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Esteri
Voto Usa 2016/ Le politiche commerciali con Trump presidente. L'analisi


Normalmente le questioni di politica commerciale non sono centrali nelle campagne elettorali americane (come in molti altri paesi), dal momento che l’interesse di elettori e candidati si focalizza soprattutto su questioni di politica interna. Nella tornata elettorale di questo autunno però il dibattito sulle politiche di apertura economica degli Usa e sui negoziati commerciali è stato piuttosto acceso. Questo è avvenuto per molte ragioni. Prima di tutto, l’elettorato americano è diventato molto più sensibile di un tempo su queste questioni. In Usa, come in altri paesi avanzati, si è andata diffondendo una nuova ondata anti-globalizzazione (valga per tutti il caso Brexit), dopo quella che aveva caratterizzato l’inizio del millennio, che mantiene alta l’attenzione sui temi dell’internazionalizzazione. La spinta contro l’apertura dei mercati è venuta dalla crisi economico-finanziaria internazionale e dall’idea – in grande misura ingiustificata – che molti mali che affliggono le economie avanzate siano attribuibili al processo di integrazione con le economie emergenti e alle pressioni provenienti da queste. In secondo luogo, i grandi negoziati commerciali bilaterali sono da qualche anno al centro del dibattito politico internazionale, anche perché con lo stallo dei negoziati multilaterali in sede Wto, i paesi cercano altre vie di accesso ai mercati esteri. Gli Usa in primis vedono in negoziati più mirati rispetto a quelli globali la possibilità di inserire nei trattati specifiche questioni di loro interesse, non solo di carattere puramente economico.

Attualmente gli Usa hanno in essere accordi di liberalizzazione commerciale preferenziale con 20 paesi, in prevalenza di piccole dimensioni, molti dei quali in America centrale e meridionale. Uno dei principali di questi accordi, il Nafta, che coinvolge Usa, Canada e Messico, fortemente criticato nei discorsi di Donald Trump, è entrato in vigore nel 1994 durante la presidenza di Bill Clinton. L’ex presidente aveva nettamente favorito l’apertura commerciale degli Usa, non solo nel caso del Nafta, ma anche con gli accordi multilaterali che hanno dato vita alla creazione del Wto nel 1995 e con il suo atteggiamento favorevole alla “normalizzazione” degli scambi economici con la Cina, avviando un periodo di crescita dell’apertura americana sui mercati mondiali.

Nel 2008, subito prima dello scoppio della crisi finanziaria internazionale, gli Usa hanno raggiunto loro massimo grado di apertura in termini di peso di scambi commerciali con l’estero in rapporto al Pil, pari al 30%.  È un livello relativamente basso se confrontato con quello dei paesi europei, ma storicamente molto alto per gli Usa. Il valore si è leggermente ridotto in seguito alla crisi finanziaria ma si attestava nel 2015 ancora al 28%.

L’interesse per i negoziati commerciali preferenziali ha coinvolto anche la passata amministrazione Obama, che si è mostrata molto attiva nel rafforzare la presenza americana in specifici mercati esteri. Oltre a diversi accordi con paesi più piccoli, alla eliminazione delle sanzioni nei confronti di “nemici storici” come Cuba e Iran, Obama ha concluso il Trans Pacific Partnership tra Usa e altri 11 paesi che sia affacciano sull’Oceano Pacifico, e ha avviato i negoziati sul Transatlantic Trade and Investment Partnership con l’Unione europea. Si tratta di accordi che sono stati molto contestati da molte parti dell’elettorato Usa, e questo atteggiamento ha spinto entrambi i candidati alla presidenza a dichiararsi contrari a questi accordi commerciali. Da parte di Donald Trump questo non stupisce vista la sua generale linea politica (anche se di fatto questo contrasta con la linea tradizionalmente tenuta da molti repubblicani, favorevoli all’apertura internazionale dei mercati, sebbene con molte ambiguità). Più difficile da comprendere, se non sulla base di un puro calcolo elettorale, la posizione di Hillary Clinton, la quale era stata uno degli artefici del negoziato sul Tpp mentre era segretario di stato, ma che invece in campagna elettorale si è dichiarata contraria a questo accordo.

Si tratta di una posizione molto discutibile dal punto di vista economico, dal momento che tutti gli studi mostrano potenziali guadagni elevati per imprese e consumatori americani originati da questi accordi. Ma è anche una posizione contraria all’interesse generale americano, dal momento che attraverso questi mega-deals gli Usa possono disegnare le regole del gioco sui mercati internazionali e contribuire a determinare l’andamento dei mercati mondiali nei prossimi anni. Non volere prendere parte attivamente a questo tipo di accordi significa inevitabilmente lasciare campo libero per definire le nuove regole ad altri paesi, e in particolare alla Cina e ad altri emergenti, attori sempre più importanti sui mercati mondiali.

Una delle principali sfide dunque per il neo presidente sarà mantenere almeno al livello attuale l’apertura commerciale del mercato americano. Purtroppo la linea politica fortemente nazionalista e tendenzialmente isolazionista portata avanti in campagna elettorale da Donald Trump, oltre all’atteggiamento del suo elettorato non fa ben sperare da questo punto di vista. Ma un’America economicamente isolazionista, oltre a danneggiare la prosperità degli americani, sarebbe un duro colpo per l’economia mondiale, che già attraversa una fase di grande incertezza. Ci si augura quindi che nei prossimi quattro anni il realismo e il pragmatismo americano modifichino i programmi di politica commerciale annunciati dalla nuova presidenza.

Lucia Tajoli, Senior Associate Research Fellow ISPI and Politecnico, Milano

fonte: http://www.ispionline.it

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