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Trump venerato come una star, dai cappelli Maga alle lacrime: come è andato il comizio per i 250 anni degli Usa

Sul National Mall il riflesso di un Paese che celebra se stesso con una intensità che non conosce mezze misure. Il racconto dagli Stati Uniti

Trump venerato come una star, dai cappelli Maga alle lacrime: come è andato il comizio per i 250 anni degli Usa

Dal nostro inviato a Washington– Tra cappellini rossi con la scritta MAGA, magliette decorate di aquile e bandiere americane, e donne vestite con abiti che richiamano la Betsy Ross Flag, il National Mall si è trasformato nel cuore pulsante dell’America 250 State Fair, la grande celebrazione per i 250 anni dell’indipendenza americana. L’attesa per Trump è palpabile fin dall’inizio, ma prima bisogna guadagnarsela. Partendo con l’evento, la “Great America State Fair” si autodefinisce come “un’esposizione di livello mondiale e una moderna Fiera Mondiale che celebra le persone, le tradizioni, le innovazioni e lo spirito che rendono l’America la più grande nazione sulla terra”. Il programma della giornata di apertura, tenutasi ieri sera, è lungo e vede alternare politica, momenti di preghiera e musica, in un’atmosfera quasi surreale.

Trump venerato come una star, dai cappelli Maga alle lacrime: come è andato il comizio per i 250 anni degli Usa
Trump venerato come una star, dai cappelli Maga alle lacrime: come è andato il comizio per i 250 anni degli Usa

I primi a salire sul palco sono i segretari Doug Burgum e Brooke Rollins: la folla è abbastanza scarna e il discorso non trascina. Accanto a me, una guardia di sicurezza scopre che sono italiano e ride all’idea che così tanti media internazionali hanno attraversato l’oceano per seguire questo momento “Ma l’Italia non è ai Mondiali, vero?” mi fa, con un sorriso largo. “But you are great allies”, aggiunge, e lo dice con una sincerità che scalda e mi rincuora, soprattutto nel giorno in cui il segretario generale della Nato, Mark Rutte, si è incontrato alla Casa Bianca con Trump.

In fila per un terribile hamburger da 22 dollari incontro un ragazzo americano, occhi chiari e berretto “45/47”, i numeri delle presidenze Trump “Niente unisce gli americani come onorare i 50 Stati”, mi dice con il tono di chi recita qualcosa in cui crede davvero. “Sembra un fantastico inizio per una fantastica fiera”, rimarca con una genuinità spaventosa. È questo che, forse, dall’Italia facciamo fatica a capire: qui non c’è ironia. C’è una vera e propria fede patriottica e di fratellanza totale.

Mentre la programmazione continua e la quantità di persone vestite nei modi più assurdi aumenta a dismisura, si arriva finalmente al momento che tutti aspettano: l’ingresso di Trump è studiato come una scena cinematografica, e probabilmente lo è. Alle sue spalle, il Washington Monument è illuminato dal tramonto, in un momento oggettivamente bellissimo. Mentre la musica suona, passano i jet militari, tra cui il leggendario B-2 bomber, quella sagoma nera a forma di manta che taglia il cielo e fa venire i brividi a vederlo e, soprattutto, a sentirne il boato. La colonna sonora è del tenore americano Christopher Macchio, cognome chiaramente di radice italiana, che canta “Nessun Dorma”, a cui segue l’inno Maga con cui Trump entra in tutti i suoi comizi: “God Bless the USA“, di Lee Greenwood.

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Il discorso, quando finalmente arriva, segue un copione collaudato: zero immigrati, nessuna tassa sulle mance, e la dichiarazione che Washington DC è “the most beautiful and safest city in the USA”,  una frase che, a seconda di chi l’ascolta, è una promessa o una provocazione. Le critiche alle amministrazioni precedenti si susseguono una dopo l’altra come in un rosario, e il pubblico applaude ritmicamente. I picchi di entusiasmo arrivano puntuali quando si menziona l’Iran, quando si attacca Biden e, in particolar modo, quando si menziona Obama.

A colpire non sono le parole di Trump, ma la reazione delle persone. All’arrivo del presidente ho visto più di una persona piangere, non tanto di commozione, ma in un modo che nella mia vita ho visto solo al concerto di Taylor Swift o di Vasco Rossi. C’è qualcosa di difficile da spiegare a chi guarda dall’esterno: per una parte consistente degli americani, Trump non è un politico. È una star totale. È un simbolo, qualcosa che va oltre la politica e sconfina nel sacro, nel tribale, nell’identitario e addirittura, come dimostrano i momenti di preghiera in cui lui si trova sempre al centro come messia, nel religioso. Tra curiosi e super fan Maga, posso dire che ieri sera, sul National Mall ho visto un Paese che celebra se stesso con una intensità che non conosce mezze misure.

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