

Mentre il confronto tra Stati Uniti e Iran continua a oscillare tra pressione militare e tentativi di dialogo, cresce l’incertezza sulle reali possibilità di un accordo capace di disinnescare una delle crisi più pericolose del Medio Oriente. Sullo sfondo restano le tensioni sul programma nucleare iraniano, il ruolo di Israele e il dibattito sempre più acceso a Washington sulle scelte dell’amministrazione Trump.

Ma quanto è davvero vicino un accordo? Quali sono i principali ostacoli che ne frenano la conclusione? E cosa accadrebbe se il dialogo dovesse naufragare? A fare il punto è l’ambasciatore Giampiero Massolo, che ad Affaritaliani invita alla prudenza: “L’ipotesi di un accordo entro tempi brevi mi sembra piuttosto difficile. Il negoziato è fragile perché esistono sabotatori su entrambi i fronti”.

Quale valore politico e istituzionale ha il voto della Camera che limita i poteri di Trump sull’Iran? Si tratta di un segnale simbolico o potrebbe incidere concretamente sulle decisioni della Casa Bianca?

“Il voto della Camera dei Rappresentanti ha sicuramente una forte valenza simbolica, trattandosi di una risoluzione come se ne approvano anche in molti altri Parlamenti. Detto questo, al di là del fatto che è prevedibile che il presidente degli Stati Uniti prosegua sulla strada intrapresa, il segnale politico è rilevante. Si percepiscono infatti tensioni e malumori anche all’interno del Partito Repubblicano, senza il sostegno di alcuni esponenti del quale la risoluzione non sarebbe passata. Il nodo politico resta aperto: cosa si intende fare dell’Iran a questo punto? Ritirare le forze oppure chiedere al Congresso l’autorizzazione a proseguire? Senza enfatizzarne eccessivamente la portata, si tratta comunque di un elemento che Trump non potrà ignorare”.

Quanto è credibile l’ipotesi di un accordo tra Stati Uniti e Iran entro il fine settimana, considerando le recenti azioni militari?

“Ritengo l’ipotesi di un accordo entro tempi così brevi piuttosto difficile. Entrambe le parti vorrebbero arrivare a un risultato, ma il negoziato presenta almeno due elementi di forte fragilità. Il primo è la presenza di ‘sabotatori’ su entrambi i fronti. Non è un mistero che Israele e il premier Netanyahu non guardino con favore a un accordo, preferendo proseguire la pressione militare con l’obiettivo di indebolire fino al possibile collasso il regime iraniano. Allo stesso tempo, anche all’interno dell’Iran esistono componenti più radicali, dai Pasdaran ad alcuni esponenti dell’establishment politico, che ritengono di avere una posizione di forza grazie ai costi che la crisi sta imponendo all’economia internazionale e ai consumatori occidentali attraverso le tensioni sullo Stretto di Hormuz. Il secondo elemento riguarda il contenuto stesso dell’intesa. Una semplice riapertura di Hormuz in cambio di qualche alleggerimento delle sanzioni o dello sblocco di fondi iraniani sarebbe insufficiente, perché lascerebbe irrisolta la questione centrale del programma nucleare. Per Trump sarebbe difficile sostenere che il conflitto sia valso il prezzo pagato senza ottenere risultati concreti su quel dossier. Per questo motivo non basterà un memorandum che riporti la situazione al punto di partenza: serviranno impegni più sostanziali. Al momento, però, non mi sembra che le parti siano ancora pronte”.

La questione del nucleare resta il nodo centrale dei negoziati. Quali garanzie potrebbero essere accettabili per entrambe le parti affinché l’Iran rinunci definitivamente a sviluppare un’arma atomica?

“Non credo che una rinuncia definitiva da parte dell’Iran sia oggi uno scenario realistico. Piuttosto, il negoziato potrebbe ruotare attorno a tre elementi. Il primo riguarda il diritto all’arricchimento dell’uranio: Teheran potrebbe mantenerlo formalmente, accettando però un congelamento delle attività per un determinato numero di anni. Il secondo riguarda le scorte di uranio arricchito al 60%, circa 440 chilogrammi. Le possibili soluzioni potrebbero essere il trasferimento del materiale in un Paese considerato accettabile dall’Iran oppure la sua diluizione a livelli significativamente inferiori. Il terzo elemento è quello dei tempi. Le parti potrebbero limitarsi inizialmente a fissare principi generali formulati in modo politicamente accettabile per entrambi, rinviando la definizione dei dettagli a una fase negoziale successiva. Anche in questo caso, però, il percorso resta estremamente complesso, soprattutto perché i soggetti contrari all’accordo sono pronti a ostacolarlo in ogni momento”.

Se l’accordo tra Stati Uniti e Iran non dovesse concretizzarsi, quali sono i rischi concreti di un’escalation militare in Medio Oriente? Quali scenari futuri dobbiamo aspettarci?

“È evidente che, in assenza di un accordo, il rischio di una nuova escalation aumenterebbe. Tuttavia il punto centrale è che la soluzione militare, da sola, non è in grado di risolvere il problema. Più che immaginare una grande escalation convenzionale, che coinvolgerebbe inevitabilmente Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ritengo più probabile uno scenario caratterizzato da una continua alternanza tra negoziati e momenti di tensione. Un processo fatto di stop and go, con fasi diplomatiche intervallate da azioni militari limitate e operazioni di pressione reciproca. Sarebbe comunque uno scenario negativo, perché significherebbe prolungare l’instabilità per molto tempo, utilizzando la forza come strumento di pressione all’interno del negoziato. E non è esattamente ciò di cui Donald Trump avrebbe bisogno a pochi mesi dalle elezioni di midterm”.

LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE ESTERI