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Esteri
Occidente e Islam possono convivere

Di Gaetano Scatigna Minghetti di Thiene

Possono convivere occidente cristiano e mondo islamico? La questione risulta di stretta attualità ed e' al centro del dibattito odierno degli studiosi e delle figure politiche più avvertite.Anche sulla scorta della diatriba a livello nazionale ed europeo sui continui sbarchi presso le coste Siciliane e dell’ Italia Meridionale dei migranti che, nella maggior parte delle volte, non sono cristiani ed appartengono ad altre fedi religiose. Fedi che, con la nostra sono state molto spesso in contrasto se non in guerra. Il problema è secolare ed ha conosciuto diversi nodi cui sono seguiti soluzioni che, in alcuni casi, si sono rivelate efficaci mentre in innumerevoli occasioni , hanno condotto all’inasprimento dei conflitti. Una risposta convincente al quesito, sia pratica che teorica, viene fornita, già diversi secoli fa, da colui che tutto il mondo occidentale individua con l’espressione di Stupor mundi, ossia Federico II di Svevia, che nella colonia saracena di Lucera, in Puglia, riuscì a far convivere in un amalgama sapiente e tollerante gli esponenti delle due religioni che nella sua persona avevano fissato il proprio imprescindibile punto di riferimento.

E a lui facevano capo per dirimere ogni controversia, di qualsiasi genere e natura, fosse sorta tra le parti in contenzioso. Su quali elementi si basava l’azione fridericiana? A quali risposte ricorreva la saggezza imperiale per disinnescare le contrapposizioni che, naturalmente, sorgevano tra fedi, culture, mentalità, ordini sociali diversi? Le risposte ai quesiti proposti le fornisce in questo momento un denso lavoro di Vito Luca De Netto, Federico II di Svevia. Rivoluzionario o conservatore? ( Il Cerchio. Iniziative editoriali 2013) che, già dal titolo, riesce a sottrarre il lettore, anche il meno corrivo alle suggestioni ed agli stereotipi più banali, di fronte ad un capovolgimento dell’approccio alla figura dell’imperatore svevo, finora appesantita da stucchevoli “topoi” che ne hanno stravolto l’azione e l’immagine. Se poi si considera il fatto che il volume si avvale della Prefazione di Monsignor Nicola Bux, teologo, liturgista, già consultore del Pontefice emerito Benedetto XVI, si potrà avere la piena consapevolezza dell’importanza e del valore di questo saggio che, sin dalla copertina, ha inteso focalizzare la cifra umana e civile del sovrano svevo sulla quale viene riportato il momento della nascita imperiale, il 26 dicembre 1194, a Jesi, sulla pubblica piazza, per sfatare la leggenda che la madre, l’imperatrice Costanza d’Altavilla, per l’età avanzata non fosse più in grado di iniziare e condurre a termine una gestazione. Ma chi è Federico II? Lo dice già, sia pure in maniera stringata, Dante Alighieri nella celebre terzina, un flash storico genealogico, del Paradiso, che recita: Quest’è la luce della gran Costanza, Che del secondo vento di Soave Generò il terzo, e l’ultima possanza Figlio di Enrico VI di Svevia (1190-1197), re di Sicilia, che comprendeva non soltanto l’omonima isola bensì anche l’intero Mezzogiorno d’Italia, Sacro Romano Imperatore di stirpe germanica, quella degli Hohenstaufen, emanò, nel 1231, le Constitutiones melphitanae che, corroborate dall’apporto fruttuoso di alcuni eccellenti giuristi che rispondono ai nomi di Pier delle Vigne, Roffredo di Benevento, Taddeo da Suessa, determinarono, mentore l’imperatore bizantino Giustiniano (483-565), l’ordinamento legislativo e funzionale del Regno di Sicilia, dando vita all’accentramento del potere nelle mani del sovrano e prefigurando così la svolta del monarca, a legibus solutus, che vedrà la piena applicazione nel ‘700 riformatore durante il quale si realizzerà la genesi dello Stato Moderno.

Il Liber Augustalis, afferma De Netto, costituisce “una preziosa fonte di sapere per svelare agli occhi dei moderni, attraverso il diritto -in quanto fenomeno storico e sociale- la società, i rapporti, la cultura, l’economia e la vita dell’epoca” (p.226). Una figura, quella del Puer Apuliae , anticipatrice, per certi versi, degli scenari politici e istituzionali moderni, controcorrente, che, nelle pagine del saggio di De Netto, viene scandagliata in ogni propria sfaccettatura, in tutti i suoi gangli più riposti, sino a giungere ad affermare che l’imperatore, lungi dall’essere un eretico, come finora è stato acclarato da vari medievisti e come potrebbero indurre a credere le molteplici scomuniche -in numero ben di 5- comminategli dall’anziano pontefice Gregorio IX (1227-1241), specialmente per avere disatteso l’impegno della Crociata, che sarà poi la sesta (1228-1229), che porterà a termine senza spargimento alcuno di sangue, ma solo in seguito ad intelligenti negoziati ed accordi diplomatici con il sultano d’Egitto Malik Al-Kamil, sia, in realtà -avendolo dimostrato in maniera palmare- un defensor fidei, uno scudo della cattolicità, tanto che lo Stato da lui rifondato, si rivela in sostanza pienamente innervato dallo Jus Divinum, mentre l’Impero, sacro, romano e germanico riprende appieno l’immarcescibile tradizione giuspolitica di Roma, divenendo in tal modo ed a pieno titolo un impero dal taglio vocazionale mediterraneo che poteva contare su due baricentri di assoluta consistenza granitica che rispondono ai nomi sia della città di Palermo che dell’isola di Sicilia dalle quali partire anche per condurre a termine la politica di Federico I, il Barbarossa, per subornare le velleità autonomistiche dei grandi Comuni lombardi della Valle Padana che, tutto sommato, tennero testa all’imperatore, catturandone altresì il figlio naturale, il Re Enzio di Sardegna(1224-1272), nella battaglia della Fossalta, nel 1249: Enzio rimase prigioniero dei Bolognesi per l’intera sua esistenza dimorando nel palazzo, che da lui prende il nome, nel cuore storico della città Felsinea. La Magna Curia palermitana divenne, a propria volta, il fulcro della lungimirante politica culturale fridericiana che gestì la nascita della lingua italiana in un processo di osmosi linguistica con i vari dialetti della penisola, che potè contare su personaggi di alto spessore dottrinale come lo stesso imperatore, i suoi figli legittimi o naturali, tra i quali emerge lo stesso re Enzio, dalla struggente vena poetica intrisa di melanconia: …E vanne in Puglia piana, La magna Catapana Là ov’è l’omeo core notte e dia…, Tutti i funzionari della grande Corte Imperiale: Guido e Odo delle Colonne, Giacomino Pugliese, Pier delle Vigne ed altri numerosi, che formarono quella che, impropriamente, ancora oggi, viene individuata come “Scuola Poetica Siciliana”, si impegnarono nelle composizioni poetiche che sono un documento prezioso delle origini della lingua italiana. “E’ esatta -scrive però De Netto nel volume- l’esaltazione della funzione di raccordo ‘nazionale’ (intendendo questo termine nel senso identitario, e non invece legato ad assetti politici statuali) svolta dallo Staufen sul piano linguistico e letterario, così come celebrata da Dante Alighieri nel De Vulgari Eloquentia (p.83). E’ una dichiarazione d’intenti preziosa questa qui espressa e dirime tanti nodi che si sono avviluppati sulla figura del Sacro Romano Imperatore, Federico II Hohenstaufen. Egli è stato sì quel grande personaggio che la storia d’Italia e d’Europa conosce ma bisogna pure aggiungere, per onestà d’intenti, come, con lui, è iniziato quel problema che ancora, in questi momenti, angustia la società italiana tutta intera: la cosiddetta “Questione Meridionale” che si trascina come una pesante palla di pietra appesa alla punta dello Stivale italiano, che ha dovuto riconoscere la propria genesi nella pesante tassazione imposta ex abrupto dall’Imperatore alle genti del Meridione d’Italia per fare fronte alle ingenti spese militari che necessitavano per domare definitivamente le endemiche rivolte dai “liberi” Comuni del Settentrione che, dell’autonomia rispetto al potere imperiale avevano fatto la propria ragione di vita sia civile che, in un certo senso, anche religiosa. Ammettere questa realtà sta quindi a significare un fatto soltanto, al di là delle esaltazioni interessate e delle denigrazioni preconcette del Sovrano Normanno-Svevo: sarà un chiaro passo avanti nell’interpretazione dei fatti politico-istituzionali ed amministrativi che hanno fornito linfa vitale alla storia d’Italia consegnandoci uno Stato così come si è venuto formando nel corso dei secoli: del tutto fuori, però, è bene evidenziarlo, dalle banalizzazioni e dai giochi di parte. E’ un dato questo, su cui riflettere; dato che va accettato così come si è configurato nella prospettiva quotidiana della Nazione Italiana se si vuole ripartire tutti insieme per vincere le sfide che l’essenza stessa dell’Europa odierna pone. Altrimenti la penisola Italiana continuerà ad arrancare nella vicenda melmosa in cui, di continuo, si dibatte. Per il bene di tutti nel presente e la serenità di ciascuno nell’avvenire.

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