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Esteri
L’ombra della Libia sulla Casa Bianca . Le incognite dell'intervento
Libia, irritazione della Casa Bianca per la frenata di Renzi

Con il passare dei giorni prende sempre più piede l’opzione di un intervento militare internazionale in Libia. La notizia della creazione a Roma di un centro di coordinamento allestito dai militari Usa e alleati segue le dichiarazioni americane a favore di una guida italiana delle operazione, le indiscrezioni sull’impiego di forze speciali francesi in territorio libico e le azioni mirati condotte dai droni Usa decollati dalla base di Sigonella.
Sebbene sul fronte internazionale stia crescendo la fibrillazione attorno a un probabile intervento militare, su quello interno la situazione vive una prolungata fase di stallo. Dopo l’ennesimo rinvio, si dovrà attendere lunedì prossimo per sapere se il Parlamento di Tobruk, l’unico riconosciuto, approverà l’esecutivo proposto dalla comunità internazionale. L’insediamento di un governo di unità nazionale è la condizione fondamentale posta da Roma, Londra e Parigi per avviare la fase operativa.

Perché è importante l’accordo politico?

Il raggiungimento di un accordo politico tra le fazioni per la creazione di un esecutivo nazionale è ritenuto da molti paesi, l’Italia in primis un requisito fondamentale per un’azione militare internazionale. Come affermano Arturo Varvelli, ISPI, e Karim Mezran, Atlantic Council, ogni intervento armato straniero senza l’approvazione, se non la richiesta diretta, di un governo libico legittimo potrebbe mettere a repentaglio le fragili speranze per il raggiungimento della pace in un paese ancora dilaniato da lotte interne. Tale attacco potrebbe infatti incoraggiare i diversi gruppi islamisti a fondersi sotto la bandiera dell’ISIS.
I ricercatori sostengono quindi che una efficace politica anti–terroristica richieda un processo politico basato sull’inclusione e su attività volte alla facilitazione del processo di nation–building. L’unico intervento opportuno è quello che possa supportare sin dalle prime fasi l’eventuale nuovo governo, evitando di lasciarlo esposto alle minacce di milizie avverse al processo di riconciliazione o a gruppi radicali, lasciando a questo il compito di contrastare militarmente l’ISIS.

Che tipologia di intervento militare?

Come rileva l’analista militare Claudio Bertolotti diversi paesi sono pronti per un’ampia operazione che preveda un contemporaneo impegno delle forze di sicurezza libiche e azioni di bombardamento aereo. Unità di forze speciali britanniche, francesi, statunitensi e italiane sono già presenti da tempo in attesa del via formale all’operazione. Un ruolo importante potrebbe essere assegnato anche alla missione navale europea a guida italiana EuNavFor Med che contribuirebbe al processo di stabilizzazione della Libia grazie alle azioni di supporto della Marina militare libica e della Guardia costiera.
Prima di un eventuale intervento, avverte Bertolotti, è necessario valutare bene diversi elementi, tra i quali: l’obiettivo da raggiungere con la missione, l’affidabilità e la qualità del contingente impiegato, la strategia comunicativa da adottare e la valutazione del rischio di azioni terroristiche sul proprio territorio.
 
Mappa – Quale situazione sul campo?

Il contesto nel quale potrebbe avvenire l’intervento in Libia è molto complesso. Da diversi mesi le due coalizioni militari, l’operazione Dignità e l’operazione Alba, appaiono sempre più frammentate. In Libia l’autorità politica centrale non è mai riuscita a ottenere il monopolio dell’uso della forza: nel recente passato il tentativo di cooptare all’interno delle forze di sicurezza intere milizie o brigate è fallito in quanto queste sono rimaste più fedeli al capo locale o tribale che al governo. La nuova sfida sarà ricostruire il sistema di sicurezza libico guadagnando la fedeltà della maggior parte delle milizie e delle tribù, innanzitutto per poter instaurare l’eventuale nuovo governo nella capitale Tripoli. Per fare chiarezza sulle forze in campo, ISPI ha realizzato una mappa sulle principali milizie presenti in Libia.

L’ombra della Libia sulla corsa alla Casa Bianca

In questi giorni il New York Times ha evidenziato come, nonostante Hillary Clinton sia uscita piuttosto indenne dall’inchiesta sull’attacco di Bengasi che portò all’uccisione dell’ambasciatore USA Cristopher Stevens quando lei era Segretario di Stato, la questione libica potrebbe tornare al centro del suo eventuale mandato da presidente, poiché la crisi appare in ogni caso di difficile soluzione a breve termine. Fu proprio la Clinton ad avere un ruolo decisivo nel convincere l’amministrazione Obama ad armare i gruppi di opposizione al regime di Gheddafi durante la rivoluzione del 2011.

fonte: http://www.ispionline.it

 

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