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Trump e le “tre sberle”: dal potere del petroldollaro al controllo delle risorse energetiche

Dal Venezuela alla Russia fino all’Iran, Washington potrebbe puntare su una nuova leva di potere: trasformare sanzioni e pressioni geopolitiche in accordi energetici e partecipazioni nelle filiere strategiche

Trump e le “tre sberle”: dal potere del petroldollaro al controllo delle risorse energetiche
Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Cosa accade quando un impero si restringe? In epoca moderna la contrazione di un impero, riferendoci a quelli occidentali, passa per una serie di choc esogeni che si riverberano su tutto il mondo (leggasi guerre). Il Regno Unito è l’esempio più lampante: da potenza mondiale si è ridotto a una piccola isoletta dove, dopo la deindustrializzazione, la principale fonte di benessere deriva dall’industria finanziaria, seguita da quella del riciclaggio di denaro sporco tramite la moltitudine di paradisi fiscali collegati a Londra (Jersey, Guernsey, Isola di Man ecc.), come spiegato in Spider’s Web, un documentario sul riciclaggio internazionale con centro a Londra. Se parliamo tuttavia di un impero moderno, con capacità nucleare, è difficile pensare che si potrà ridurre come Londra. Cerchiamo quindi di comprendere quale via sembra intenzionato a percorrere l’impero americano.

Il Regno Unito insegna come sopravvivere alla fine?

Un tempo l’attuale Regno Unito era conosciuto come l’Impero britannico. La sua estensione territoriale, al suo apice, era tale che si era soliti dire che sull’impero non tramontava mai il sole. Dal Canada all’Australia, passando per il porto di Hong Kong sino all’India e al Capo di Buona Speranza in Sudafrica, tutto era sotto il controllo della potente marina britannica, che assicurava prosperità ai suoi protettorati e sciagura a chiunque si fosse opposto all’impero. Sotto l’Union Jack scorsero fiumi di sangue e milioni di cadaveri: chi non accettava benevolmente le regole di Sua Maestà era destinato a subirle. In India le carestie ingegnerizzate dalla leadership britannica per “moderare” gli indiani cagionarono milioni di morti. In Africa i campi di concentramento creati da Kitchener per piegare gli irruenti coloni boeri (e conquistarne l’oro) furono il modello ideale da cui, in seguito, presero esempio i nazisti. Le persecuzioni, le violenze sessuali e gli abusi sui nativi africani, americani e asiatici sono così numerosi che contarli sarebbe cosa vana, mentre la distruzione sistematica e strutturata di grandi e vetusti imperi, come quello persiano e quello ottomano, deve molto alla visione inglese di “forgiare il mondo a immagine della Gran Bretagna”.

Eppure l’impero cadde, ma non prima di aver offerto al mondo soluzioni ingegnose per gestire le folle, la finanza moderna e, in ultima analisi, il capitalismo di guerra (nella sua forma infantile). Quando Londra dovette restringersi, a seguito della fuga delle sue colonie, la sua economia, gravata dai debiti di guerra e dal debito detenuto all’estero, tentò un ultimo colpo di frusta. La ribellione dell’Egitto, che voleva possedere il canale di Suez, stimolò un ultimo atto militare del morente impero. Londra aveva tentato di imporre alle sue colonie l’utilizzo obbligatorio della sterlina, per mantenerne il valore internazionale, ma il metodo era fallito. E ora anche Suez si ribellava. Parigi aveva tentato una soluzione simile con le ex colonie francesi ma, in ultima istanza, creò il franco africano per dominarle con un sistema più primitivo (rispetto ai metodi inglesi): una moneta ancorata alla banca centrale francese.

Gli Stati Uniti intervennero obbligando Londra a ritirare le truppe da Suez: in caso contrario, il presidente americano dell’epoca aveva minacciato di scaricare il debito inglese detenuto dagli Stati Uniti (che avevano finanziato pesantemente Londra con armamenti, rifornimenti alimentari e medicine durante l’ultimo conflitto). Londra cedette e si adattò a divenire la lavatrice di denaro e la creatrice di “immagini candide” per oligarchi, signori della guerra e della droga a livello globale. Gli Stati Uniti non possono concedersi né la soluzione inglese, pur avendo radici storiche nei primi coloni inglesi, né la soluzione francese. Ma una nuova soluzione pare palesarsi negli edifici di marmo bianco candido che popolano la capitale americana, ordinati su assi di un perfetto compasso.

Il nuovo ruolo degli USA in un mondo multipolare e multivaluta

Quanto segue è una tesi che, allo stato attuale, trova crescente conferma nelle azioni del governo americano. Partiamo dalle basi. Per capire l’ipotesi di questa tesi si deve fare un passo indietro, guardando a come gli Stati Uniti hanno esercitato la loro influenza economica negli ultimi ottant’anni. Il dollaro aureo è stata la prima fase, diretta derivazione della parità aurea introdotta dal Regno Unito. Con gli accordi di Bretton Woods del 1944 il dollaro diventa l’unica valuta convertibile in oro a un prezzo fisso, e tutte le altre valute si agganciano al dollaro. L’America è il garante del sistema perché possiede la maggior parte delle riserve auree del mondo occidentale. Il sistema regge fino al 1971, quando Nixon sospende la convertibilità.

Il debito americano a seguito della guerra del Vietnam impose infatti a Nixon una scelta critica: sganciarsi dall’oro. Questa è la seconda fase. Dopo il 1971 gli USA, per mantenere la loro credibilità mondiale presso i crescenti creditori (che possedevano il debito pubblico americano), necessitavano di un nuovo “ancoraggio”. Arriva con l’intesa tra Washington e Riad della metà degli anni Settanta: il petrolio saudita, e poi quello dell’OPEC, si vende in dollari, e i proventi vengono reinvestiti in titoli americani. Chiunque voglia comprare energia deve prima procurarsi dollari. È la base della supremazia finanziaria americana per mezzo secolo, e anche del suo strumento più potente: le sanzioni. Chi è escluso dal dollaro è escluso dal commercio mondiale.

Il terzo stadio è alla base della tesi: il potere delle materie prime. Lo strumento delle sanzioni, usato in modo sempre più esteso, ha prodotto il suo anticorpo. Il congelamento delle riserve russe nel 2022 ha convinto molte banche centrali che detenere dollari è un rischio politico. Da lì l’accelerazione dei sistemi alternativi: il CIPS cinese per i pagamenti internazionali, l’SPFS russo come alternativa allo SWIFT, i progetti di pagamento dei BRICS, gli scambi energetici regolati in yuan, rupie e dirham. Il dollaro resta centrale, ma non è più sufficiente a garantire il controllo.

La risposta dell’amministrazione Trump, secondo la tesi dello scrivente, è un cambio di paradigma: se il dollaro da solo non basta e non è più credibile, bisogna essere fisicamente dentro le filiere. È il passaggio dal “dollar power” al “commodity power”. Consideriamo i fatti degli ultimi anni dell’amministrazione Trump per comprendere quanto questa tesi stia divenendo realtà.

La teoria delle tre sberle di Trump: pressione, tavolo, quota

La legge delle tre sberle descrive il metodo con cui questo passaggio si realizza. Lo schema si ripete in tre fasi. La sberla. Pressione massima su un grande produttore di energia ostile o non allineato: sanzioni, blocchi, isolamento finanziario, fino alla minaccia o all’uso della forza. L’obiettivo non è distruggere il paese, ma ridurne drasticamente le alternative. Il tavolo. Quando il costo della resistenza diventa insostenibile, Washington apre una trattativa transazionale. Non si parla di valori, democrazia o diritti: si parla di volumi, licenze, prezzi e tempi. Le sanzioni diventano merce di scambio, non un principio.

La quota. L’esito non è un semplice accordo commerciale, ma una presenza americana strutturale nella filiera: consorzi, partecipazioni, contratti di sviluppo congiunto, licenze temporanee e revocabili. Una presenza che dà a Washington potere sul flusso e un reddito sugli utili. Pur con approcci apparentemente differenti, le tre nazioni a cui questo modello viene applicato appaiono essere: Venezuela, Iran e (con alcune riserve) la Russia.

Venezuela: prima conferma della tesi

Il Venezuela è il caso di scuola, perché è quello in cui lo schema si è dispiegato più velocemente. Possiede le più grandi riserve petrolifere provate al mondo, ma per anni sanzioni, crollo della produzione e isolamento finanziario lo hanno reso un paese incapace di valorizzare la propria ricchezza. La sberla è arrivata in più ondate, con sanzioni sempre più strette sul settore petrolifero e sulla compagnia di Stato. L’arresto del presidente Maduro è stato l’apice di questa strategia. Poi il tavolo: licenze mirate concesse a operatori americani, rinnovate o ritirate a seconda dell’andamento politico.

Infine la quota: il modello che sta emergendo non è il vecchio dominio attraverso il dollaro, ma il controllo diretto dei flussi di esportazione attraverso consorzi in cui la presenza americana è determinante. Il greggio venezuelano torna sui mercati, ma passa da canali che Washington controlla.

Per la Cina, che negli anni aveva finanziato Caracas con prestiti rimborsati in petrolio, è un colpo preciso: una delle sue fonti di greggio a sconto passa sotto un’altra influenza. Nulla vieta alla Cina di acquistare ancora prodotti energetici venezuelani ma, se le affermazioni di Trump saranno confermate, parte dei proventi della vendita alla Cina andrà a un consorzio privato-statale americano che sta penetrando nel tessuto industriale venezuelano.

Seconda sberla: la Russia

Il 9 ottobre Donald Trump annuncia su Truth Social che, dopo una telefonata con Vladimir Putin, la Russia fornirà “immediatamente” 300.000 tonnellate di diesel al mercato americano e globale, altre 500.000 a novembre, un milione subito dopo e altri 3 milioni “in base alle condizioni delle raffinerie russe”. Lo stesso giorno il Tesoro americano, attraverso l’OFAC, pubblica la General License 135: il diesel di origine russa può essere venduto, scaricato e importato fino al 7 aprile 2027. Mosca conferma con il vicepremier Alexander Novak.

Letta in superficie, è una notizia di prezzi alla pompa e di elezioni di metà mandato. Letta in profondità, è la conferma di uno schema che da mesi lo scrivente racconta con le mappe, nelle aule del Politecnico e nelle conferenze di settore, da ultimo all’Adria Shipping Summit di Trieste e all’ADACI CPO Lounge di Stresa davanti ai direttori acquisti delle principali aziende italiane.

La Russia è il caso più complesso, perché è una potenza nucleare e il conflitto in Ucraina non è un semplice dossier economico. In più si aggiunga che la guerra russo-ucraina non è stata auspicata da Trump ma dalla precedente gestione Obama-Biden, come già spiegato in queste pagine in passato. Trump sta quindi valorizzando un’opportunità non sua, ma anche qui lo schema è riconoscibile.

La sberla è nota: quasi cinque anni di sanzioni senza precedenti, il congelamento delle riserve, il tetto al prezzo del petrolio, l’esclusione dalle principali reti finanziarie occidentali. A questo si aggiunge, sul piano fisico, la campagna ucraina contro le raffinerie: secondo il Financial Times, gli impianti russi lavorano oggi intorno al 60% della capacità, tanto che Mosca ha in vigore un divieto di esportazione del diesel fino al 31 ottobre.

Poi il tavolo. Secondo Axios, Washington avrebbe chiesto a Kiev almeno sei volte di fermare gli attacchi alle raffinerie russe, e l’8 e il 9 ottobre a Miami Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero comunicato alla delegazione ucraina la decisione sul diesel. Il giorno dopo arrivano la telefonata con Putin e la licenza del Tesoro.

E infine la quota, che è il punto decisivo. Il diesel è solo il primo flusso. In parallelo, secondo diverse ricostruzioni, tra cui quella di Oliver Boyd-Barrett, Kushner, Witkoff e Kirill Dmitriev, l’inviato di Putin per i rapporti economici, discutono l’ingresso di un investitore americano nella proprietà dei gasdotti Nord Stream, oggi al 51% di Gazprom. Sul tavolo ci sono da tempo anche ipotesi di sviluppo congiunto dei giacimenti artici, con Yamal in testa. L’amministrazione li chiama “prosperity agreements”: accordi economici che dovrebbero accompagnare la pace in Ucraina, con investitori americani che guadagnano dai futuri flussi energetici verso l’Europa.

Dmitriev ha commentato l’intesa sul diesel scrivendo che “la cooperazione Russia-USA su diesel ed energia farà bene al mondo”. Zelensky l’ha definita “non giusta e non onesta”. Entrambe le reazioni confermano la stessa cosa: l’energia è diventata il terreno su cui si negozia la fine della guerra.

Lo stesso Zelensky alcuni mesi fa aveva dichiarato all’Economist che vi era un accordo in divenire tra Trump e Putin: il primo avrebbe investito sino a 12 trilioni di dollari nei giacimenti russi di gas, prima di tutto lo Yamal (che riforniva l’UE e rifornisce la Cina). In cambio di questo accordo Putin avrebbe visto riconosciuti i territori ucraini occupati dall’esercito russo.

Per quanto lo scenario russo, partendo dall’accordo sul diesel, si stia dispiegando solo ora, tutto fa credere che lo sviluppo abbia seguito sino a oggi lo schema delle “tre sberle”.

Terza sberla: l’Iran, il prossimo banco di prova

L’Iran è la sberla ancora in corso, e per questo è il vero test della tesi enunciata in questo articolo. La pressione è massima: sanzioni, isolamento, e una campagna militare e di blocco nel Golfo che, secondo diverse fonti, ha ridotto drasticamente la capacità di Teheran di esportare. Se la legge è corretta, la fase successiva non sarà un regime change né un semplice cessate il fuoco, ma un tavolo transazionale sull’energia. Le ipotesi emerse nei mesi scorsi vanno già in questa direzione: finanziamenti e investimenti occidentali per rilanciare il settore energetico iraniano in cambio di una partecipazione agli utili. Non più solo sanzioni, ma una quota del business.

Lo scenario mediorientale ha una variabile esogena al volere americano: Israele e la sua attuale leadership, votata a una guerra senza confini per la “sua sopravvivenza”. Se le elezioni israeliane dei prossimi giorni sanciranno un cambio di leadership, è plausibile che il nuovo governo nazionale vorrà dare una nuova direzione alla sua politica: di qui un cessate il fuoco, se non una pace totale, con l’Iran e gli altri stati afferenti all’area di alleanze persiana. Se questo scenario dovesse avverarsi, Trump avrà via libera per chiudere l’affare iraniano, con promesse di fondi e supporto come già discusso in passato. È una previsione, e come tale va verificata. Ma se nei prossimi mesi vedremo licenze temporanee, consorzi con presenza americana o accordi di sviluppo congiunto sul gas e sul petrolio iraniani, la legge avrà superato anche la terza prova.

Perché proprio adesso

La legge funziona oggi, e non vent’anni fa, per tre ragioni. La prima è che gli Stati Uniti sono diventati il primo produttore mondiale di petrolio e di gas e uno dei principali esportatori di gas liquefatto. Un paese che importava energia doveva garantirsi l’accesso ai produttori. Un paese che la esporta può permettersi di trattare con i produttori da pari a pari, o da concorrente.

La seconda è che lo strumento finanziario ha raggiunto il suo limite. Ogni nuova sanzione spinge un altro pezzo di mondo verso pagamenti alternativi. Continuare ad allargare le sanzioni significa accelerare la perdita di centralità del dollaro. Entrare nelle filiere, invece, permette di esercitare influenza senza consumare ulteriormente quel capitale.

La terza è lo stile di questa amministrazione: transazionale, diretto, centrato sugli accordi più che sulle regole. Una presidenza che ragiona per “deal” è naturalmente portata a trasformare le sanzioni in merce di scambio e le crisi in occasioni di investimento. Le tre sberle colpiscono i tre grandi produttori di energia che negli ultimi vent’anni hanno sfidato l’ordine americano: Venezuela, Russia e Iran. Se la legge è corretta, deve funzionare su tutti e tre: Venezuela e Russia la stanno confermando, l’Iran sarà la prova decisiva.

Il vero bersaglio è Pechino?

Perché proprio questi tre paesi? Perché Venezuela, Russia e Golfo Persico sono tra i principali serbatoi da cui la Cina attinge l’energia importata necessaria alla sua crescita.

Ogni giacimento in cui entra un socio americano è un giacimento con cui la Cina dovrà rivedere i suoi rapporti finanziari e industriali. Ogni flusso che passa sotto l’influenza di Washington è un flusso su cui la Cina perde margine di manovra e potere negoziale. Elbridge Colby, oggi sottosegretario alla Difesa per la politica e considerato tra gli architetti della nuova postura americana in Asia, ha teorizzato questo approccio come “strategia della negazione”: non serve sconfiggere la Cina, basta negarle l’accesso alle risorse che le servono per diventare la potenza dominante. In passato una strategia simile venne percorsa anche da Roosevelt con il Giappone.

Anche Mosca, in questo schema, ha un suo interesse. Dopo anni di sanzioni la Russia è diventata fortemente dipendente dalla Cina. Un canale con Washington le restituisce margine e credibilità internazionale. A questo si aggiunga che questo approccio potrebbe allontanare la Cina dalla Russia, spinte l’una nelle braccia dell’altra dalle precedenti amministrazioni democratiche di Obama e Biden. È un’interpretazione, ma spiega perché Mosca sia disposta a sedersi al tavolo. La legge delle tre sberle, quindi, non è solo una strategia energetica. È una strategia di contenimento della Cina condotta attraverso le materie prime.

L’Europa, la grande assente

In questo schema l’Europa non è un attore, è un mercato, depauperato energeticamente e sempre più incapace di trattenere le proprie industrie energivore. L’Unione Europea e il Regno Unito non hanno modificato le sanzioni sul diesel russo: divieto di importazione e tetto al prezzo restano in vigore. Mentre gli Stati Uniti comprano con licenza ufficiale, gli europei continuano a non poterlo fare direttamente, salvo ritrovarsi lo stesso prodotto raffinato in paesi terzi, con un ricarico pagato da imprese e famiglie.

In Germania il tema divide: il governo esclude la riapertura del Nord Stream, l’AfD la chiede apertamente, e alcuni parlamentari tedeschi parlano già di un possibile “dirty deal” in cui americani e russi si dividono i profitti dell’energia mentre l’Europa paga il prezzo geopolitico. Il rischio, per noi, è ritrovarci con gasdotti europei gestiti da proprietari americani e russi, e con un’energia strutturalmente più cara di quella dei nostri concorrenti.

Quanto è corretta la tesi espressa?

Una teoria seria deve poter essere smentita. La legge delle tre sberle lo sarebbe se, nei prossimi mesi, vedessimo l’opposto: un ritorno a sanzioni rigide e non negoziabili sulla Russia, una soluzione per l’Iran senza alcuna componente energetica, un’uscita americana dalle filiere venezuelane. Se invece vedremo altre licenze temporanee, consorzi, quote e accordi di sviluppo congiunto, avremo la conferma che il potere americano sta cambiando forma. Il diesel russo che salpa verso l’America copre, nella migliore delle ipotesi, nove giorni di consumi statunitensi. Non cambierà gli equilibri energetici del mondo. Ma ne è il termometro più preciso. La geopolitica non è analisi. È allocazione del capitale.