Il commento
Come al solito, non abbiamo capito niente. O forse, più semplicemente, abbiamo scambiato i nostri desideri per la realtà. Ci siamo raccontati che Benjamin Netanyahu fosse arrivato al capolinea. Che gli israeliani fossero stanchi di Bibi, della sua arroganza, delle sue guerre, della sua capacità quasi soprannaturale di sopravvivere a qualsiasi crisi. Abbiamo pensato che il dolore, la rabbia, le piazze piene, le famiglie distrutte avrebbero finalmente prodotto una svolta. Che ci fosse un limite a tutto. Anche a Netanyahu.
E invece no. O almeno, forse no. Perché l’ennesima possibile affermazione del premier israeliano ci mette davanti a una verità terribile: la stanchezza che vedevamo noi non è necessariamente quella che sente Israele. E soprattutto non basta essere esausti per desiderare un cambiamento. A volte succede il contrario. Più una società ha paura, più si aggrappa a chi quella paura ha imparato a governarla. Anche quando ha contribuito ad alimentarla. È questo il paradosso di Netanyahu. Un uomo che sembra politicamente immortale, capace di trasformare ogni sconfitta in una ragione per restare, ogni emergenza in una necessità, ogni critica in una minaccia. Non importa quante volte venga dato per finito: Bibi torna. Sempre. Come se il destino di un intero Paese fosse ormai inseparabile da quello di un solo uomo.
E fa male dirlo. Perché avremmo voluto credere che dopo tutto quello che è successo, dopo il 7 ottobre, dopo una quantità di sofferenza umana che nessuna statistica riuscirà mai a raccontare davvero, potesse aprirsi una stagione diversa. Una stagione nella quale la sicurezza di Israele non fosse contrapposta alla pace in Medioriente. Nella quale la forza non fosse l’unico linguaggio della politica. Nella quale il futuro contasse finalmente più della vendetta e della sopravvivenza personale.
Non significa che gli israeliani siano tutti Netanyahu. Sarebbe un’ingiustizia verso chi lo combatte, verso chi manifesta, verso chi chiede pace, responsabilità e democrazia. Ma significa che abbiamo sottovalutato quanto sia profonda la frattura, quanto sia radicata la paura e quanto sia difficile costruire un’alternativa credibile quando un Paese vive da anni con la sensazione di essere perennemente sotto assedio. E allora viene da chiedersi se Netanyahu sia ancora soltanto un leader politico o se sia diventato il simbolo di qualcosa di molto più grande e inquietante: l’incapacità di immaginare un futuro diverso dal presente.
C’è poi un elemento che rende tutto ancora più angosciante. Il voto del 27 ottobre non ha consegnato, almeno nei primi risultati, una maggioranza chiara. Il Likud è davanti, ma nessuno dei due schieramenti sembra avere i 61 seggi necessari per governare. Netanyahu non ha ancora vinto la partita. Eppure è ancora lì, al centro di tutto, pronto a giocarsela fino all’ultimo voto, fino all’ultimo alleato, fino all’ultima trattativa. Forse è proprio questa la sua vittoria più grande. Aver convinto un pezzo consistente di Israele che, dopo di lui, possa esserci soltanto il vuoto. Aver trasformato la propria permanenza al potere in una questione di sopravvivenza nazionale.
Ma un Paese non può vivere eternamente in guerra. Non può continuare a chiedere ai propri figli di crescere nell’odio e nella paura. Non può considerare inevitabile che ogni generazione erediti da quella precedente un nuovo conflitto, un nuovo lutto, una nuova ragione per non fidarsi del vicino. E questo vale per gli israeliani come per i palestinesi. Perché dietro le strategie militari, le mappe e i proclami ci sono esseri umani. Bambini che vorrebbero soltanto diventare grandi. Madri che vorrebbero soltanto rivedere i propri figli.
Il punto, alla fine, non è neppure Netanyahu. È quello che la sua possibile ennesima sopravvivenza politica racconta di noi, della nostra epoca, di un mondo nel quale la paura continua a battere la speranza e la promessa di sicurezza sembra valere più di qualsiasi progetto di pace. Avevamo sperato che gli israeliani voltassero pagina. Che dicessero basta. Che scegliessero qualcuno capace di immaginare un domani meno sanguinoso. Forse siamo stati ingenui. Forse abbiamo guardato Israele con gli occhi di chi vive a migliaia di chilometri di distanza e può permettersi il lusso di credere che la pace sia una scelta semplice.
Ma non voglio rassegnarmi all’idea che sia impossibile. Perché se Netanyahu dovesse davvero tornare a governare, il problema non sarebbe soltanto la sua ennesima vittoria. Sarebbe la sconfitta di un’idea: che perfino dopo il peggiore degli incubi sia possibile svegliarsi e ricominciare. E allora, mentre si contano i voti e si preparano le trattative, resta una sensazione difficile da scrollarsi di dosso. Quella di un’occasione che rischia di sfuggire ancora una volta. Di una storia che continua a ripetersi, sempre più dolorosa, sempre più crudele. Di un Medio Oriente che non riesce a liberarsi dei propri fantasmi.
Vorrei sbagliarmi. Vorrei che questa volta la politica riuscisse a sorprenderci. Che qualcuno trovasse il coraggio di interrompere la catena della paura, della violenza, delle promesse tradite. Ma guardando quello che sta succedendo, faccio fatica a essere ottimista. Dio ce la mandi buona. Perché gli uomini, finora, non sembrano esserci riusciti.
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