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Caro Fatto Quotidiano, La Piazza vi piace. Affaritaliani un po’ meno?

Una decina di video della nostra kermesse di Ceglie Messapica sono finiti sulle piattaforme del Fatto. Peccato che siano senza fonte

Caro Fatto Quotidiano, La Piazza vi piace. Affaritaliani un po’ meno?

Pubblicati su YouTube del Fatto Quotidiano una decina di video de La Piazza di Affaritaliani. Peccato che siano senza fonte

C’è una cosa che, lo confessiamo, ci fa molto piacere: al Fatto Quotidiano piace La Piazza di Affaritaliani. Gli piace parecchio. Gli piace al punto che sulle sue piattaforme fanno bella mostra di sé numerosi video provenienti dalla nostra kermesse di Ceglie Messapica. Una decina, secondo la ricognizione che abbiamo effettuato. Interventi, dichiarazioni, confronti. Materiale evidentemente abbastanza interessante da meritare di essere ripreso, rilanciato e trasformato in contenuto per i lettori e gli utenti del Fatto.

Ne siamo orgogliosi. Significa che La Piazza fa notizia. Ed è esattamente quello che dovrebbe fare una manifestazione giornalistica. Il problema viene subito dopo. Perché guardando alcuni di quei contenuti si scopre una curiosa forma di timidezza editoriale: La Piazza sembra esserci, ma Affaritaliani tende a scomparire. E insieme al giornale rischiano di sparire dal racconto anche coloro che quelle interviste le hanno fatte, quei confronti li hanno costruiti e quei dibattiti li hanno moderati. Curioso. Molto curioso.

Perché un evento come La Piazza non nasce per partenogenesi. Non cade dal cielo. Non compare spontaneamente in una piazza di Ceglie Messapica insieme a ministri, leader politici, amministratori delegati, parlamentari, imprenditori e giornalisti. Dietro ci sono mesi di lavoro, una redazione, un editore, un’organizzazione, giornalisti, tecnici, operatori, autori, persone che invitano gli ospiti, studiano le domande, realizzano le interviste, moderano i confronti, producono e montano i filmati.

Quest’anno sono stati tre giorni di manifestazione, oltre 70 ospiti, otto ministri, 13 ore e mezza di dibattiti, più di 60 giornalisti accreditati e 176 giovani politici riuniti nel primo raduno nazionale delle forze politiche giovanili. Non proprio una webcam appoggiata su un tavolino. E infatti da Ceglie sono uscite notizie riprese da tutta la stampa nazionale. È successo con Matteo Salvini e la battaglia sugli extraprofitti.

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È successo con Antonio Tajani, intervistato a La Piazza sui grandi dossier politici e internazionali. È successo con Angelo Bonelli, che proprio davanti alle nostre telecamere ha parlato dell’alternativa al governo e del programma del centrosinistra. È successo con Alessandro Onorato, che a Ceglie ha annunciato l’intenzione di Progetto Civico Italia di partecipare alle eventuali primarie del centrosinistra. E non solo con loro.

Notizie. Prodotte attraverso il lavoro giornalistico. Ed è qui che vorremmo rivolgere una domanda molto semplice ai colleghi del Fatto Quotidiano. Davvero è così difficile scrivere “La Piazza di Affaritaliani”? Non chiediamo un monumento. Non pretendiamo una percentuale sui clic. Non vogliamo nemmeno un mazzo di fiori. Vorremmo semplicemente ciò che, nel giornalismo, dovrebbe essere automatico: citare con chiarezza la fonte di un contenuto quando lo si riprende. E, quando è rilevante, indicare chi ha realizzato un’intervista o moderato un confronto.

È una questione persino precedente alle dispute giuridiche sul copyright, che lasciamo volentieri a chi di diritto. È una questione di correttezza professionale. Noi giornalisti viviamo di fonti. Passiamo la vita a chiedere agli altri trasparenza, attribuzione, responsabilità. Pretendiamo che la politica dica da dove arrivano i soldi, che le aziende dichiarino i propri interessi, che i social combattano i contenuti manipolati. Possibile che quando si tratta del lavoro di un’altra testata la provenienza diventi improvvisamente un dettaglio? C’è poi un aspetto che rende la faccenda quasi divertente. Il Fatto Quotidiano conosce benissimo La Piazza e sa perfettamente chi la organizza.

Già nel 2023 il giornale di Marco Travaglio raccontava la manifestazione definendola esplicitamente la festa di Affaritaliani. E quando nell’agosto 2025 pubblicò le dichiarazioni di Matteo Salvini sull’Ucraina, scrisse chiaramente che il vicepremier stava parlando in collegamento con «La Piazza», la festa di Affaritaliani in Puglia. Dunque non siamo esattamente degli sconosciuti.

Ed è proprio per questo che la questione diventa interessante. Perché riprendere il nostro lavoro ci fa piacere. Molto. Anzi, continuate pure. Se un’intervista realizzata da Affaritaliani contiene una notizia, quella notizia appartiene al dibattito pubblico ed è sacrosanto raccontarla. Se un confronto organizzato a Ceglie produce uno scontro interessante, è normale che altri giornali lo rilancino. È successo persino con il faccia a faccia tra Gianni Alemanno e Piercamillo Davigo, ripreso dal Fatto: Affaritaliani ne ha dato conto senza alcuna isteria, sottolineando anzi che il confronto era stato rilanciato dal quotidiano.

Vedete? Noi il Fatto Quotidiano lo abbiamo citato. Non è stato doloroso. Nessun redattore ha accusato malori. Il server è rimasto acceso. Google non ci ha penalizzato. Abbiamo semplicemente fatto quello che normalmente fanno i giornali: abbiamo detto ai lettori chi aveva pubblicato quel contenuto. Per questo non chiediamo privilegi. Chiediamo reciprocità. E soprattutto difendiamo un principio che dovrebbe interessare anche il Fatto Quotidiano, testata che ha costruito buona parte della propria identità sull’indipendenza, sulla libertà dell’informazione e sulla battaglia contro i grandi potentati.

Perché esistono anche i piccoli e medi editori. Esistono le redazioni che investono risorse per andare sul territorio. Esistono giornali che organizzano manifestazioni, pagano troupe, spostano persone, costruiscono palinsesti, convincono ministri e leader politici a sedersi davanti a una telecamera e producono informazione originale. Quell’informazione ha un valore. E riconoscere quel valore significa innanzitutto dire da dove arriva. Non sappiamo se nei singoli casi si sia trattato di una svista, di una scelta editoriale o semplicemente di una diversa sensibilità nell’attribuzione dei contenuti. Non attribuiamo intenzioni che non possiamo conoscere.

Constatiamo però un risultato che possiamo vedere: materiale nato a La Piazza è arrivato sulle piattaforme del Fatto e, nei contenuti da noi esaminati, l’attribuzione ad Affaritaliani e agli autori del lavoro non appare con la chiarezza che riterremmo doverosa. Tutto qui. O forse non è poco. Perché c’è una differenza enorme tra riprendere una notizia e far perdere progressivamente al lettore la memoria di chi quella notizia l’ha prodotta.

È una differenza sulla quale tutto il nostro settore dovrebbe riflettere, soprattutto nell’epoca dei social, degli aggregatori, dell’intelligenza artificiale e delle piattaforme che macinano contenuti separandoli sempre più spesso dalla loro origine. Per una volta, quindi, non facciamo polemica politica. Facciamo una richiesta da giornalisti a giornalisti.

Cari colleghi del Fatto Quotidiano, prendete pure le notizie che nascono a La Piazza. Rilanciate i confronti. Discuteteli. Criticateli. Se volete, criticate anche noi. Ma quando utilizzate il nostro lavoro, scrivete da dove arriva. La formula è semplice. Poche parole, non occupano quasi spazio. E soprattutto hanno un pregio che, nel nostro mestiere, dovrebbe ancora contare qualcosa: dicono ai lettori chi ha fatto il lavoro.