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La plastica che si sta mangiando il pianeta è ora anche nell’aria
(fonte Lapresse)

Altro che Coronavirus. Il vero virus che sta mangiandosi il pianeta e la salute di umani, animali e piante si chiama plastica.

Ormai è dappertutto. Nel mare ce ne sono miliardi di tonnellate, che galleggiano come isole della dimensione dell’intera Francia, o nel profondo degli abissi in quantità inimmaginabili e pure al Polo Nord e in montagna.

L’unica parte del pianeta che sembrava essere esente da questa pandemia era l’atmosfera, ma ora sembra che anche l’aria ormai ne sia impregnata.

Un’aria inquinata da microplastiche che, galleggiando nell’aria per oltre una settimana, ricadono con le piogge sulla terra, chiudendo il cosiddetto ”ciclo plastico”.

La produzione di plastica è cominciata nel 1907 con la bachelite creata dal chimico Leo Baekeland e, dal quel momento, l’uomo non ha più smesso di produrre plastica.

Nel secondo dopoguerra è partito il boom della produzione. Nel 1950 venivano prodotte 2 milioni di tonnellate di fibre e resine che hanno raggiunto nel 2015 le 380 milioni di tonnellate.

Un mare di plastica da 8.300 milioni di tonnellate di cui l'80% è finito nelle discariche o nell'ambiente.

In questi luoghi i processi naturali hanno filtrato e trascinato le plastiche più piccole che si sono infiltrate nel sottosuolo o hanno raggiunto il mare. E non solo attraverso questa strada perchè adesso si è scoperto che le microparticelle raggiungono i mari anche attraverso l’aria.

E tutto questo accade nel corso di milioni di azioni quotidiane che nemmeno ci immaginiamo il danno che possono fare sull’ambiente.

I ricercatori dell'Istituto norvegese di ricerca sull'aria (INIA) hanno verificato come i pneumatici per auto (realizzati con materie plastiche) ad ogni frenata o accelerazione eliminano pezzi di microplastica nell'aria. Solo queste azioni hanno portato 140.000 tonnellate di detriti delle ruote nei mari trasportati dal vento.

La biochimica Janice Brahney, della Utah State University (Stati Uniti), è l'autore principale di questa ricerca con stazioni di qualità dell'aria posizionate nei parchi nazionali negli Stati Uniti.

La ricercatrice ha calcolato che solo da 1.000 a 4.000 tonnellate di plastica cadevano all'anno nei parchi nazionali degli Stati Uniti. Quasi l'84% delle microplastiche (meno di cinque millimetri di diametro) rilevate dalle stazioni di controllo proveniva dalle strade, principalmente dai pneumatici, anche se ci sono anche contributi dei freni e dell'asfalto stesso. Un altro 11% verrebbe dall'oceano e il 5% dal campo. Qui sarebbero sia le plastiche agricole che si sono degradate sia le particelle di plastica presenti nel fertilizzante derivante dal trattamento delle acque reflue urbane, i cosiddetti biosolidi.

Ma il dato più sorprendente è la bassissima percentuale di microplastiche di origine urbana, appena lo 0,3%, quando le città sono ritenute i grandi generatori di inquinamento da plastica. Gli edifici nelle città interrompono il flusso del vento, il che rende difficile la raccolta delle particelle sulla superficie del suolo.

La maggior parte rimane però galleggiante nello strato più superficiale dell'acqua, dove radiazione solare ed erosione la riducono sempre di più. Ed è proprio in questo momento che pesci, tartarughe o uccelli marini sono attrattiva colori vivaci e dagli odori attraenti e le prendono come cibo. È anche quando le onde e il vento sollevano grandi quantità di microplastiche che entrano nella circolazione atmosferica, così come la polvere del deserto o le particelle di combustione. Ciò spiega l'11% delle microplastiche di origine marina.

Una soluzione al problema del boom delle microplastiche che alimentano il ciclo potrebbe essere quella di inserire meccanismi che aiutino il degrado della plastica già all'inizio della sua produzione. Una ricerca pubblicata su Nature indica che scienziati americani hanno introdotto enzimi nei polimeri. Ma la scienza da sola non basta a risolvere il problema. Sarebbe necessaria una presa di coscienza dell’uomo a livello mondiale per modificare comportamenti sbagliati.  E’ questo, al momento, l’ostacolo più grande.

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