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Di Pietro Mancini

Secondo "Il Foglio", lo storico fondatore, Eugenio Scalfari, 91 anni, non scriverà più  gli editoriali della domenica sul suo giornale. "Dal 17 gennaio prossimo, non scriverò più su "Repubblica", ha esternato, dopo essere stato informato, prima da Ezio Mauro e poi da don Carlo De Benedetti, che Mario Calabresi sarebbe arrivato a dirigere il quotidiano, che il giornalista calabrese fondò, il 14 gennaio 1976, cioè, quasi esattamente, 40 anni fa.

Scalfari firmò una lettera aperta a L'Espresso sul caso Pinelli, menzionata anche come appello (o manifesto) contro il commissario di polizia e Capo dell'Ufficio politico della Questura di Milano, Luigi Calabresi, padre di Mario. Fu un duro documento in cui numerosi politici, giornalisti e scrittori chiesero la destituzione di alcuni funzionari, ritenuti artefici di gravi omissioni e negligenze, nell'accertamento delle responsabilità sulla morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra, mentre era in stato di fermo, presso la questura di Milano, nell'ambito delle indagini sulla strage di Piazza Fontana, condotte dal commissario Calabresi.

Il 10 giugno 1971, la lettera fu, inizialmente, sottoscritta da 10 firmatari: Mario Berengo, Anna Maria Brizio, Elvio Fachinelli, Lucio Gambi, Giulio A. Maccararo, Cesare Musatti, Enzo Paci, Carlo Salinari, Vladimiro Scatturin e Mario Spinella. La lettera aperta fu pubblicata sul settimanale L'Espresso, il 13 giugno, a margine di un articolone di Camilla Cederna, intitolato Colpi di scena e colpi di karate. Gli ultimi incredibili sviluppi del caso Pinelli. Il titolo si ispirava all'ipotesi, emersa da alcune prime indiscrezioni sulle ferite ritrovate sul corpo di Pinelli, sostenuta da Lotta Continua e da diversi ambienti extraparlamentari, che la defenestrazione di Pinelli fosse, cioè, stata causata da un colpo di karate.

Le settimane successive, il 20 e il 27 giugno, la missiva venne ripubblicata, con l'adesione di centinaia di personalità del mondo politico e intellettuale italiano, fino a giungere a 757 firme.

Il linguaggio, usato nella lettera, caratteristico di quegli anni di aspri e violenti scontri ideologici, fu, particolarmente, diretto ed accusatorio, al punto che, successivamente, in tempi e modi diversi, alcuni dei firmatari rivedettero le loro posizioni.

Norberto Bobbio, ad esempio, in una lettera aperta indirizzata ad Adriano Sofri, pubblicata su la Repubblica il 28 marzo 1998, parlò, apertamente, di «orrore» nel rileggere quelle parole, distinguendo, tuttavia, il merito del comunicato, sul quale non intese ritrattare, e il linguaggio. 

Altri, invece, come Paolo Mieli e Carlo Ripa di Meana,  ritrattarono la sottoscrizione dell'appello, ritenendo che esistesse un nesso di causalità con l'omicidio del commissario Calabresi, avvenuto circa un anno dopo. Giampaolo Pansa, invece, declinò l'invito a firmare l'appello, affermando che dette «un avallo al successivo assassinio di Calabresi».

Delitto, spietato, che fu commesso il 17 maggio 1972, a Milano, dinanzi alla abitazione del commissario, per mano d'un commando di due uomini, con alcuni colpi di arma da fuoco. Dopo un iter processuale, particolarmente travagliato, solo nel 1997 si giunse a una sentenza, in Corte di Cassazione, che condusse ad arresti e a condanne definitive: queste individuarono in Ovidio Bompressi e in Leonardo Marino (divenuto il "pentito", sulle cui parole si basò l'accusa) come esecutori materiali del delitto e in Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri i mandanti, stangati per il reato di concorso morale in omicidio, ma senza l'aggravante del terrorismo.

I quattro appartenevano, all'epoca dell'omicidio, alla formazione extraparlamentare Lotta Continua, della quale Sofri e Pietrostefani erano stati i fondatori e, all'epoca, erano avversari del commissario Calabresi, da loro accusato della morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, dopo la strage di piazza Fontana. Il 9 gennaio 2009, in una intervista al Corriere della Sera, pur ribadendo la sua innocenza nel delitto effettivo di concorso morale in omicidio, Adriano Sofri (poco prima dell'estinzione della pena, scontata nel carcere di Pisa, avvenuta 3 anni dopo), si assunse la corresponsabilità morale dell'omicidio, per aver scritto, tra l'altro, che «Calabresi sarai suicidato» e per aver rifiutato, all'epoca, di deplorare il delitto.

 

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