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Esteri
Presidenziali Usa, se vincesse Trump


I benpensanti, in America e nel resto del mondo, sono praticamente unanimi: da un lato Donald Trump è ormai sicuramente il candidato repubblicano alla Casa Bianca, nelle elezioni di fine anno, dall’altro sarebbe una disgrazia se vincesse. Ma anche in questo i commentatori sono unanimi: la cosa è improbabile. Per la verità, da come si esprimono, ci si chiede se manifestino piuttosto un desiderio che una previsione. Soprattutto dal momento che fino ad ora tutte le previsioni su Trump si sono rivelate sbagliate.

Per giustificare la loro preoccupazione, riguardo a questa (im)probabile vittoria, gli analisti sottolineano l’estremismo e l’inapplicabilità di molte delle proposte di Trump. Ed effettivamente hanno ragione. Quei programmi sono estremi ed inapplicabili. E allora?

Non bisognerebbe dimenticare che una campagna elettorale è soltanto una grande campagna pubblicitaria. Non si tratta di dire la verità, non si tratta di fare promesse veramente realizzabili, si tratta di far conoscere un “prodotto” in modo che i consumatori lo preferiscano a quelli della concorrenza. In diritto si parla di “dolus bonus”. Il primo che ha introdotto il fluoro nel suo dentifricio non si sarà vantato soltanto dei benefici di quella sostanza (sempre che li offra) ma anche del fatto che quella pasta dava un sorriso smagliante e seducente. Un sorriso che avrebbe assicurato agli acquirenti un grande successo in amore e nella vita. C’è qualcuno che crede che, lavandosi i denti, si divenga belli come la modella in bikini della pubblicità?

La campagna elettorale di un Presidente americano non è niente di diverso. Serve a far conoscere il candidato e ad indicare la sua mentalità. Poi, una volta al potere, ben altri saranno gli imperativi che comanderanno la sua azione. Obama ha promesso il “Change”, nientemeno, il cambiamento che, proprio perché espresso in questa maniera vaga, significava “totale”. È cambiata l’America, nei suoi otto anni? Certamente no. E non poteva cambiare. Ma quella campagna elettorale ci ha mostrato un Presidente pacifista, idealista e pressoché “buonista”. Obama lo è stato, ed ha anche prodotto alcuni dei guasti che di solito producono gli idealisti. Ma in totale non è successo niente di catastrofico, e nella storia americana non si vede né chi lo metterà fra i grandi presidenti, né chi lo condannerà come il peggiore.

Analogamente, se arrivasse alla Casa Bianca, Trump scoprirebbe – come tutti – che il Presidente ha meno poteri di quanto generalmente si pensi all’estero. La politica americana ha necessità obiettive di peso ben maggiore delle idee del Presidente, per non parlare delle sue promesse elettorali.

La cosa veramente importante, in queste elezioni, non è decidere chi sia migliore, fra Donald Trump e Hillary Clinton: è decidere se gli americani sono veramente stanchi della mentalità corrente dell’establishment – come pensa Trump – o dopo tutto siano contenti di Obama e simili. E per questo siano a favore della continuità, rappresentata da Hillary Clinton. Non è un caso che chi ha potuto creare qualche difficoltà alla signora sia stato e sia un Bernie Sanders che rappresenta, anch’egli, una contestazione dell’establishment, se pure da sinistra. Ma ambedue, Trump e Sanders, dànno voce alla scontentezza della gente.

Se Trump vincesse, non avremmo dunque a capo degli Stati Uniti un dittatore semi-folle, ma una classe politica americana avvertita che il sentimento generale dei cittadini americani è cambiato, che bisogna ascoltare più attentamente ciò che gli americani dicono in famiglia, all’ora di cena, o quando vanno al bar, o quando fanno qualche commento a bassa voce, da soli, leggendo il giornale. Insomma i politici dovrebbero rendersi conto che in democrazia non sono loro a guidare il popolo verso il bene, è il popolo che guida i politici, nella direzione del proprio interesse. Ed ha tutto il diritto di farlo: perché in fin dei conti, dal momento che paga le tasse, è quello che tiene in piedi tutta la baracca.

pardonuovo.myblog.it

 

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