Il commento
Scorrendo Instagram — quel gesto automatico che oggi facciamo come un tempo si sfogliava il giornale o si giravano i canali della televisione — mi sono imbattuto in un video che definire indegno è persino poco. Il titolo è già un programma: “Su le mani per il pittore austriaco”. E il riferimento non ha bisogno di traduzioni. Hitler. Adolf Hitler. Il “pittore austriaco”. Con tanto di gioco fonetico tra “sì ah” e quel “Sieg Heil” che ancora oggi dovrebbe provocare un brivido gelido lungo la schiena di qualsiasi persona dotata di memoria storica e di un minimo senso del limite.
No. Fermiamoci subito. Questa non è satira. La satira è una cosa seria. Da Swift a Flaiano, la satira colpisce il potere, lo smonta, lo mette a nudo. Qui siamo da un’altra parte. Qui siamo davanti a un’operazione miserabile: prendere uno dei simboli assoluti dell’orrore del Novecento e trasformarlo in un giochino da reel, in una strizzata d’occhio, in una specie di tormentone da algoritmo.
Ed è qui che il problema diventa enorme. Perché internet — e dispiace dirlo — sta diventando sempre più la fogna della società. Un luogo dove l’indecenza trova sempre una giustificazione: “era ironia”, “era black humor”, “non avete capito”. La grande discarica morale in cui tutto viene triturato, mescolato, appiattito. Auschwitz e il balletto virale. Le leggi razziali e i meme. Sei milioni di morti e un reel da condividere.
Il problema non è essere di destra o di sinistra. È una scorciatoia ridicola persino pensarlo. Qui non c’entra la politica. C’entra il decoro. C’entra il senso del limite. C’entra l’idea, ormai evaporata, che alcune cose non possano diventare materiale da intrattenimento usa e getta.
Perché Adolf Hitler non è un personaggio pop. Non è una maschera. Non è il cattivo di un videogioco. È il responsabile di una delle più gigantesche fabbriche dell’orrore mai concepite dall’uomo.
E forse a chi realizza questi contenuti — ai protagonisti di queste trovate miserabili e a chi li applaude con faccine che ridono — servirebbe una pena semplice: meno smartphone e più libri. Meno reel e più storia. Costretti, metaforicamente, a studiare per mesi, anni, le fotografie dei campi di sterminio, le testimonianze dei sopravvissuti, le montagne di scarpe dei bambini, i vagoni, le fosse comuni, l’orrore burocratico trasformato in industria della morte.
Perché quando si arriva a trasformare Hitler in un balletto, in una filastrocca o in un tormentone social, il problema non è più il singolo video. Il problema siamo noi. E soprattutto il silenzio di chi guarda, sorride e passa oltre. Come se niente fosse. Come se il confine tra provocazione e vergogna fosse ormai sparito.
E forse è proprio questo il punto più inquietante di tutti. Non il video. Non il “pittore austriaco”. Il fatto che non ci scandalizziamo più.

