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MediaTech
Spotify a Wall Street, ecco perché investire nella sua Ipo

Il famoso player di musica Spotify, dopo 10 anni dalla sua nascita, il prossimo 3 Aprile si quota sui mercati statunitensi. Sarà una nuova Facebook, che ha dato guadagni milionari ai suoi investitori? O la nuova Twitter, che ha fatto la fortuna di tutti i suoi detrattori? Vediamo di capire inanzitutto di cosa si tratta, anche se molti gia la conoscono. Spotify è un software installabile su smartphone, tablet e PC che permette di ascoltare oltre 35 milioni di canzoni ad alta definizione. Grazie alla creazione di playlist, radio e alle attività di amici, diventa un ottimo strumento per gestire, ascoltare e scoprire musica. Il tutto senza doverla scaricare o acquistare.

Esiste una versione gratuita, che ogni 20 minuti circa interrompe l’ ascolto con una breve pubblicità. La versione premium invece, a fronte di un piccolo abbonamento mensile, non ha pubblicità e permette di scaricare la musica, in modo che si possa ascoltarla anche in assenza di internet. Spotify non è proprio una startup, essendo stata fondata nel 2006 ed è il leader della musica in streaming, con oltre il 40% del mercato. Apple Music, il competitor principale, ha circa la metà della quota di Spotify, che ha ben 71 milioni di utenti paganti, su un totale di 159 milioni di utenti mese. Apple music ha “solo” 36 milioni utenti paganti. Ma a fronte di questi dati inconraggianti i conti della societa’ sono in rosso, conisderando che, nel 2017, la societa ha registrato un rosso di bilancio di 1,2 miliardi di dollari, malgrado abbia avuto entrate per oltre 4 miliardi di dollari. Poco male, dice il direttore finanziario Barry McCarthy, l’uomo che nel 2002 ha guidato l’ingresso in Borsa di Netflix, allora una modesta società di videotape alle prime armi nel nascente settore dello streaming. “Spotify" – dice – "ha le stesse potenzialità di Netflix nei primi dieci anni di attività, passata all’improvviso da un ebitda negativo a un margine del 35%”. Spotify, ha spiegato McCarthy agli investitori, sta sacrificando profitti per allargare il mercato, esattamente come ha fatto Netflix. Inoltre sta sviluppando nuove fonti di entrate sfruttando l’appeal verso il pubblico giovanile ma anche riducendo le fee verso le case musicali, grazie al maggior potere negoziale, testimoniato dai recenti accordi con Universal, Emi e altre major. A proteggere la leadership della società creata da Ek in Svezia meno di dieci anni fa contribuiscono la diffusione globale del brand, l’efficienza dell’algoritmo e, non ultimo, i servizi che mettono in contatto gli artisti con i fan. Proprio il discorso royalties è cruciale, perché rende meno scalabile il business. Infatti più il business aumenta, più royalties bisogna pagare. Ci sono tantissime aziende profittevoli nonostante le royalties. Ricevere uno sconto sulla percentuale che Spotify deve pagare ad artisti e case discografiche potrà veramente fare la differenza. Altro grande punto di forza della societa fondata dall’ eccentrico Daniel Ek, come si diceva, e’ il fatto di essere societa leader nel suo segmento, al contrario di altre realta’, come per esempio Snapchat, entrata in un mercato come quello dei social gia piuttosto affollato di players, che in borsa non sta regalando grandi soddisfazioni ai propri azionisti. E poi attualmente la società guadagna semplicemente dal front-end, ovvero dagli abbonamenti premium e in piccola parte dalla pubblicità.Il front-end è quel servizio o prodotto evidente, a cui tutti vengono esposti al primo incontro. Se andate al bar per un caffè e ordinate, il caffè è il front- end. Poi il barista inizia a proporvi degli upsell, dei back-end: la brioche, il cioccolatino, ecc...insomma vi attira col caffè e poi guadagna in realtà dal resto.

Attualmente Spotify non ha sviluppato servizi di back-end, ma presto potrebbe implementare dei servizi di marketing big data e venderli alle case discografiche e agli artisti. L’ azienda, infatti, ha una miniera di dati inutilizzati, può scoprire i trend musicali sul nascere, conosce esattamente la profilazione degli utenti che ascoltano le canzoni. Quali sono i beat, le sonorità nuove che si stanno facendo strada. Questo è un servizio enorme per aziende discografiche e artisti. Spotify, come fanno già nelle radio, può far pagare artisti e case discografiche per entrare in determinate liste e classifiche. Ma secondo alcuni la svolta più interessante, remunerativa, ma anche complicata e costosa, sarebbe quella di entrare nel business degli eventi musicali live e streaming live. Tutta una serie di opportunita che potrebbero rendere l’investimento in azioni della societa molto appetibile, sopratutto nel medio -lungo periodo. L’obiettivo dichiarato, e secondo gli analisti raggiungibile, e’ quello di raccogliere 1 miliardo di dollari, soldi freschi che potrebbero permettere alla societa di diminuire il debito (convertendolo però in azioni) e quindi a diminuire gli interessi su di esso. Questo aumenterebbe la velocità con cui l’azienda può raggiungere la profittabilità. In molti insomma sono pronti a scommetere che Spotify potrebbe davvero diventare per la muscia, quello che netflix e’ attualmente per i film, e fra gli investitori professionali c’ e’ gia molto fermento per capire cosa accadra con l ‘ avvento in Borsa di questo gigante dello streaming musicale. Secondo gli scambi privati registrati nel mercato cosidetto grigio,negli ultimi giorni, la quotazione si aggirerebbe in una forbice che va da un minimo di 90$ ad un massimo di 132$.

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