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Romanzo d'esordio da Strega/ Fallimento e riscatto di un asso mancato del calcio

LA TRAMA - Freccia è stato un fuoriclasse, uno di quelli con la palla incollata al piede, sinistro potente, talento e carisma. Pochi anni, il tempo di assaporare il gusto del successo. Poi è arrivato il fallo che gli ha stroncato la carriera, la cessione a una squadra di serie C, la frustrazione, il coinvolgimento nel giro del calcioscommesse. Il sipario è calato, lasciando una ferita impossibile da rimarginare. Ventisette anni dopo quel fallo, quando il cerchio oramai si è chiuso, José Pagliara, quello che un tempo chiamavano Freccia, è ancora una promessa disattesa. La sua storia è l’intreccio di tre storie diverse, che in un abile gioco di rimandi tra passato e presente raccontano i tre tempi della vita del protagonista: l’adolescente che cresce con il pallone tra i piedi; il calciatore maturo che tenta di rilanciare la propria carriera ma s’imbatte nel marcio di un ambiente che l’ha nutrito e illuso; l’ex atleta alle prese con i fantasmi e una famiglia che va in pezzi. Parlando di calcio, di passione e ostinazione, di egoismo e corruzione, Claudio Grattacaso racconta la parabola di un campione fallito, costretto dalla vita a fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni e a inseguire dentro di sé una nuova consapevolezza, alla ricerca di risposte e di una seconda possibilità.

DUE OPZIONI PER NUTRIMENTI AL PREMIO STREGA 2014...


Nutrimenti, a quanto ci  risulta, ha due opzioni in chiave Strega: il debutto di Claudio Grattacaso e il ritorno (a marzo 2014) di Giovanni Greco, con "L’ultima madre", in cui una donna scava nel passato della sua famiglia e di un intero paese, l’Argentina. Con il suo romanzo d’esordio, "Malacrianza", Greco ha vinto il Calvino ed è stato finalista sia Strega sia al Viareggio. I RETROSCENA DI AFFARITALIANI.IT SULL'EDIZIONE 2014 (pubblicato l'8 gennaio)
 

L’AUTORE - Claudio Grattacaso è nato nel 1962 a Salerno, dove vive. È insegnante. La linea di fondo, suo primo romanzo, è stato segnalato dal comitato di lettura del Premio Italo Calvino nell’edizione 2013.


LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO
(per gentile concessione di Nutrimenti)

Ce l’ho ancora con Ottavio Bertone, e sono passati ventisette anni.
Da qualche parte conservo i ritagli di giornale, le foto in cui ci stringiamo la mano, io con la gamba ingessata in trazione, lui con un mazzo di fiori nella sinistra. Sorride agli obiettivi, mentre mi tiene la destra nella sua. Io sono imbambolato dai sedativi, la faccia gonfia, i capelli se ne vanno in tutte le direzioni, e forse non ho ancora realizzato che quello che ho di fronte è proprio lui, Ottavio Bertone detto Plasmon, stopper dell’Ascoli e mio carnefice. È venuto a chiedermi perdono, dopotutto non l’ha fatto apposta, dice – alle telecamere e ai giornalisti, più che a me.
Sul concetto di perdono mia madre ha opinioni profondamente diverse da mio padre. Lui è un cattolico fervente, a sessant’anni si è persino iscritto a un corso di teologia ed è diventato diacono, una specie di sacerdote sposato. Lei è cresciuta in Emilia, a pane e lotta di classe, poi da ragazzina si è innamorata di uno che faceva il carabiniere a Casalecchio – mio padre per l’appunto – se l’è sposato e dopo qualche anno se ne è venuta giù da noi.
“Mi è toccato emigrare al contrario”, protesta ancora.
In un’altra foto, sempre nello stesso servizio, Ottavio Bertone mi autografa il gesso. Dovevo essere proprio cotto per non essermi ribellato. Pace fatta tra i due beniamini, titola il giornale. Col cavolo. Uno è reduce da un delicatissimo intervento alla gamba, è un perdono che non ha nessun valore. È un ubriaco che giura di dire la verità, un paracadutista sano di mente, ecco cos’è questo perdono. E poi: chi sono questi due beniamini? Lui era uno stopper a fine carriera, sempre nel mirino di squadre di seconda fascia, un solo goal in serie A (peraltro in sospetto fuorigioco). Il lunedì prendeva regolarmente tra il cinque e il cinque e mezzo su tutte le pagelle dei giornali sportivi, tranne che su quella di Tuttogol solo perché aveva buone relazioni con un cronista e ogni tanto gli dava soffiate su quello che succedeva negli spogliatoi. Io ero al secondo anno di A, una mezzala di ventun anni, una promessa, un sinistro inferiore solo a Maradona. Ancora un anno e sarebbe arrivata la convocazione in Nazionale. Un poeta della pedata e un macellaio, altro che due beniamini.
“Secondo te sono rifatte?”, mi chiede Barbara.
“Cosa?”.
“Ha il seno rifatto quella lì?”, e mi indica una tizia che straparla in televisione.
“Può essere”, dico, ma ho appena buttato un occhio.
Stanno litigando. Barbara è raggomitolata sul divano, un plaid le nasconde le gambe. Nella stanza c’è un bel tepore, mentre fuori si gela, il giardino è scomparso al di là dei vetri appannati. Quest’anno dicembre è arrivato in fretta. Barbara non fa altro che guardare la tv. Comincia a mezzogiorno e va avanti fino a notte fonda. Non ride mai, non si diverte, prende sul serio anche questi programmi per idioti. Fa finta che c’è la vita, là dentro. La sera accendo la lampada, mi siedo in poltrona, di fianco al divano, e leggo qualche articolo dai giornali sportivi. Barbara mi guarda per un attimo senza dire niente, poi si lascia ipnotizzare nuovamente dalla tv. Io le chiedo se le dà fastidio la luce, ma lei alza una mano e mi fa segno di stare zitto, non vuole perdersi neanche una parola. Due mesi fa mi sono deciso ad andare dall’ottico, a visitarmi e a comprare gli occhiali. Era da un po’ che allontanavo il giornale per mettere a fuoco i caratteri. C’è qualcosa di profondamente sgradevole nel diventare presbiti, e non mi riferisco al fastidio di possedere una nuova appendice, doversela portare appresso dovunque e soprattutto stare attenti a non dimenticarla sul tavolino del bar o nella sala d’aspetto del dottore. È qualcosa di più. È la consapevolezza che invecchiando hai bisogno di piccoli aiuti per vivere meglio.
Guardo il profilo di Barbara, gli occhi scuri si illuminano ai lampi del televisore. È ancora bella, anche se gli anni passano. In tv qualcuno urla e lei si sistema meglio la coperta. Io non le dico niente, dopo tutto quello che è successo non le dico più niente, e forse è meglio così, meglio che si rincretinisca, che guardi queste scemenze che un po’ ci salvano la vita.
Stasera ho preso dal cassetto della scrivania alcuni di quei vecchi articoli. Sono uno stupido. Dopo ventisette anni è da pazzi starmene ancora qui a contemplare fotografie sbiadite, riesumare un passato morto, rimuginare su Ottavio Bertone e sul suo criminale intervento a forbice che mi ha spappolato la gamba destra. È vero, mi serviva a poco, io sono completamente mancino, e molto più abile di testa che di destro, ma mi era comunque necessaria per fare perno, correre, scartare da un lato e riuscire a rimanere in piedi. E un calciatore che non sta in piedi vale meno, molto meno della sua figurina sull’album.

(continua in libreria)

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la linea di fondoclaudio grattacasonutrimentipremio strega
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