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Esteri

Dopo Brexit l’Unione europea si confronta con il temporeggiare del Regno Unito, che tramite il suo Governo non ha notificato a Bruxelles la volontà di uscire dall’Unione, come prevede l’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

La Commissione europea sostiene che l’articolo 50 è l’unico modo per avviare il processo. Come dire: noi non cacciamo nessuno, sia chiaro che siete voi ad andarvene. Ma gli atteggiamenti nobili non sempre pagano. Come insegna la storia, gli inglesi, un po’ come i russi, sono scaltri nel temporeggiare, nella dialettica politica e anche in una certa furbizia (si pensi ai messaggi in codice utilizzati nella Seconda guerra mondiale, che la Germania non seppe decifrare).

Il rischio di tale temporeggiare è un indebolimento complessivo dell’Unione. A livello popolare, la gente dei 27 Paesi è contraria anche solo al fatto di pagare simili stipendi a politici e funzionari d’oltremanica. Si consideri poi il danno economico, le stime parlano di decremento del Pil dell’area dal -0,5 all’-1%. Che dire poi della fiducia dei mercati finanziari, che non si sono accaniti come si pensava per un sistema di logiche in parte oscure che potrebbe crollare da un momento all’altro. Anche affrontare altro in agenda nuoce.

Si rifletta sulla velocità, dopo le iniziali resistenze della cancelliera Angela Merkel, con cui è stata dato il via libera allo scudo di 150 miliardi al sistema creditizio italiano. Gli inglesi avranno visto in ciò un segno di debolezza, pensato: cercano l’unità accontentando i singoli. Soluzioni ce ne sono. Importante è trasmettere l’idea che l’Europa non è una commodity. Che l’Unione senza Regno Unito non esiste se non si tagliano i ponti.

Ernesto Vergani

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