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Esteri
Israele al voto, trema Netanyahu. Likud superato dall'Unione Sionista

Martedì 17 marzo gli elettori israeliani sono chiamati a votare per la composizione della ventesima Knesset, il Parlamento monocamerale del Paese. Anche se spesso non viene ricordato, si tratta di elezioni anticipate richieste ed ottenute nel dicembre del 2014 dall'attuale primo ministro Benjamin Netanyahu, decisione che seguiva la "cacciata" dalle fila del governo di coalizione in carica di Yair Lapid e Tzipi Livni, rispettivamente ex ministro delle finanze e della giustizia. Composta da 120 seggi, dalla prima riunione della Knesset (1949) ad oggi nessun partito è mai riuscito ad ottenerne la maggioranza assoluta.
 
In Israele - scrive http://it.ibtimes.com/ - il rinnovo del Parlamento è previsto ogni quattro anni (salvo casi eccezionali, come per l'elezione di martedì 17 marzo) attraverso un sistema proporzionale a collegio unico nazionale. Per i partiti, la soglia di sbarramento per l'accesso alla Knesset è fissata al 3,25% (percentuale che si traduce in 4 seggi), come stabilito da una molto discussa modifica alla legge elettorale approvata nel corso dell'attuale legislatura. Precedentemente, questa era posta ad un più basso 2%.
 
Le formazioni che concorrono ad un posto in Parlamento, inoltre, devono presentarsi agli elettori in liste bloccate, facendo si che non vi sia possibilià di indicare preferenze in fase di voto e che ad accedere ai seggi siano i candidati nell'ordine in cui sono presentati sulla lista stessa. Ad esempio, se un partito ottiene 10 seggi, quei posti saranno occupati dai primi 10 candidati presenti in lista.
 
Alle urne - aperte dalle 7 alle 22 ora locale, rispettivamente le 6 e le 21 in Italia - possono accedere tutti i cittadini di Israele che abbiano compiuto i 18 anni, senza alcuna distinzione etnica o religiosa. In sostanza, l'unico requisito richiesto per esercitare il diritto di voto - oltre all'età anagrafica - è la presenza fisica sul suolo israeliano. In tal senso, fatta eccezione per pochi e ben definiti casi, il voto degli israeliani all'estero non è previsto.
 
Per il numero uno dell'esecutivo non è prevista alcuna elezione diretta. Questo, infatti, viene indicato dal Capo di Stato in seguito ai risultati delle elezioni politiche e quindi una volta resa nota la composizione della Knesset. Solitamente, il designato è il leader del partito o della coalizione che ha ottenuto un maggior numero di voti.
 
Una volta assegnato l'incarico, il primo ministro designato ha un limite massimo di 42 giorni di tempo (28 più un massimo di 14 prorogabili dalla presidenza) per presentare alla Knesset un esecutivo. Nel caso questo non avvenga, il Capo dello Stato può indicare un secondo primo ministro designato al quale saranno concessi 28 giorni (senza alcuna proroga) per tenere colloqui e cercare di arrivare ad una coalizione di governo.
 
Giunto alla formazione di un esecutivo, il primo ministro designato ha il compito di presentarlo alla Knesset entro 45 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dei risultati elettorali. Resi noti i vari ministri e gli altri componenti del governo, in seguito viene chiesta la fiducia al Parlamento, che viene considerata valida solo al raggiungimento di almeno 61 voti su 120.
 
Una piccola parentesi: nel 1996, 1999 e per l'ultima volta nel 2001, il primo ministro del governo israeliano fu scelto tramite elezione diretta. La legge fu poi cambiata in seguito all'appuntamento elettorale di 14 anni fa
 
Likud- attualmente "azionista" di maggioranza del governo -, questo è il partito del primo ministro in carica Benjamin Netanyahu. Fondato nel 1973, il Likud è fortemente conservatore e all'interno dell'agone politico si schiera nell'area del centro-destra. Nell'attuale esecutivo, il partito è affiancato da "La Casa Ebraica" (HaBayit HaYehudi) e "Israele, Casa Nostra" (Yisra'el Beiteinu), entrambi mossi da forti sentimenti ultranazionalisti benché separati da una grande importanza per la religione - il primo - e da una predominante componente laicista - il secondo. Nel corso della campagna elettorale, il Likud ha principalmente puntato sul tema della sicurezza, sottolineando le minacce presenti alla sopravvivenza di Israele, partendo dall'Iran per arrivare allo Stato Islamico, ad Hamas e agli Hezbollah del Libano.
 
Unione Sionista - nato nel dicembre del 2014 in seguito alla crisi di governo che fece optare Netanyahu per lo scioglimento della Knesset e l'annuncio di elezioni anticipate, questa formazione vede al suo interno la stretta collaborazione tra il partito Laburista di Yitzhak Herzog e "il Movimento" (HaTnuah) di Tzipi Livni. Politicamente posizionato a centro-sinistra, secondo numerosi osservatori internazionali Unione Sionista potrebbe rivelarsi la vera e propria bestia nera di Netanyahu e del suo Likud all'indomani del 17 marzo. Durante la campagna elettorale, Herzog e Livini hanno premuto principalmente l'acceleratore su temi sociali interni al Paese, dall'economia al costo della vita, dai prezzi delle case all'avvio di un serio dialogo con i leader palestinesi per una soluzione a due Stati.

Sebbene più piccoli rispetto al Likud e all'Unione Sionista, altre formazioni iscritte alla corsa elettorale del 17 marzo possono rivelarsi fondamentali nella formazione di un governo nell'uno e nell'altro senso. Ai già citati "La Casa Ebraica" e "Israele, Casa Nostra" - vicini come già accennato a Netanyahu - si aggiungono infatti "C'è un Futuro" (Yesh Atid) di Yair Lapid e la Lista Araba Unita, formazione che vede l'impegno comune dei principali partiti arabi di Israele - Hadash (comunista di stampo marxista), Ram-Ta'al (islamisti) e Balad (nazionalisti laici). Inoltre, particolare attenzione suscitano le crescite elettorali previste per le formazioni politiche espressione degli ebrei ultra-ortodossi, da "Shas" (Sefarditi e Mizrahi) a "Giudaismo unito nella Torah".
 
Innanzitutto è necessario specificare che l'elezione di martedì 17 marzo è stata ribattezzata da molti osservatori internazionali come una sorta di referendum sul primo ministro Benjamin Netanyahu e il suo operato. In tal senso, il rischio che "Bibi" possa ottenere una sonora bocciatura dagli elettori israeliani non è assolutamente da escludere, anzi.
 
Non a caso, infatti, gli ultimi sondaggi raccolti e pubblicati venerdì dal quotidiano israeliano Haaretz hanno mostrato il sorpasso - seppur di misura - dell'Unione Sionista sul Likud, nelle previsioni fermi rispettivamente a 24 e 21 seggi su 120. A seguire, teoricamente a pari merito al terzo posto con 13 seggi, vengono "La Casa Ebraica" (HaBayit HaYehudi), la Lista Araba Unita e "C'è un Futuro" (Yesh Atid).
 
Prevedere con certezza chi uscirà con il maggior numero di voti dall'appuntamento elettorale israeliano di martedì 17 marzo è piuttosto complicato. Se è vero infatti che i sondaggi danno un'indicazione piuttosto chiara, è altrettanto vero che il testa a testa sino all'ultima scheda tra Likud e Unione Sionista sarà inevitabile. E comunque non è da sottovalutare il fatto che la parte più complicata dell'elezione potrebbe non essere tanto il voto, quanto ciò che viene immediatamente dopo, periodo caratterizzato in ogni caso da dialoghi e aggiustamenti nella ricerca di una coalizione spendibile per un governo.
 
Tuttavia, se l'esito è incerto, sono invece piuttosto chiare alcune delle dinamiche che sembrano aver spostato il favore degli israeliani dal Likud all'Unione Sionista. Con il discorso del 3 marzo scorso al Congresso degli Stati Uniti (invitato dai repubblicani, non dalla Casa Bianca), Benjamin Netanyahu può certamente aver convinto i deputati e i senatori dell'elefantino, ma sembra non aver avuto l'effetto propagandistico sperato anche in patria.
 
Non per niente, molti analisti ed osservatori ritengono che l'elettorato israeliano sia parzialmente stanco dei fantasmi agitati ad ogni buona occasione da Netanyahu, che incentra una sostanziosa parte del suo messaggio politico sulla sicurezza e la protezione dello Stato di Israele contro tutte le minacce regionali che lo circondano. Agli elettori sembra premere maggiormente infatti una seria risposta ai tagli del welfare, all'aumentare costante dei prezzi della vita e delle case e alla necessità di un serio e produttivo dialogo con le autorità palestinesi, così da creare delle basi solide per la costitutzione di una soluzione a due Stati.
 
Ad ogni modo, benché "Bibi" si possa dire almeno acciaccato, sicuramente non è morto. E anche se in molti hanno criticato e stanno criticando duramente le sue politiche (retorica anti-iraniana e agitazione dello spauracchio dell'atomica, di Hamas, di Hezbollah e dello Stato Islamico in primis, ma anche la selvaggia corsa agli insediamenti israeliani in Cisgiordania), non è da escludere che in ultima analisi, nel segreto delle urne, a pesare sia proprio la questione della sicurezza.
 
Insomma, la partita potrebbe risolversi proprio in tal senso. Da una parte, chi promette (talvolta estrema) sicurezza tralasciando altre questioni impellenti. Dall'altra, chi sulle mancanze del primo cerca di fare breccia nel cuore e nella mente degli elettori.

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