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MediaTech
Google, l'italiano che ha svelato il doppio gioco di YouTube

di Paolo Fiore

Golia è Google. Davide è un gruppo di sette ricercatori europei, tra i quali Stefano Traverso del Politecnico di Torino. Sono stati loro a pubblicare uno studio, ripreso dal Financial Times, secondo il quale Youtube userebbe un doppio standard su visualizzazioni dei video e remunerazione degli utenti. “Siamo già stati contattati da Google”, spiega Traverso ad Affaritaliani.it, nella quale Mountain View ha ammesso che “i loro algoritmi non individuano tutto il traffico anomalo e ritengono il nostro contributo utile a migliorarne l’efficacia”.

Andando con ordine: esistono dei software, i bot, che simulano il comportamento degli utenti per aumentare (e falsare) il numero dei click. Compito delle piattaforme pubblicitarie è individuarli per fare la tara e scoprire le visualizzazioni reali. Secondo lo studio, Youtube scarterebbe con rigore i bot dalle visualizzazioni (che così non vengono pagate al proprietario del contenuto) mentre AdWords (la piattaforma che gestisce la pubblicità sul Tubo) è più lasca: legge come reali anche i click finti e li fa pagare agli utenti. Un vantaggio per le casse di Google e una pessima notizia per gli inserzionisti. Che adesso vorranno vederci chiaro.

LO STUDIO

“L’idea - spiega Traverso - l’ha avuta Ruben Cuevas della Universidad Carlos 3 de Madrid (leader dello studio) un paio di anni fa. Ruben ha osservato che, mentre la letteratura scientifica è ricca di studi che si concentrano sul fenomeno del "click frauding”, non erano ancora stati condotti studi sul “view frauding”. Cioè? La ricerca “si è focalizzata su come sono filtrate le viste generate dai bot sui portali di video streaming come Vimeo, Dailymotion e YouTube. La maggior parte del lavoro è stato condotto da Miriam Marciel e Roberto Gonzalez, ex UC3M e ora in NEC Labs Europe”.

L'ingresso di Traverso è arrivato “un anno fa circa, quando sono stato contattato da Mohamed Ahmed di NEC, unitosi al gruppo e con cui avevo lavorato in passato, per validare i risultati delle misure attive con misure passive”. Il prossimo passo sarà “Pubblicare l’articolo in una conferenza o rivista scientifica di buon livello”.

Tutto grazie a Stefano Traverso da Savigliano (Cuneo), classe 1984, e ai suoi colleghi Miriam Marciel, Ruben Cuevas, Albert Banchs, Roberto Gonzalez, Mohamed Ahmed e Arturo Azcorra. Contattato da Affari, Traverso conferma di essere già stato contattato da Big G.

“Abbiamo ricevuto una mail dall’Ad Quality team poco prima che l’articolo sul Financial Times venisse pubblicato”. Il testo della mail non è pubblicabile, ma in sostanza – svela il ricercato – Google ha sottolineato che è molto importante per loro individuare attività anomale nel traffico verso YouTube e che i loro algoritmi sono capaci di filtrare la maggior parte del traffico anomalo prima che agli inserzionisti pubblicitari siano addebitate delle views”. Con un grosso “ma”.

Google ammette che l'articolo “ha identificato uno scenario dove i loro sistemi non individuano tutto il traffico anomalo e ritengono il nostro contributo utile a migliorare l’efficacia dei loro algoritmi”. Infine “hanno specificato che prima che il reporter del FT li contattasse, non erano al corrente della nostra ricerca e ci hanno invitati a fornire loro altri risultati nel caso ne avessimo”.

Il problema è proprio capire quanto è ampia questa falla. Come chiarisce Traverso, “se fosse facile quantificarla i bot fraudolenti non sarebbero un problema”.

 

twitter@paolofiore

Tags:
googlebotstefano traverso
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