La tragedia dei sub alle Maldive si arricchisce di alcuni dettagli che potrebbero risultare cruciali per risalire alle cause e a eventuali responsabilità di terzi. Tutto ruota attorno ai motivi di questa immersione a 60 metri di profondità, un contributo importante è arrivato dagli specialisti finlandesi che hanno recuperato i corpi: i cinque italiani hanno perso l’orientamento infilando una grotta secondaria senza via d’uscita. Questo è un dato che sembra sicuro. Uno di loro, Benedetti, il primo corpo recuperato, avrebbe trovato la strada per uscire ma poi sarebbe successo qualcosa anche a lui che gli avrebbe impedito di proseguire. Ma cosa? Su questo ancora non c’è una risposta, sarà necessario analizzare nel dettaglio tutti gli strumenti riportati in superficie e appartenenti ai sub. Le ipotesi vanno dal consumo di tutta l’aria a disposizione, all’annegamento, fino all’anossia, fenomeno che si verifica quando l’assenza di ossigeno è totale.
Ma poi c’è l’altro aspetto, chi ha autorizzato questa immersione? Qui è già cominciato il rimpallo di responsabilità tra le varie parti, soprattutto in vista di eventuali risarcimenti, forse milionari, vista la gravità dell’accaduto. Ma oltre a capire questo, bisognerà anche avere risposte sull’attrezzatura, giudicata inadeguata a una simile discesa? Le bombole – si interroga Il Corriere della Sera – erano caricate con la giusta miscela? Avevano i brevetti? Università, tour operator e armatore potevano fare qualcosa per impedire la sciagura? La prima a partire con una presa di distanza è stata l’università di Genova, dove lavoravano la professoressa Monica Montefalcone e la ricercatrice Muriel Oddenino: “L’immersione non rientrava nelle attività previste dalla missione scientifica… e Federico Gualtieri e Giorgia Sommacal (due delle vittime, ndr) non facevano parte della missione“, ha precisato fin da subito l’ateneo.

