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Edicolanti contro il Corriere: "Chiudiamo perchè non si vendono giornali"

Il Corriere della Sera ha indetto un concorso di idee per la realizzazione di un nuovo modello di edicola. Immediata la reazione di SI.NA.G.I. Regionale Lombardia, l'organizzazione sindacale degli edicolanti che ha inviato  una “lettera aperta” al Direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, come spiega e riporta PrimaOnline.

SI.NA.G.I.Sindacato Nazionale Giornalai d’Italiaaffiliato CGILRegione LOMBARDIA

Al Direttore del Corriere della SeraLuciano FontanaMilano

LETTERA APERTA

Egregio Direttore,con l’articolo di Alessandro Cannavò, “Diamo un futuro all’edicola”, e la presentazione dei professionisti invitati “a ridisegnare il regno dei giornali”, a firma di Luca Molinari, a pagina 21 del Corriere della Sera del 5 gennaio 2020, viene dato ampio risalto al progetto “L’edicola del futuro”. Un progetto dello stesso Corriere della Sera e di Nemo Monti volto al “rilancio di un luogo a rischio estinzione”, l’edicola appunto.

A parte il fatto che nella presentazione delle “Tappe” venga data l’impressione che lo scopo principale di questo concorso di idee sia solo quello di presentare un “prototipo di edicola” da esporre alla Design Week 2020 in programma il prossimo aprile a Milano e premiare il vincitore, e quindi che si tratti solo di una questione di immagine autoreferenziale, nell’articolo di Cannavò si legge anche che si intende “lanciare un dibattito che ha nella parte strutturale ed estetica solo il punto di partenza”.

Mi perdoni, ma non credo che i giornali non si vendono perché le edicole sono “brutte, sporche e cattive” e devono migliorare e/o rinnovare il loro “appeal”. Le edicole chiudono perché non si vendono più giornali e non viceversa. Cosa hanno fatto o stanno facendo gli editori per migliorare e modernizzare “l’appeal” dei loro giornali? Inoltre, credo che un problema lo si debba affrontare dalla testa e non dalla coda. Il dibattito dovrebbe iniziare dalla sostanza delle questioni e non dalla forma … estetica (ma dai!!). E la sostanza è questa.

Cosa hanno fatto gli editori per contrastare la crisi della vendita della carta stampata esplosa dopo la loro smania di voler “allargare” la rete di vendita volendo a tutti i costi la liberalizzazione del 1999?Quali sono i progetti industriali degli editori negli ultimi sette/otto anni oltre a quello di investire nel web gli utili realizzati dalla vendita della carta stampata (che sono ancora l’80% del totale) con un ritorno, ad oggi, inferiore (o intorno) al 10%? Quali sono state le iniziative di marketing degli editori nuove e diverse da quelle, rovinose, che da oltre un decennio continuano imperterriti a proporre quali, ad esempio, cut-price e abbinamenti (compri due e paghi uno)? Operazioni di marketing che, di fatto, decurtano il reddito degli edicolanti che, come noto, ricavano poco più del 18% sulla vendita di quotidiani e periodici.

Per non parlare poi delle campagne di abbonamento con sconti fino all’80% che hanno come unico risultato quello di sfruttare il lavoro dell’edicolante per allontanare il lettore dall’edicola.Cosa hanno fatto gli editori per la rete di vendita se non delegare tutta la logistica ed i rapporti con gli edicolanti alle aziende di distribuzione (nazionale e locale), generando situazioni di monopolio di fatto e di dipendenza economica degli edicolanti nei confronti delle aziende di distribuzione? Cosa hanno fatto gli editori per realizzare l’informatizzazione della rete di vendita se non lasciarla, ancora una volta, nelle mani delle aziende di distribuzione? A nessun editore è mai venuto in mente che con una corretta gestione informatica della filiera si potrebbero ridurre gli invenduti almeno della metà e, quindi, con un evidente ed immediato ritorno economico? Cosa hanno fatto gli editori per rinnovare l’accordo nazionale per la vendita della carta stampata (scaduto da una decina d’anni) se non rigettare le proposte presentate dalle organizzazioni sindacali degli edicolanti senza nemmeno aprire un confronto serio con controproposte credibili?

Paradossale che gli editori, i primi ad essere interessati alla crisi della stampa e della rete di vendita, deleghino all’amministrazione pubblica l’onere della sostenibilità delle edicole, sponsorizzando aiuti pubblici affinché a queste ultime vengano ridotte le tasse comunali, oppure suggerendo l’ampliamento di servizi diversi da quelli legati al mondo editoriale. Troppo facile e troppo poco.

Come ho già detto, l’80% circa dei giornali vengono ancora venduti in edicola, eppure da parte editoriale non si pensa nemmeno lontanamente di sostenere direttamente la rete di vendita. Se chiudono le edicole salta tutta l’informazione scritta. Quanti anni ci vorranno per rendere l’informazione su carta stampata “inutile” in quanto sostituita dal web? Nel far presente che questo non è solo un problema che riguarda la “categoria” degli edicolanti ma è un problema di “democrazia” che riguarda tutti i cittadini perché attiene al pluralismo dell’informazione, ritengo che il “punto di partenza” di questo dibattito non debba essere focalizzato su iniziative sporadiche e di facciata ma su questioni sostanziali come quelle sopra esposte che, tra l’altro, ne rappresentano solo una modesta parte. In questo dibattito, oltre ai soggetti della filiera (editori, distributori, edicolanti), credo che il Governo debba rendersi parte attiva e, seppure abbia già fatto un passo importante consentendo agli edicolanti di accedere al credito di imposta, e svolgere quel ruolo di garanzia, che gli è proprio, affinché i diritti ed i doveri dei soggetti della filiera di cui sopra siano equamente condivisi e rispettati nell’ottica più ampia e nobile di tutela del diritto del cittadino ad essere informato.

Cordiali saluti.

Il Segretario Regionale
(Amilcare Digiuni)

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