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Esteri

Di Giuseppe Dentice

Il prossimo 10 novembre il gruppo terroristico noto come Wilayat Sinai* (WS, Provincia islamica del Sinai), la branca locale dello Stato Islamico, compirà un anno di attività. Dodici mesi nei quali il gruppo islamista ha definito nuovi livelli di intervento armato nell’intero Paese e, allo stesso tempo, ha messo a nudo le debolezze delle strutture di contro-terrorismo dell’intelligence egiziana. Un anniversario, dunque, importante e non scevro di nuovi interrogativi circa le reali capacità operative di destabilizzazione del gruppo e le sfide future in termini politici e di sicurezza per l’Egitto e il suo vicinato.

Il Wilayat Sinai è nato e si è sviluppato sulle fondamenta di una precedente organizzazione terroristica nota come Ansar Bayt al-Maqdis (ABM, altresì nota come Paladini di Gerusalemme). ABM è una formazione sorta nel gennaio 2011, che poneva al centro della propria agenda un mix di rivendicazioni localiste, che si rifacevano alle istanze autonomiste dei Beduini della Penisola del Sinai, e di ideologie radicali afferenti al salafismo armato e al qaedismo. Nei suoi quattro anni di attività il gruppo ha alternato tattiche di guerriglia (soprattutto contro i checkpoint militari) a tecniche di jihad economico, come gli attacchi al gasdotto Arab Gas Pipeline, rimanendo tuttavia un gruppo strettamente identificato con una realtà molto locale come è appunto la Penisola del Sinai1.

Con la dichiarazione di fedeltà (bayah) al sedicente Stato Islamico (IS) e all’autoproclamatosi califfo Ibrahim (più comunemente noto come Abu Bakr al-Baghdadi), ABM ha cessato di esistere per assumere le nuove forme del Wilayat Sinai. Al di là del valore simbolico dell’atto all’interno delle complesse dinamiche della galassia jihadista, il rebranding di WS ha rappresentato in realtà un qualcosa in più di una semplice alleanza strategica con IS. Infatti, il perfezionamento delle strategie militari e delle azioni di guerriglia da parte del gruppo sinaitico (autobombe, manovre multiple e combinate, atti diversivi, ricorso a mezzi cingolati-bomba, RPG, ecc.), nonché l’utilizzo di un linguaggio e di un sistema di comunicazione sempre più connotato e intriso del brand della casa madre siro-irachena, ha evidenziato una stretta identificazione militare e ideologica tra lo Stato Islamico e il Wilayat Sinai. Una prova concreta di ciò si era avuta lo scorso 1° luglio, quando tre azioni diversive sono state lanciate simultaneamente da gruppi differenti del WS contro le postazioni strategiche politiche e militari nel nord della Penisola tra le città di al-Arish e Sheikh Zuweid.

L’offensiva fallita e durata quasi 24 ore aveva come obiettivo finale la conquista delle due città, replicando nel Sinai le stesse strategie e operazioni militari condotte dalle brigate del Califfo nella campagna che IS aveva adottato nel giugno 2014 per strappare Mosul alle truppe regolari irachene2.

 
Attacchi terroristici in Egitto (dal 2011) – Fonte: Egypt Security Watch, The Tahrir Institute for the Middle East Policy (TIMEP)

Le battaglie di al-Arish e Sheikh Zuweid hanno dimostrato quindi una forte connessione tra IS e WS, nonostante una netta distanza geografica tra i due contesti e un’eterogeneità dei teatri operativi. Allo stesso tempo, la penetrazione profonda e in maniera graduale non solo nel Sinai, ma, seppur a macchia di leopardo, anche in altri teatri di crisi egiziani (confine con la Libia e deserto occidentale, Sinai e Striscia di Gaza, Delta del Nilo, Il Cairo e il distretto della capitale, Alto Egitto) ha evidenziato un alto grado di coordinamento operativo tra le differenti cellule egiziane locali, anch’esse più o meno affiliate a IS. Ne è un caso esemplificativo l’attentato al consolato italiano del Cairo dell’11 luglio 2015 condotto dal Wilayat Ard al-Kinana (Provincia dell’Egitto), un gruppo terroristico fino ad allora sconosciuto, che ha tuttavia dimostrato l’esistenza di una nuova organizzazione, più o meno, diretta emanazione della formazione attiva nel Sinai e/o della base siro-irachena di Raqqah3.

Le battaglie di al-Arish e Sheikh Zuweid – Fonte: Institute for the Study of War

Sul piano meramente militare, le azioni nel Sinai e al Cairo hanno altresì dimostrato un costante innalzamento qualitativo delle strategie militari da parte dei gruppi insorti sia nella scelta e nella capacità di colpire gli obiettivi, sia nella pianificazione, sempre più sofisticata, degli attentati, nonché nel reclutamento di miliziani tra le tribù beduine e tra le fila dei miliziani egiziani e stranieri giunti nella Penisola sinaitica. Parallelamente, questi episodi hanno sollevato numerosi quesiti circa le reali capacità politiche di stabilizzazione e di messa in sicurezza del territorio da parte dell’esecutivo egiziano. A fronte dell’adozione di numerose misure di contenimento e di repressione del fenomeno, del lancio di quattro campagne di counter-terrorism – ultima delle quali l’operazione “Martyr’s Right” (ottobre 2015) – o della distruzione dei tunnel sotterranei da e verso la Striscia di Gaza, i risultati deludenti finora raggiunti dai governi egiziani succedutisi fin dal 2011 non hanno condotto ad un miglioramento delle condizioni di sicurezza della Penisola o dei suoi stessi abitanti, né tantomeno ad un ridimensionamento della minaccia terroristica4.

 
Operazioni anti-terrorismo in Egitto (dal 2011) – Fonte: Egypt Security Watch, The Tahrir Institute for the Middle East Policy (TIMEP)

La crescita esponenziale del fenomeno in tutto il paese fa presagire inoltre che il jihadismo nel Sinai e nell’Egitto continentale continuerà a rappresentare nel medio periodo una minaccia costante alla sicurezza e alla stabilità tanto per il governo del Cairo, tanto per Israele. Proprio Tel Aviv, con cui Il Cairo ha stretto dalla destituzione di Mohammed Mursi nel luglio 2013 una solida cooperazione in materia di intelligence e di security, è un attore interessato alle vicende sinaitiche. Infatti il timore di aprire anche a sud un nuovo fronte di instabilità ha da tempo costretto il governo israeliano e l’IDF a riconsiderare le proprie strategie di sicurezza e a definire congiuntamente con l’Egitto operazioni di contenimento della minaccia. Una situazione, questa, che tuttavia non escluderebbe eventuali azioni in solitario volte a colpire, anche con il beneplacito egiziano, i gruppi insorti che minacciano la stabilità dello Stato ebraico5.

Si tratta di una situazione complessiva che potrebbe portare dunque ad un innalzamento della globalità stessa della minaccia terroristica all’intera fascia nordafricana e vicino-orientale, tramutando il territorio egiziano da semplice hotbed terroristico ad hub strategico per la penetrazione e la diffusione del network jihadista di IS.

Da ispionline.it

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sinaiterrorismoegittominaccia
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