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Esteri
Trump, Onu contro il bando ai migranti: "Illegale e meschino"

Onu contro Trump: "Bando ai migranti illegale e meschino"

Le Nazioni Unite hanno bollato come illegale e "meschino" il bando di Donald Trump nei confronti dei profughi e dei cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza islamica. La dura dichiarazione e' del capo della commissione per la tutela dei diritti dell'uomo, Zeid bin Ra'ad Zeid al-Hussein, notoriamente restio a comunicare con twitter e generalmente molto riservato. Oggi invece anche lui ha fatto ricorso al social medium per affermare che "la discriminazione sulla base della nazionalita' e' vietata dalle leggi sui diritti dell'uomo" e che "il bando americano e' una cosa meschina nonche' uno spreco di risorse che potrebbero essere destinate alla lotta contro il terrorismo".

Trump: il mio bando non e' contro gli islamici 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ribadito che il suo bando contro i viaggiatori ed i profughi di sette paesi a maggioranza islamica "non e' un bando contro i musulmani". "L'America e' una nazione orgogliosa dei suoi immigrati", ha fatto sapere in una dichiarazione ufficiale scritta, cosa di per se' inusuale, "e continuera' a mostrare compassione nei confronti delle vittime dell'oppressione. Ma lo fara' proteggendo al momento stesso i propri cittadini ed i propri confini. L'America e' sempre stata la terra dei liberi e la casa dei coraggiosi". L'ultima prte e' una citazione dell'inno nazionale degli Stati Uniti. "Gli Usa rilasceranno nuovamente i visti tra 90 giorni dopo aver rafforato i controlli", ha aggiunto ancora Trump.

 

Immigrazione, Trump: "Confini solidi, no al caos dell'Ue"

 

Da Theresa May, premier del Regno Unito, alla cancelliera tedesca Angela Merkel e Justin Trudeau, primo ministro canadese; dai conservatori scozzesi, guidati da Ruth Davidson, ai "guru" dell'hi-tech americano, come Zuckerberg e Tim Cook, fino a scrittori, intellettuali e docenti universitari: tutti, sia pure con diverse sfumature, contestano il blocco per 4 mesi dell'immigrazione in Usa deciso dal presidente Donald Trump e contro la black list di 7 paesi islamici. Ma il presidente americano tira dritto ed anzi attacca il modello Europa.

E mentre negli aeroporti statunitensi monta la protesta contro gli abusi nei confronti degli immigrati provenienti dai paesi islamici "messi al bando" dalla Casa Bianca, migliaia di persone manifestano all'interno e all'esterno degli scali aerei  e decine e decine di avvocati si mobilitano per offrire assistenza legale alle persone bloccate e detenute nei terminal di New York, Chicago, Los Angeles, Boston, Atlanta e negli altri aeroporti. Dalle nazioni "colpite" dall'ordine esecutivo di Trump, invece, arrivano le prime contromisure: l'Iran ha già deciso di impedire l'ingresso nel proprio territorio dei cittadini americani, l'Iraq sembra vicino a varare analoghe misure.

Giudice federale di Brooklyn blocca i rimpatri coatti. Una prima breccia legale nell'ordine di Trump è arrivato nella notte dalla giudice Ann M. Donnelly, del tribunale del distretto federale di Brooklyn, che ha stabilito che i rifugiati o altre persone interessate dalla misura e che sono arrivati negli aeroporti statunitensi non possano essere espulsi. Si calcola che l'ordinanza di emergenza della magistrata interessi tra le 100 e le 200 persone, fermate negli aeroporti Usa o in transito e interviene solo su una parte dell'ordine esecutivo. La giudice non ha però stabilito che queste stesse persone debbano essere ammesse negli Stati Uniti né si è espressa sulla costituzionalità dell'ordine esecutivo del presidente. Per loro si prospetta quasi la situazione del protagonista del film "The terminal", di Steven Spielberg, con l'impossibilità di uscire dall'aeroporto. Per la Homeland Security, il numero totale delle persone fermate negli aeroporti sarebbe al momento di 109.

Gran Bretagna. Theresa May si è dichiarata "non d'accordo" con la decisione di Trump di bloccare l'immigrazione negli Stati Uniti. Una breve dichiarazione, resa nota dal suo portavoce, per ribadire il "non gradimento del Regno Unito" a questa politica anti-rifugiati varata dal presidente americano. Theresa May era stata pressata dai deputati e lord britannici affinché si smarcasse dalla linea dura presa da Trump, linea dura che in un primo momento la premier del Regno Unito aveva in qualche modo avallato. Il cambio di fronte sembra sia dovuto anche al fatto che i provvedimenti del presidente americano possano colpire cittadini britannici con doppia nazionalità.

Germania - Angela Merkel ha atteso più a lungo, ma il suo commento è giunto stamattina attraverso il suo portavoce: la cancelliera, ha detto Steffen Seibert, "ritiene che persino nella battaglia necessariamente risoluta contro il terrorismo non sia giustificato sospettare di persone di determinate origini o fedi religiose". La cancelliera, fa sapere Berlino, ha espresso il proprio rammarico per la decisione di Trump direttamente al presidente americano nel corso della telefonata avuta ieri con lo studio ovale.

Canada. "A chi fugge dalle persecuzioni dal terrore e dalla guerra, sappiate che i canadesi vi daranno il benvenuto, non importa quale sia la vostra fede. La diversità è la nostra forza #welcome to Canada". Questo il tweet con cui il primo ministro canadese Justin Trudeau ha indirettamente risposto oggi alla sospensione degli ingressi negli Stati Uniti dei rifugiati decisa dal presidente americano Donald Trump.

Scozia. Sulla scia del Canada, anche la Scozia - attraverso la premier Nicola Sturgeon - si dichiara terra d'accoglienza per chi viene respinto da Trump. 

"Profondamente rammaricato" dalla stretta sui controlli sui passeggeri provenienti da Paesi islamici si è detto anche il governo dell'Indonesia, nazione non inclusa nel bando di Trump, ma pur sempre la più grande comunità musulmana del mondo. Parole dure anche da parte di Hillary Clinton, la candidata democratica alla presidenza statunitense che è stata sconfitta da Trump: "Io sto con tutte quelle persone che stasera manifestano per difendere i nostri valori e la nostra Costituzione. Noi siamo così", scrive su Twitter.

Giudice federale di Brooklyn blocca i rimpatri coatti. Una prima breccia legale nell'ordine di Trump è arrivato nella notte dalla giudice Ann M. Donnelly, del tribunale del distretto federale di Brooklyn, che ha stabilito che i rifugiati o altre persone interessate dalla misura e che sono arrivati negli aeroporti statunitensi non possano essere espulsi. Si calcola che l'ordinanza di emergenza della magistrata interessi tra le 100 e le 200 persone, fermate negli aeroporti Usa o in transito e interviene solo su una parte dell'ordine esecutivo. La giudice non ha però stabilito che queste stesse persone debbano essere ammesse negli Stati Uniti né si è espressa sulla costituzionalità dell'ordine esecutivo del presidente. Per loro si prospetta quasi la situazione del protagonista del film "The terminal", di Steven Spielberg, con l'impossibilità di uscire dall'aeroporto. Per la Homeland Security, il numero totale delle persone fermate negli aeroporti sarebbe al momento di 109.

Alle voci dei leader dei paesi alleati degli Stati Uniti contrarie alla politica anti-immigrazione di Trump si uniscono quelle di intellettuali, capi di grandi aziende multinazionali, i "guru" dell'hi-tech americano, premi Nobel come Malala.

Lo scrittore Stephen King esorta i cittadini statunitensi a chiamare i propri deputati e senatori per convincerli a contrastare la linea anti-immigrati decisa da Trump. Mark Zuckerberg, presidente di Facebook, si è già duramente espresso contro il presidente americano: "Se non ci fossero stati gli immigrati in Usa non ci sarebbe stata questa grande nazione con la sua forza economica, politica e sociale", ha scritto in un post pubblicato nella sua pagina sul social network. Alle parole di Zuckerberg ha subito fatto eco Tim Cook, Ceo di Apple: "La nostra azienda non esisterebbe senza l'immigrazione. Senza l'apporto di tutte le intelligenze, senza discriminazioni religiose, la nostra nazione non potrà prosperare e portare avanti l'innovazione", scrive in un tweet, citando successivamente anche Abram Lincoln.

Anche dal punto di vista legale si profila una battaglia fino ai più alti livelli della giustizia americana. Un ricorso alla Corte Suprema Usa sembra sia imminente ed è basato sulla violazione proprio della Costituzione statunitense che stabilisce il diritto ad esprimere la propria appartenenza religiosa senza dover subire persecuzioni.

La risposta di Trump. A fronte di tante prese di posizione e critiche, Donald Trump va avanti e su Twitter attacca il modello europeo dell'apertura e dell'accoglienza: "Il nostro Paese - twitta Trump - ha bisogno di confini forti e di controlli rigidi, ADESSO. Guardate a quello che sta succedendo in Europa e, anzi, in tutto il mondo - un caos orribile!".

Le misure di Trump hanno avuto conseguenze già ieri. E' già attivo nei fatti il divieto di ingresso negli Stati Uniti per quanti provengano da 7 paesi a maggioranza islamica: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen.  Al Cairo a una famiglia di iracheni è stato impedito di salire a bordo di un volo EgyptAir per New York. Marito, moglie e due figli, già in possesso del visto, sono stati informati che le nuove regole non potevano consentire l'imbarco. Situazione analoga ai banchi delle compagnie internazionali a Teheran, dove la carta d'imbarco non viene rilasciata ai cittadini iraniani da compagnie come Etihad Airways, Emirates e Turkish Airlines. Da parte sua la Iran Aviation Organisation ha affermato di non aver rilasciato nuove direttive in merito alle compagnie del paese, che comunque non hanno voli diretti con gli Usa.

Sul decreto di Trump avvocati e gruppi per la difesa dei diritti umani stanno attivando azioni legali, le prime in conseguenza di quanto accaduto a due cittadini iracheni fermati all'aeroporto J.F. Kennedy di New York. Secondo quanto riportato dal New York Times, uno dei due iracheni fermati lavorava da dieci anni per il governo statunitense, mentre il secondo intendeva raggiungere la moglie, impiegata da un'azienda statunitense. I loro legali sostengono che entrambi erano in possesso di un visto di ingresso valido e stanno chiedendo il loro rilascio per arresto illegale. Inoltre le organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno chiesto che la loro causa venga classificata come class action, in modo da poter rappresentare tutti i rifugiati fermati dopo la firma dell'ordine esecutivo. Nella tarda serata italiana, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa Reuters, a uno dei due iracheni è stato consentito di entrare negli Stati Uniti. Poco dopo, anche il secondo iracheno bloccato ha potuto lasciare l'aeroporto.

C'è un ulteriore caso provocato dal blocco dell'immigrazione in Usa. Molti equipaggi di aerei provenienti dal Medio Oriente sono composti da personale nato nei paesi inseriti nella "black list" di Trump. Per questo non possono entrare negli Stati Uniti. C'è quindi il rischio che molti voli possano venire cancellati proprio per questo e che non sia assicurato il rientro dagli Usa dei passeggeri che hanno prenotato un posto su questi. La Iata, l'organizzazione internazionale del trasporto aereo, ha diramato un "alert" alle compagnie affinché verifichino preventivamente la possibilità degli equipaggi designati per i voli negli Usa di poter entrare liberamente sul territorio americano.

I paesi islamici dove Trump ha interessi economici esclusi dalla "black list". E sale anche la protesta per l'esclusione di alcuni paesi islamici, da cui sono provenuti molti dei terroristi responsabili di attentati gravissimi contro cittadini americani, dalla black list decisa da Trump. Sono proprio quei paesi dove il tycoon ha importanti interessi economici. In un tweet, James Melville ad esempio fa il confronto con gli altri Stati messi al bando dal presidente degli Stati Uniti in relazione alle azioni violente contro gli Usa. Dal confronto emerge un dato sconcertante: le nazioni escluse dalla lista nera sono proprio quelle che hanno dato i natali agli autori delle più efferate stragi contro cittadini americani, mentre dai paesi inseriti nella lista non ci sono persone che hanno compiuto azioni violente negli Usa.

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