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Esteri
Israele al voto con il problema middle class

Di Ugo Tramballi

In fondo è come dappertutto una questione di destra e di sinistra. Bibi Netanyahu che è di destra, ha continuato a ignorare il problema del crescente costo della vita che sta falcidiando le prospettive della middle class la quale, esattamente per questo, quattro anni fa era scesa in strada a Tel Aviv. Di Netanyahu è anche rimasta famosa una dichiarazione economica: “Esclusi gli arabi e gli ultra-ortodossi, la nostra situazione è eccellente”.

Il premier intendeva gli arabi d’Israele, il 20% della popolazione dello Stato ebraico alla quale sono offerte poche opportunità di partecipare alla crescita economica; e gli haredim, gli ebrei “timorati di Dio” che hanno tassi di crescita demografica uguali agli arabi, ma per scelta religiosa vivono ai margini del Paese moderno, lottando più per ottenere sussidi che per partecipare. Certamente, escluse queste due categorie sociali – una specie di secondo e terzo stato -  il Pil pro capite israeliano sarebbe quasi da emirato del Golfo: nonostante le due “zavorre” sociali oggi è già fra i migliori dell’Ocse, 36mila dollari l’anno. E sono statisticamente arabi e haredim a fare d’Israele il Paese con il più grande divario fra i pochi ricchi e i molti poveri tra i Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Ma arabi d’Israele (i palestinesi che nella guerra del 1947/48 non fuggirono né furono cacciati dalle loro case) e ultra ortodossi, esistono. Nel suo modo diretto e piuttosto brutale di aggirare i problemi, Netanyahu pensa di aver risolto la questione arabi facendo di loro un problema di sicurezza nazionale, e dunque isolandoli; quella degli haredim finanziando le loro attività e le loro scuole, trasformandoli in potenziale forza elettorale a suo vantaggio. Anche se molti di loro non vanno a votare, nel pletorico sistema israeliano i partiti religiosi che li rappresentano possono offrire sostegni politici decisivi.

Dal 2003 al 2005, governo Sharon, Benjamin Netanyahu è stato un attivo ministro delle Finanze. Ha promosso quelle privatizzazioni, soprattutto del sistema bancario, che hanno contribuito al successo economico del Paese. Sempre secondo l’Ocse, dopo un 2014 limitatamente condizionato dalla guerra estiva a Gaza (costata lo 0,3% del Pil, in gran parte per il diminuito numero di turisti), nel 2015 la crescita economica sarà del 3% e del 3,5 l’anno successivo. Nella Ue pagheremmo per avere questi tassi.

Tuttavia il merito dei successi economici non è di Netanyahu ma di Stanley Fischer, già vicedirettore dell’IMF e dal 2005 al 2013 governatore della Banca centrale israeliana. Da che è primo ministro, dal 2009, Bibi ha quasi ignorato l’economia cercando il consenso popolare nelle comprensibili paure dell’opinione pubblica verso un Medio Oriente sempre più caotico. Dai palestinesi agli iraniani, Netanyahu è andato ben oltre la minaccia reale: vendere l’idea di un popolo perennemente assediato dagli arabi e in pericolo, è parte del suo DNA politico. L’uso ossessivo di bitakon, sicurezza in ebraico, gli permise di ottenere l’inaspettata vittoria del 1996 contro Shimon Peres. Fu il primo dei suoi tre mandati: tutti interrotti prima del termine a causa di crisi dovute più a problemi economici che di sicurezza. Per tradizione, in Israele i governi non cadono come potremmo pensare per il successo o il fallimento della trattativa con i palestinesi, ma soprattutto a causa del Bilancio dello Stato e, a volte, della corruzione economica.

Di nuovo destra o sinistra: fra chi vuole investire in case popolari e chi per le case dei coloni nei Territori occupati; fra chi vuole che anche gli haredim vengano chiamati alle armi come il resto della fabbrica sociale sionista d’Israele, e chi vuole dare più risorse alle forze armate, le più potenti della regione; fra chi vuole salvaguardare la laicità dello Stato e chi renderlo sempre più ortodosso nella fede. Come paradosso di un Paese in servizio permanente effettivo e con un vero esercito di popolo, in Israele non sono le guerre che fanno vincere le elezioni. Lo hanno imparato Golda Meir dopo il Kippur del 1973, Menahem Begin dopo il Libano nel 1982, Yithzak Shamir dopo l’Intifada nel 1992, Ehud Olmert con la guerra di Gaza del 2009. Una metà d’Israele si augura che dopo l’ennesimo e inutile conflitto di quest’estate nella striscia, il pegno lo paghi anche Bibi Netanyahu.

 
Da ispionline.it

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israelemiddle classvotoelezioni
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