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Crisi climatica, Alpi più instabili: con il caldo aumenta il rischio frane

Crisi climatica, aumento delle temperature, scioglimento dei ghiacci e una montagna sempre più instabile, è l'immagine con la quale da diversi anni a questa parte numerosi alpinisti (ma non solo) si sono abituati a convivere. Non ci è voluto molto per rendersi conto che gli itinerari che fino a una ventina di anni fa sembravano immutabili, ora sono in continua evoluzione: sempre meno neve, pareti che cambiano aspetto, detriti che cadono a valle, mezze stagioni inesistenti. Tutti questi mutamenti, strettamenti legati e causati dalla crisi climatica, vengono ora confermati da uno studio. "Pronounced increase in slope instability linked to global warming: A case study from the eastern European Alps", è la ricerca condotta dal gruppo  “River Basin Group” della facoltà di Scienze e Tecnologie dell’Università di Bolzano, in collaborazione con l’Istituto di geoscienze della Universität Potsdam, riportata da Repubblica, che mette in luce quelle che sono state le modifiche dei pendii e delle frane in Alta Van Venosta negli ultimi  settant'anni. Un caso "innovativo", che non si concentra rispetto alle precedenti ricerche sul settore occidentale delle Alpi o delle catene montuose di altri continenti, riporta Repubblica. “La nostra ricerca - sottolinea infatti uno degli autori dello studio – è una delle prime sulle Alpi centro-orientali che abbia messo assieme i diversi “indizi” per comprendere i tempi e i motivi dell’aumentata franosità”. 

Dalla ricerca è emerso che "le maggiori temperature portano allo scioglimento del manto nevoso. L’acqua che ne risulta si infiltra nelle rocce e poi, quando la temperatura torna a scendere, ghiaccia e provoca il fenomeno detto del frost cracking: la dilatazione fisica conduce alla rottura dei massi rocciosi e alla loro caduta", spiega Francesco Comiti, docente di Gestione dei rischi naturali nelle aree montane. “Il problema – continua Sara Savi, ricercatrice e autrice della ricerca– è che l’aumento delle frane ad alte quote crea una maggiore disponibilità di materiale sciolto che può poi essere più facilmente mobilizzato durante episodi di precipitazioni intense. Quindi un aumento della franosità a quote elevate può comportare un aumento della pericolosità anche a valle, laddove il nuovo materiale prodotto può essere preso in carico e trasportato dai torrenti durante i temporali". Infine, secondo Comiti "c'è la prova che l’alto bacino del Rio Solda, e specialmente le aree in prossimità dei ghiacciai, hanno sperimentato una significativa diminuzione della stabilità dei pendii a partire dagli anni 2000 esiste, da cui può dedurre un aumento delle cadute di massi e dei flussi di detriti durante la primavera e l’estate, le stagioni in cui il potenziale passaggio di persone è più probabile. "Il nostro studio conferma quindi che nelle aree alpine di alta quota si dovrebbe intraprendere una mappatura dei pericoli naturali che tenga conto di scenari diversi o comunque aggiornati rispetto a quelli utilizzati nel passato, visto che il cambiamento climatico ha aumentato il livello generale di pericolo in tali aree”, conclude Comiti. 

 

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