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Energia green, l’Europa accelera. SMA Italia: “Obiettivi troppo lontani”

Energia rinnovabile, transizione ecologica, taglio delle emissioni, obiettivi e impegni futuri: le parole chiave di una settimana ambientale densa di incontri e promesse. Dall’annuncio del Parlamento europeo del nuovo accordo politico provvisorio, che sancisce il raggiungimento della neutralità carbonica al 2050, al taglio netto delle emissioni di “almeno” il 55% rispetto al 1990 entro il 2030.  

Dal negazionismo climatico dell’era Trump, al summit globale sul clima, dove il presidente americano Joe Biden ha promesso una riduzione dei gas serra del 50-52% entro vent’anni, raddoppiando così l’impegno dell’amministrazione Obama. Dalle storiche tensioni tra Washington e Pechino, alla distensione globale sui temi climatici, con l’annuncio del presidente cinese Xi Jinping di voler “cooperare con gli Stati Uniti sui temi ambientali”.

Un quadro ampio e complesso che riserva all’Italia un ruolo altrettanto cruciale. Come sottolineato dal premier Mario draghi al summit globale sul clima, il Paese è “bello, ma fragile”, “la lotta al cambiamento climatico deve essere una sfida per la nostra storia e per i nostri paesaggi”. Una partita quindi tutta aperta, da giocare prima in casa e poi all’estero. 

Affaritaliani.it ha intervistato Valerio Natalizia, Amministratore Delegato di SMA Italia- azienda leader nel campo degli inverter fotovoltaici, dei sistemi energetici integrati e dei relativi sistemi di accumulo - per fare il punto sullo stato delle cose in materia energetica, soprattutto sul peso e sul ruolo delle rinnovabili nella futura scommessa ecologica. 

Valerio Natalizia Amministratore Delegato SMA Italia lowValerio Natalizia, ad di Sma Italia 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arriviamo da giorni densi di parole e buoni propositi. Dall’Europa agli Stati Uniti, passando per la Cina, tutto il mondo sembra dirigersi verso “la giusta strada”. È realmente percorribile?

“Partiamo dalla positività della notizia. Dopo anni di amministrazione americana che tendeva a negare gli effetti del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici, l’amministrazione Biden ha dato veramente segno di un cambiamento di rotta importante. Qualcosa di inaspettato che allinea gli Stati Uniti a quanto già sia Cina che Europa avevano detto, con numeri diversi (chi parla del 2050, chi del 2060), ma con impegni anche nel medio periodo importanti. Anche a livello geopolitico è sicuramente un modo per trovare accordi dopo tante tensioni commerciali. 

L’ambiente, dopo tanto tempo, è paradossalmente l’unico tema di distensione e non divisivo, o mi sbaglio?

Corretto. È un punto su cui sembra esserci un accordo globale. Questo è un fatto decisivo per due motivi: da un lato viene riconosciuto a livello trasversale e senza distinzioni l’esistenza di un problema. Dall’altro aumenta la consapevolezza: se non si interviene subito, il rischio di fare danni maggiori alla nostra cara Terra è più che probabile. 

Ma in materia di energia rinnovabile, l’Italia come si posiziona? Quanto pesano le promesse europee? 

All’interno dell’Europa l’Italia deve sicuramente giocare un ruolo forte, anche perché è il secondo Paese più industrializzato. Abbiamo un obbligo maggiore e di conseguenza un grande impegno da rispettare. Ma le dichiarazioni sono ancora troppo generiche. Se da un lato c’è la volontà annunciata dal premier Mario Draghi e dal ministro del MiTE Roberto Cingolani di voler cavalcare l’onda della transizione ecologica, dall’altro è evidente la mancanza di un chiaro impegno a favore delle rinnovabili. E quando parlo di rinnovabili mi riferisco soprattutto al fotovoltaico. Nelle ultime settimane si è parlato tanto di economia circolare, transizione, dell’importanza delle fonti verdi, ma manca un vero piano di sviluppo economico e industriale legato alla sostenibilità. 

Nel piano nazionale di energia e clima c’era l’impegno di portare a più di 50 GW la potenza installata di fotovoltaico, circa 30 GW aggiuntivi rispetto alla potenza attuale. In dieci anni si arriverebbe a 3,5/ 4 GW di nuova potenza fotovoltaica all’anno. Bene, il 2020 si è chiuso con una crescita dello 0,62%, 625 MW: un valore che è tra le sei e le sette volte inferiore rispetto a quello che ci servirebbe per raggiungere gli obiettivi. Occorre mettere nero su bianco un programma da qui al 2030, meglio se pensato a “step intermedi”, dando chiarimenti importanti su quale sarà il contributo delle diverse tecnologie.

Step intermedi? 

A livello politico manca un piano che oltre a definire gli obiettivi al 2030 o al 2050, abbia anche degli obiettivi al 2023, 2025, 2027: obiettivi di breve o medio periodo per identificare la bontà della traiettoria intrapresa o eventualmente modificare i contenuti perché non stanno portando ai benefici aspettati. Un conto dire Green New deal, un conto dire transizione ecologica, un’altra cosa è invece avere dei dati reali sulle installazioni annuali o avere un impatto importante sulla produzione, sui consumi e sul totale di una quota di energia importante. 

Fissare quindi obiettivi prossimi e poi valutarne l’impatto? 

Esatto. Molto spesso leggo commenti negativi sul ricorso agli impianti su grande scala. Ma è sbagliata questa diffidenza. Se vogliamo veramente raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati e d’altronde lo stanno facendo anche gli altri Paesi che hanno investito nelle rinnovabili e nel fotovoltaico, si deve tornare a realizzare centrali fotovoltaiche di dimensioni grandi. Non si può prescindere dall’uso e dall’installazione di questi grandi impianti se vogliamo fare, come dicevo prima, 3 o 4 GW di fotovoltaico all’anno. L’occasione non è solo il recente summit, ma anche internamente il piano di Recovery, insomma tutto quello che rappresentaun un punto di ripartenza, deve poter puntare sulle rinnovabili, in particolar modo sul fotovoltaico, poiché rappresenta una delle tecnologie più serie ed affidabili per raggiungere questi obiettivi. 

Più precisamente? 

Per prima cosa il fotovoltaico ha un prezzo molto basso, in termini di costo per produrre energia. Inoltre, è accettato a livello sociale in maniera incredibile: chiunque ha la possibilità di produrre attraverso il solare è felice di farlo. Infine, la tecnologia non è complessa. Ma i numeri parlano chiaro. Non solo in Germania, ma anche in Polonia, Belgio, Olanda e Spagna, sono tantissimi i Paesi che oggi installano diversi GW all’anno, mentre l’Italia è ferma al palo con i 625 MW dell’anno scorso, i più di 700MW dell’anno prima e i 400MW dell’anno prima ancora. Stiamo accumulando un ritardo importante e non si capisce il perché di questa cautela. 

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