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Esteri

Di Rossana Miranda per formiche.net

L’Uruguay è oggi sulle prime pagine dei giornali di tutto mondo perché è diventato il primo Paese dove la commercializzazione della marijuana è legale. Una legge inedita, discussa e approvata dal Parlamento, permette la concessione di licenze per la coltivazione, produzione e vendita della droga alle farmacie. La decisione fa parte di una strategia del presidente dell’Uruguay, José “Pepe” Mujica, per combattere il narcotraffico.

BATTAGLIA CONTRO IL NARCOTRAFFICO Solo in Messico sono morte più di 60mila persone dal 2007 ad oggi per la violenza legata al narcotraffico, mentre in Colombia il commercio di droghe è uno dei temi principali nei negoziati tra la guerriglia e il governo. In Uruguay, invece, dal 2010 il presidente Mujica porta avanti il progetto della legalizzazione della droga, perché i piani latinoamericani per combattere il traffico di droghe dagli anni ‘70 fino ad ora sono falliti. Con la vendita legale, invece, il mercato illegale creato attorno al traffico della marijuana sarà sicuramente colpito: si calcola che il prezzo scenderà a un dollaro al grammo. Questi argomenti sono stati spiegati da Mujica in anni di interviste, seminari e persino nel suo intervento alle Nazioni Unite.

IL CONTROLLO Con questa nuova normativa, i maggiorenni possono coltivare fino a sei piante di cannabis, per un massimo di 480 grammi di produzione all’anno. Viene anche consentito agli agricoltori di associarsi in gruppi composti da 15 a 45 soci che possono produrre un massimo di 99 piante e la vendere quanto prodotto (massimo 40 grammi al mese) in farmacie autorizzate che dovranno tenerne traccia in un registro.

SOLUZIONI ALTERNATIVE Il senatore del partito Frente Amplio di Mujica, Roberto Conde, ha difeso la legge spiegando che “i problemi del narcotraffico in Uruguay non possono aspettare il consenso di tutte le forze politiche”. Per questo il governo di Mujica ha provato misure alternative.

PER LE FUTURE GENERAZIONI Sul quotidiano uruguayano El Pais si leggono le prime dichiarazioni del presidente Mujica dopo l’approvazione della legge: “Si è detto che non saremmo capaci di controllarlo perché non riusciamo a controllare neanche i tifosi della squadra Peñarol, ma ci proveremo perché vogliamo liberare le future generazioni future da questa piaga. Questa è una causa nazionale, speriamo che la gente comprenda e ci aiuti”.

IL MALCONTENTO POPOLARE Per le strade di Montevideo ieri c’era gente che festeggiava l’approvazione della legge. Ma secondo gli ultimi sondaggi pubblicati dal quotidiano La Opinión, in Uruguay la maggior parte dei cittadini – soprattutto in provincia – non sono contenti con il processo di legalizzazione della marijuana.

RISCHI INTERNAZIONALI Il deputato Verónica Alonso, della forza di opposizione Partido Nacional de Uruguay, è convinta che la legalizzazione della marijuana può provocare danni a livello nazionale e internazionale. “Un Paese non può decidere su un tema così importante unilateralmente. Dovrebbe esserci un meccanismo di coordinamento con i Paesi vicini, almeno”, ha detto in un’intervista alla Bbc.

ACCORDI INTERNAZIONALI La Alonso ha ricordato anche che con questa legge l’Uruguay non rispetta alcuni trattati internazionali, come ad esempio la Convenzione Unica del 1961 sugli stupefacenti, firmata da 186 Paesi.

CHI È MUJICA La legalizzazione della cannabis in Uruguay si somma ad una serie di leggi liberali, spinte da Mujica, che sono state approvate: dalla depenalizzazione dell’aborto ai matrimoni gay. Amante della natura e dell’agricoltura, Mujica ha vinto le elezioni nel 2010 a 75 anni. A 24 anni è stato segretario di un ministro di destra del Partido Nacional, ma negli anni ‘60 è diventato uno dei volti più conosciuti del movimento guerrigliero Tupamaros. Nel 1964 è stato detenuto durante un tentativo fallito di occupazione di una fabbrica tessile.

LA FELICITÀ COSTA POCO Quando è uscito dalla galera, Mujica è tornato ad occuparsi della terra, dei libri di biologia e del movimento legale di Sinistra Rivoluzionaria. Oggi Mujica governa l’Uruguay dalla sua modesta casa a Rincón del Cerro, un quartiere rurale nella periferia di Montevideo, la capitale del Paese, dove i progetti di leggi prendono forma tra grano e legumi. Ha deciso di donare il 90% del suo stipendio perché crede che debba riuscire a vivere con il salario minimo, come fanno tanti uruguayani: “Perché chi non è felice con poco non riuscirà a essere felice con niente”.

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